I capitoli del processo di adesione all’Unione europea chiusi ieri dal Montenegro sono stati tre, ma potevano essere quattro. Il Parlamento di Podgorica infatti non ha rispettato il termine per avviare l’iter delle modifiche costituzionali necessarie a completare il capitolo 23, dedicato a giustizia e diritti fondamentali.
Il mancato obiettivo non pare mettere particolarmente in difficoltà il progetto montenegrino di aderire all’Unione europea entro il 2028, ciò per la rapidità che il percorso ha avuto fino a questo momento. È un altro l’aspetto che fa sorgere preoccupazioni sul rapporto tra Podgorica e Bruxelles, e risiede nella ragione per cui le modifiche non sono state poste al voto.
La seduta del 27 agosto del Parlamento montenegrino, nella quale si sarebbero svolte le votazioni, si è aperta con un fuoriprogramma: le condoglianze del presidente dell’assemblea, Andrija Mandić, esponente della maggioranza, alla famiglia di Ratko Mladić, l’ex comandante militare serbo-bosniaco condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, morto il giorno stesso.
L’opposizione è immediatamente intervenuta, chiedendo che la questione fosse affrontata prima delle modifiche costituzionali, nella ferma convinzione che le dichiarazioni di Mandić fossero incompatibili con l’orientamento europeista del Paese. “Non si può tendere la mano all’Europa mentre si difende la gloria di Mladić”, ha dichiarato Aleksandra Vuković Kuč, esponente del Partito Democratico dei Socialisti (PDS | S&D), principale forza di opposizione.
Dopo una seduta parlamentare protrattasi fino a tarda sera, l’unica votazione svolta è stata di sfiducia nei confronti di Mandić, che ha mantenuto il proprio incarico per soli quattro voti di scarto. L’opposizione ha quindi abbandonato l’aula, impedendo di fatto di procedere con l’iter costituzionale.
La modifiche richieste prevedono un meccanismo di verifica dell’integrità dei futuri primi ministri e ministri, con l’obiettivo è impedire che persone condannate per corruzione possano ricoprire incarichi di governo. Queste non sono un passaggio semplice, né formale. Il Montenegro prevede che per modificare la Costituzione siano necessarie tre votazioni con una maggioranza dei due terzi: la prima sulla proposta, la seconda sul progetto dopo una consultazione pubblica e infine quella sulle modifiche definitive.
Un eventuale rigetto impedirebbe di ripresentare gli emendamenti per un ulteriore anno. Oggi la possibilità che ciò avvenga è scarsa, considerata la volontà di rispettare le scadenze prefissate per l’ingresso nell’Unione tanto dalla maggioranza quanto da gran parte dell’opposizione, tuttavia c’è e non va sottovalutata.
A chiedere una soluzione è intervenuto Johan Sattler, ambasciatore dell’Unione europea in Montenegro, che ha invitato maggioranza e opposizione a collaborare per approvare le modifiche. Sattler ha sottolineato la pressione esercitata dalle scadenze, invitando l’opposizione a considerare il quadro complessivo del processo di adesione e la maggioranza a ricercare un dialogo trasversale. Mandić ha però accusato l’opposizione di voler dimostrare di essere più europeista della maggioranza.
Secondo Nevenka Vuksanović, direttrice del think tank montenegrino Centre for Democracy and Human Rights, citata da Rapporteur, l’impasse rappresenta un fallimento sia per i cittadini sia per un’opposizione che si definisce filoeuropea. La responsabilità, tuttavia, non ricade esclusivamente sull’opposizione: anche la maggioranza, ha osservato, ha contribuito e sta contribuendo a ritardare il voto sulla posizione di Mandić.
Il nuovo stallo mostra così quanto il percorso europeo del Montenegro continui a dipendere non solo dalle riforme richieste da Bruxelles, ma anche dalla capacità delle forze politiche interne di trovare compromessi su questioni legate alla memoria delle guerre jugoslave, allo Stato di diritto e all’orientamento politico internazionale del Paese.

