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Il “Gruppo dei 20” nasce nel 2013 con la decisione di riunire accademici ed esperti di grande qualità e prestigio sul progetto Revitalizing Anaemic Europe. L’attività svolta da allora, attraverso la Fondazione Tor Vergata e la Villa Mondragone Economic Development Association, con incontri mensili e pubblicazioni, ha messo a fuoco una identità del Gruppo che si è manifestata in proposte di ‘policy’ a livello nazionale e internazionale.
In vista delle elezioni europee del giugno 2024, il Gruppo ha sviluppato un’attività su base annuale che ha portato alla realizzazione del volume “L’Europa ad una svolta”, adesso pubblicato e presentato nei giorni scorsi al CNEL, che contiene una serie di proposte e messaggi rivolte ai decisori politici.
I risultati delle recenti elezioni europee possono essere interpretati in molte diverse maniere, ma non c’è dubbio che abbiano espresso un disagio diffuso che si è manifestato anche attraverso un aumento della frammentazione politica. Un disagio che nasce, tra le altre cose, dal peso esorbitante delle grandi multinazionali della tecnologia (che impatta sul gioco democratico) e da quello crescente dalle disuguaglianze generate da una globalizzazione non regolata. Basta pensare al fenomeno della ‘polarizzazione degli skills’, che ha colpito il manifatturiero, con un forte amento della domanda di lavoro ad elevata qualificazione e di quello non qualificato, e una forte riduzione di quello a qualificazione intermedia che era, in passato, il traino dell’occupazione nel manifatturiero. Ed è necessario affrontare il problema dei movimenti migratori, che ha caratteri epocali e la relativa insicurezza nei ceti medi, oltre che nelle categorie più deboli con un “Progetto Europeo” di grandi dimensioni. La crisi energetica del 2022 ha contribuito, a sua volta, a generare incertezza e difficoltà per imprese e famiglie.
Una prima conclusione è che l’Europa non può lasciare alla sola responsabilità nazionale l’impegno sulle reti di protezione sociale a favore dei più vulnerabili. È dalla fine degli anni ’90, dopo quelli del successo del mercato unico, che i Paesi dell’euro hanno perduto posizioni in termini di reddito pro capite rispetto agli Usa in un contesto di forte crescita dei Paesi emergenti (a cominciare dal Sud-est asiatico) e dell’aumento a due cifre del PIL della Cina. Come è stato mostrato in una serie di recenti studi (anche se calcolata in termini nominali), la crescita del PIL europeo, negli ultimi venti anni, è stata la metà di quello USA e altrettanto è avvenuto per il PIL pro capite.
In questo quadro, come suggerisce il volume, “è essenziale che la UE si doti di una politica estera unitaria che le consenta di intervenire in direzione di un sistema funzionante di regole del commercio, come quello che era assicurato fino a ieri dalla WTO e che oggi appare in difficoltà sotto la spinta dei BRICS (e non solo), assieme alle regole del sistema monetario internazionale fissate nel 1944 a Bretton Woods”.
Un aspetto di grande importanza per il futuro della UE è quello dell’intervento a favore di produttività ed innovazione, che miri ad agire sulla reattività dei mercati. Stando così le cose, la conclusione è che non basta invocare un impegno UE in favore di produttività e innovazione, ma occorre assicurarsi che esso si realizzi con la partecipazione del settore privato. L’innovazione non è soltanto un alimento essenziale per l’economia e lo sviluppo, è un motore sociale indispensabile per lo sviluppo sostenibile, cui è orientata l’Europa in coerenza con i valori su cui si fonda.
Oltre a ripensare l’innovazione come elemento centrale delle transizioni verde e digitale, serve un mercato comune dell’energia, non solo per ricercare le condizioni del minor costo della materia prima, ma anche ai fini di realizzare le nuove reti elettriche ‘intelligenti’ a livello continentale. Serve, allo stesso tempo, un intervento europeo sulla falsariga del Next Generation EU che, diversamente da quest’ultimo, diretto a sostenere la domanda globale nella crisi post Covid-19, sia orientato a realizzare investimenti capaci di ripagarsi e spingere sullo sviluppo. Sarebbe quanto mai opportuno rivolgersi al mercato del risparmio, offrendo titoli garantiti dall’Unione. Oggi il rapporto debito UE/PIL europeo è dell’1%, o poco più. Lo spazio economico per procedere in questa direzione è ampio ma, purtroppo, almeno per ora, non esistono le condizioni politiche che consentano questa scelta, di grande importanza per lo sviluppo.
La recente riforma delle regole del Patto di Stabilità non colma la mancanza di una scelta a favore di avere ‘mezzi propri’ a livello centrale, perché è diretta soltanto ad evitare che uno squilibrio di bilancio di un Paese abbia effetti negativi sugli altri. Senza pensare necessariamente a cambiamenti in senso ‘federalistico’ che, seppur desiderabili, appaiono oggi politicamente inattuali, è pur sempre possibile procedere alle riforme necessarie, sia in materia di governance, che di equità, inclusione e politica industriale, utilizzando gli strumenti offerti dai Trattati, che consentono collaborazioni ‘rafforzate’ tra i Paesi che le vogliono adottare, a cominciare dall’iniziativa dei cosiddetti ‘Stati pionieri’. Si tratta di realizzare le riforme che permettano di approntare un sistema fiscale coerente con l’esigenza di sviluppare politiche economiche e finanziarie di impronta solidaristica, e l’autonomia strategica da tutti auspicata, superando lo status europeo di potenza prevalentemente regolatoria.


