Il rincaro dei prezzi di petrolio e gas innescato dalla guerra in Iran è stato finora nettamente più contenuto di quanto la sola entità dello shock avrebbe fatto prevedere, secondo un’analisi pubblicata lunedì 27 luglio sul blog della Banca centrale europea (Bce). Gli economisti Lea Demuth, Ana-Simona Manu e Arthur Stalla-Bourdillon spiegano che la combinazione di scorte più elevate, in particolare in Cina, di un surplus di offerta legato alla produzione record di petrolio di scisto statunitense e di aspettative di una rapida soluzione del conflitto ha finora attutito un impatto sui mercati energetici che, in termini di volumi sottratti all’offerta globale, è più grave di quello causato dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
Secondo l’analisi, i raid militari tra Stati Uniti, Israele e Iran avviati a fine febbraio 2026 hanno portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz, interrompendo il transito di circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio, un quinto dell’offerta mondiale. Pur con le mitigazioni consentite dagli oleodotti sauditi ed emiratini, il conflitto ha comunque provocato una perdita media di circa 14 milioni di barili al giorno, pari al 14 per cento dell’offerta globale, contro appena l’1 per cento sottratto dalla guerra in Ucraina, dato che gran parte della produzione russa ha continuato a raggiungere i mercati nonostante le sanzioni. Sulla base di modelli storici, uno shock di queste dimensioni avrebbe dovuto tradursi in un aumento dei prezzi del petrolio fino al 105 per cento; l’incremento osservato a inizio giugno era invece pari al 29 per cento rispetto ai livelli pre-conflitto, dopo aver toccato un picco superiore al 50 per cento, un rialzo paragonabile, in proporzione, al 30 per cento registrato al culmine della crisi ucraina del 2022.
Il ruolo della Cina e delle scorte strategiche
Tra i fattori che hanno attutito l’impatto sui prezzi, gli analisti della Bce citano innanzitutto le condizioni di partenza del mercato: l’offerta di petrolio presentava un surplus di circa 2,5 milioni di barili al giorno all’inizio del conflitto, sostenuto dalla produzione record statunitense e dalla transizione cinese verso i veicoli elettrici, contro un deficit di circa 1 milione di barili al giorno alla vigilia della guerra in Ucraina. A questo si è aggiunto il livello delle scorte: secondo il blog, le riserve cinesi di greggio sono passate da una copertura di 92 giorni di importazioni nel 2023 a circa 115 giorni all’inizio del 2026, un cuscinetto che si è sommato a scorte Ocse più consistenti rispetto al 2022. Gli autori descrivono questo fenomeno come un “notevole accumulo di scorte” da parte di Pechino, indicandolo tra le determinanti principali della relativa stabilità dei prezzi, accanto ad altri fattori di peso paragonabile.
Un ruolo importante è stato giocato anche dalla domanda più debole, in particolare in Asia: il calo dei consumi petrolchimici cinesi e della domanda di carburante per aviazione in Medio Oriente hanno spinto l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) a rivedere al ribasso di 3 milioni di barili al giorno le proprie previsioni sulla domanda globale per il secondo trimestre 2026, stimando ora un calo tendenziale di circa il 2 per cento, una contrazione più ampia di quella osservata dopo l’invasione dell’Ucraina. Anche la risposta dei governi è stata più incisiva rispetto al 2022: l’Aie ha coordinato un rilascio di scorte strategiche pari a 400 milioni di barili, più del doppio dei 182 milioni liberati durante la crisi ucraina.
Un impatto più contenuto anche sul gas
Le stesse dinamiche, secondo la BCE, spiegano anche perché i prezzi del gas abbiano reagito in modo più contenuto rispetto ai precedenti storici, nonostante le due crisi abbiano sottratto volumi comparabili, pari a circa il 9 per cento della domanda combinata di Europa e Asia. Lo Stretto di Hormuz rappresenta circa il 20 per cento dell’offerta mondiale di gas naturale liquefatto, corrispondenti a circa 110 miliardi di metri cubi l’anno, mentre la crisi ucraina aveva colpito soprattutto il gas via gasdotto, con un impatto concentrato in Europa e un calo delle esportazioni russe verso il continente di 126 miliardi di metri cubi nel 2022. Il prezzo di riferimento europeo, il Ttf di Amsterdam, era salito del 53 per cento a inizio giugno, a 49 euro al megawattora, contro un aumento atteso, sulla base dei precedenti storici, di circa l’81 per cento.
Gli economisti della Bce attribuiscono questo scarto soprattutto alla minore concorrenza asiatica per le forniture di gas naturale liquefatto, in un contesto di mercato europeo meno teso rispetto al 2022 grazie alla diversificazione già avviata dopo la rottura con la Russia. A differenza di quanto avvenuto nel 2022, quando l’Europa competeva aggressivamente con l’Asia per accaparrarsi le forniture disponibili, nel 2026 il differenziale tra il benchmark asiatico e quello europeo si è mantenuto contenuto, riflettendo una maggiore flessibilità della domanda asiatica, sostenuta anche dalla sostituzione tra gas e carbone in Cina.
I rischi legati alla fragilità della tregua e il contesto per la BCE
Gli autori avvertono tuttavia che la situazione resta instabile, sottolineando come le condizioni nello Stretto di Hormuz, e di conseguenza sui mercati energetici globali, siano soggette a forti oscillazioni, soprattutto dopo la nuova impennata dei prezzi registrata a luglio in seguito alla ripresa degli scontri tra Stati Uniti e Iran. Una chiusura prolungata dello stretto, spiegano gli economisti, esaurirebbe progressivamente i margini di sicurezza attualmente disponibili sulle scorte, alimentando il rischio di nuove pressioni al rialzo sui prezzi. Una riapertura duratura, al contrario, potrebbe generare un effetto opposto, dato che i mercati sono entrati nel 2026 con aspettative di ampi surplus di offerta.
L’analisi arriva in un momento di relativa distensione: dopo quasi due settimane di attacchi seguiti al collasso di una tregua di 60 giorni, Stati Uniti e Iran hanno sospeso gli scambi di colpi lo scorso venerdì, un allentamento che si è mantenuto nei giorni successivi pur restando, secondo diverse fonti, fragile. Lunedì il Brent è sceso sotto i 90 dollari al barile, dopo aver superato i 100 dollari la settimana precedente, mentre il rendimento del Bund tedesco a dieci anni, il riferimento per l’area euro, è arretrato al 3,13 per cento dal massimo in quindici anni del 3,21 per cento toccato il 23 luglio, giorno in cui la Bce ha lasciato invariato il tasso sui depositi al 2,25 per cento. Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, tuttavia, restava lunedì ben al di sotto dei livelli pre-bellici, segno che la normalizzazione dei mercati energetici resta tutt’altro che scontata.

