Il ministero cinese del Commercio ha condannato venerdì la nazionalizzazione di British Steel approvata dal governo britannico, dichiarando che Pechino “si oppone fermamente” alla decisione e si dice “profondamente insoddisfatta” della scelta di Londra. Nella nota, il ministero ha avvertito che il provvedimento ha danneggiato la fiducia delle imprese cinesi negli investimenti nel Regno Unito e ha chiesto al governo britannico di rispettare gli obblighi previsti dall’accordo bilaterale sulla protezione degli investimenti e di garantire un trattamento equo alle aziende cinesi presenti sul territorio.

Il governo di Londra aveva annunciato giovedì di aver fatto approvare la legislazione necessaria a portare British Steel sotto il controllo pubblico, fino ad allora di proprietà del gruppo cinese Jingye, per tutelare la capacità nazionale di produzione dell’acciaio dopo che l’azienda aveva avviato l’iter per la chiusura degli altiforni dello stabilimento di Scunthorpe.

Il Department for Business and Trade ha spiegato che la nazionalizzazione salverà migliaia di posti di lavoro e proteggerà l’interesse nazionale, garantendo la produzione interna di acciaio destinato a grandi opere infrastrutturali e al settore della difesa. Il segretario al Commercio Peter Kyle ha dichiarato che “British Steel appartiene ora al popolo britannico” e che l’obiettivo del governo è ora stabilizzare l’azienda, sostenere le comunità che dipendono da essa e costruire un settore siderurgico sostenibile, competitivo e decarbonizzato.

La posizione di Pechino e gli obblighi bilaterali invocati

Secondo la ricostruzione fornita dal ministero cinese del Commercio, British Steel accumulava perdite da anni prima dell’acquisizione da parte di Jingye, avvenuta nel 2020, e il gruppo avrebbe successivamente iniettato ingenti capitali nell’azienda, sostenendone l’attività e preservando i posti di lavoro. Il ministero ha accusato il governo britannico di aver ignorato il contributo di Jingye all’economia e alla società del Regno Unito, e di aver invocato motivi di sicurezza nazionale per giustificare prima l’assunzione del controllo operativo e poi la nazionalizzazione dell’azienda, ledendo così i legittimi interessi del gruppo cinese.

Pechino ha chiesto al governo britannico di attenersi alle regole internazionali pertinenti e di adempiere in buona fede agli obblighi previsti dall’accordo di protezione degli investimenti tra Cina e Regno Unito, garantendo alle imprese a capitale cinese un trattamento equo e imparziale. Il ministero ha inoltre annunciato che seguirà con attenzione gli sviluppi della vicenda, sosterrà le imprese che intendano tutelare i propri diritti per via legale e adotterà “misure risolute” per salvaguardare gli interessi delle aziende cinesi.

Come si è arrivati alla nazionalizzazione

Il governo britannico aveva assunto il controllo operativo degli impianti di British Steel a Scunthorpe nel 2025, dopo che Jingye aveva preso in considerazione la chiusura degli altiforni dello stabilimento. Il gruppo cinese aveva tuttavia mantenuto la proprietà formale dell’azienda, limitando di fatto la capacità del governo di determinarne il futuro fino all’approvazione della legge di nazionalizzazione. Un valutatore indipendente sarà ora incaricato di stabilire se a Jingye spetti un indennizzo, e in che misura: nelle settimane precedenti il gruppo cinese aveva più volte rivendicato gli investimenti effettuati dal 2020, sostenendo di aver speso oltre 1,2 miliardi di sterline, pari a circa 1,4 miliardi di euro, per mantenere in funzione l’impianto a fronte di quella che ha definito una “persistente instabilità produttiva”.

Gli altiforni di Scunthorpe sono gli ultimi nel Regno Unito in grado di produrre acciaio primario direttamente da materie prime come minerale di ferro e coke. British Steel e le aziende che l’hanno preceduta producono acciaio nel sito da oltre 130 anni, sulla base delle tecnologie siderurgiche sviluppate nel Regno Unito durante la Rivoluzione industriale. Lo stabilimento dà oggi lavoro a circa 2.700 persone. Senza l’intervento pubblico, il Regno Unito sarebbe diventato l’unico paese del G7 privo di una capacità nazionale di produrre acciaio vergine, con conseguenze dirette sulla sicurezza degli approvvigionamenti per settori strategici come le infrastrutture ferroviarie e la difesa.

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