Una pratica antica quanto controversa, la pesca a strascico di fondo torna al centro del dibattito europeo. Secondo lo studio “The Value of Bottom Trawling in Europe”, pubblicato su Ocean & Coastal Management da un team di ricercatori della National Geographic Society, il bilancio complessivo per la società è nettamente negativo: fino a 16 miliardi di euro l’anno di costi netti.
Si tratta della prima analisi che prova a quantificare in modo sistematico non solo gli effetti economici diretti del settore, ma anche i costi ambientali e sociali spesso esclusi dalle valutazioni tradizionali.
Cos’è la pesca a strascico
La pesca a strascico di fondo consiste nel trainare grandi reti lungo il fondale marino, spesso per ore, utilizzando imbarcazioni dotate di potenti motori. Le reti, appesantite da dispositivi metallici o catene, raschiano il fondo catturando tutto ciò che incontrano: pesci demersali, crostacei, molluschi, ma anche organismi non destinati alla pesca.
Proprio questa caratteristica rende la tecnica altamente efficace dal punto di vista produttivo, ma anche estremamente impattante. Il passaggio delle reti distrugge habitat complessi, altera le comunità bentoniche e solleva sedimenti che possono restare in sospensione per lungo tempo.
A ciò si aggiunge un problema strutturale, ossia l’elevato livello di catture accessorie. In molti casi, tra il 30% e oltre il 50% del pescato viene rigettato in mare, spesso morto o danneggiato, con effetti significativi sulla biodiversità e sulla sostenibilità degli stock ittici.
Il peso nascosto: emissioni e costi sociali
Il cuore dello studio riguarda però una dimensione meno visibile: il contributo della pesca a strascico alle emissioni di CO2. Non solo per via del carburante utilizzato dalle imbarcazioni, ma soprattutto per il disturbo dei sedimenti marini, che rilascia carbonio immagazzinato da decenni o secoli.
Secondo i ricercatori, questo fenomeno rappresenta la principale voce di costo sociale. A livello europeo, le emissioni legate al rimescolamento dei sedimenti possono arrivare a valori comparabili a quelle derivanti dal cambiamento d’uso del suolo.
Nel caso italiano, i dati sono particolarmente significativi. Ogni anno i pescherecci a strascico immettono nell’atmosfera circa 24,58 milioni di tonnellate di CO2 solo a causa del disturbo dei fondali; tradotto in termini economici, il costo sociale oscilla tra 1,07 e 3,97 miliardi di euro annui, a seconda della stima adottata del prezzo del carbonio. Se presa in considerazione l’intera area dell’Unione europea, con Regno Unito, Norvegia e Islanda, questo costo arriva fino a 15,97 miliardi.
A fronte di questi impatti, i benefici economici appaiono relativamente contenuti. Lo studio stima che l’industria della pesca a strascico generi circa 180 milioni di euro di profitti annui, una cifra che risulta fino a 90 volte inferiore rispetto ai costi complessivi sostenuti dalla società.
Anche considerando i benefici indiretti, il quadro non cambia radicalmente. La pesca a strascico contribuisce per appena il 2% all’apporto di proteine animali in Europa, per un valore stimato di 2,46 miliardi di euro. Sul fronte occupazionale, impiega meno di 20.000 persone, generando un beneficio sociale di circa 1,78 miliardi. Un dato rilevante riguarda il confronto con la pesca su piccola scala, che in Europa garantisce circa tre volte più posti di lavoro, a fronte di un impatto ambientale generalmente inferiore.
Come sottolinea Rashid Sumaila, economista della University of British Columbia e tra gli autori dello studio, “le analisi costi-benefici devono andare oltre le ristrette metriche di mercato e includere l’intera gamma degli impatti economici”.
Il caso italiano e la scarsa considerazione delle aree protette
In Europa operano oltre 4.900 pescherecci a strascico, che cumulano più di 5,5 milioni di ore di pesca annue. Di questi, circa 1.140 battono bandiera italiana, con oltre 1,4 milioni di ore di attività ogni anno.
La quasi totalità dello sforzo di pesca nella zona economica esclusiva (ZEE) italiana è attribuibile a imbarcazioni nazionali, con una presenza marginale di Malta.
Particolarmente rilevante è il tema della sovrapposizione tra pesca a strascico e aree marine protette (AMP), che dovrebbero rappresentare gli spazi più tutelati per la conservazione degli ecosistemi marini. In Italia, circa il 10,7% della ZEE rientra formalmente in una qualche forma di protezione, ma i dati mostrano che ciò non equivale necessariamente a un divieto effettivo delle attività più impattanti.
All’interno di queste aree, infatti, si registrano comunque quasi 200.000 ore annue di pesca a strascico. Si tratta di un dato significativo, perché indica che una quota non trascurabile dello sforzo di pesca continua a concentrarsi anche in zone che, almeno sulla carta, dovrebbero limitare o escludere pratiche dannose per i fondali.
Verso una revisione delle politiche europee
Negli ultimi anni, la Commissione europea e diversi Stati membri hanno iniziato a discutere restrizioni più severe sulla pesca a strascico, soprattutto all’interno delle aree protette. Il dibattito si inserisce nel più ampio quadro degli obiettivi climatici e di tutela della biodiversità fissati dall’Unione europea.
Secondo Enric Sala, coautore dello studio, “la pesca a strascico nelle acque europee non è solo un disastro ambientale, ma anche un fallimento economico”. Per Sala, vietare questa pratica nelle aree marine protette rappresenta “un primo passo fondamentale”, capace di generare benefici per il clima, l’ecosistema e, nel lungo periodo, anche per il settore della pesca.
Lo studio valuta anzitutto l’opzione delle limitazioni spaziali. Attraverso il divieto o la restrizione della pesca a strascico all’interno delle AMP, si otterrebbe una immediata riduzione delle emissioni che definirebbe una maggiore tutela degli habitat e, sul lungo periodo, un recupero degli stock ittici. Altra possibilità individuata è la riduzione dello sforzo di pesca, cioè del tempo e dell’intensità con cui le flotte operano. Questo può avvenire attraverso quote, limiti alle licenze, chiusure stagionali o programmi di riduzione della flotta, ma deve essere progettato con attenzione per evitare effetti controproducenti, come la concentrazione dell’attività in aree più ristrette.
Una possibile leva di intervento riguarda infine la riallocazione dei sussidi pubblici, che oggi sostengono in parte il settore. Secondo i ricercatori, reindirizzarli verso la riconversione delle flotte e la promozione di tecniche meno impattanti potrebbe facilitare la transizione, riducendo i costi complessivi per la collettività.

