La possibile riapertura del dossier islandese sull’adesione all’Unione europea torna a intrecciare sicurezza, geopolitica ed economia, mentre Bruxelles e Reykjavík si misurano di nuovo con il nodo più sensibile dei negoziati: la pesca. In questo quadro, la Commissione europea starebbe valutando una deroga alla politica comune della pesca per agevolare un eventuale riavvicinamento dell’Islanda all’UE, secondo quanto riferito dal commissario europeo per la Pesca, Kostas Kadis, in un’intervista al Financial Times.

L’Islanda fa già parte dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA) e dello Spazio economico europeo (SEE), il che significa che gode di tutti i vantaggi del mercato unico europeo e fa parte dell’area Schengen. Tuttavia, sebbene l’Islanda sia un membro fondatore della NATO, non possiede un proprio esercito e per decenni si è affidata agli Stati Uniti per la propria protezione.

Il governo islandese ha riaperto lo scorso marzo il dibattito pubblico sulla ripresa dei negoziati di adesione all’Unione europea sulla scia dei problemi economici e, soprattutto, delle preoccupazioni relative alla sicurezza derivanti dalla guerra in Ucraina e dalle minacce degli Stati Uniti di annettere la Groenlandia.

Entro maggio, l’Althingi (il parlamento islandese), si dovrà esprimere sulla risoluzione per organizzare un referendum il prossimo 29 agosto per il riavvio dei negoziati di adesione all’UE, iniziati nel 2010, ma che si erano interrotti nel 2013 a seguito della salita al potere di partiti euroscettici soprattutto su dossier sensibili come pesca e agricoltura.

In parallelo proprio a seguito delle minacce di annessione della Groenlandia – territorio semi-autonomo della Danimarca – da parte degli Stati Uniti, lo scorso gennaio, l’esecutivo europeo ha deciso avviare una revisione per la sua strategia nell’Artico, cercando di attirare anche Norvegia e Islanda. Lo scorso aprile, la Commissione ha nominato un consigliere speciale per le relazioni Artico-UE, l’ex vicepresidente dell’esecutivo UE ed ex premier finlandese, Jyrki Tapani Katainen.

Bruxelles pronta a politiche più flessibili

A una settimana dalla sua visita in Islanda avvenuta il 17 aprile, Kadis ha sottolineato al quotidiano britannico che vi è “sicuramente margine di flessibilità” nei confronti dell’Islanda, mentre l’UE rivede la sua politica sull’acquacoltura, in vigore da decenni. Alla domanda se l’UE sarebbe disposta a concedere delle esenzioni all’Islanda, il commissario ha risposto: “Sì, sì. Farà parte delle discussioni”.

Secondo il commissario cipriota è possibile “trovare soluzioni a questioni complesse, come ad esempio gli accordi di condivisione delle risorse ittiche comuni”. Per Kadis, che lo scorso 16 aprile si è recato in visita in Islanda proprio per discutere gli sviluppi geopolitici stanno avvicinando Reykjavík e Bruxelles.

Messaggi simili sono giunti anche da altri funzionari dell’UE, tra cui la commissaria europea per l’Allargamento, Marta Kos. In un’intervista rilasciata all’emittente radiotelevisiva islandese RÚV a Bruxelles lo scorso 26 marzo, la Commissaria aveva lodato i passi avanti fatti dall’Islanda nel corso degli anni, sottolineando la volontà della Commissione di gestire al meglio i dossier più spinosi come quelli del settore della pesca.

“Credo che se l’Islanda decidesse di proseguire con il processo di adesione, ci troveremmo in una situazione senza precedenti, con una nazione candidata che si è già adattata così tanto alla nostra realtà”, aveva affermato Kos. “E questo – aveva aggiunto ci dà un vantaggio, perché è la prima volta che ci troviamo in una situazione del genere, e dobbiamo capire come gestirla, come affrontare la vostra situazione specifica, come ad esempio il settore della pesca”. Secondo la Commissaria UE non esistono due processi di adesione all’Unione identici, poiché ogni paese ha le proprie caratteristiche uniche.

La questione “ittica” divide ancora

Nonostante le minacce alla sicurezza, il tema “ittico” resta ancora fonte di scetticismo tra la popolazione islandese, dove il settore rappresenta circa il 40% delle esportazioni, con un valore complessivo dell’export di prodotti ittici che nel 2024 è stato di 347 miliardi di corone islandesi (circa 2,4 miliardi di euro).

Nel caso in cui l’Islanda diventasse membro a pieno titolo dell’UE dovrebbe aderire alla Politica comune della pesca  e aprire le sue acque alle flotte pescherecce di altri Paesi dell’UE, perdendo  il controllo sulle quote di pesca e rischierebbe di incorrere nella pesca eccessiva dei suoi stock ittici.

Secondo un recente sondaggio condotto da Maskína per il ministero degli Affari Esteri, oggi in Islanda vi sarebbe un numero maggiore di persone contrarie all’adesione all’Unione europea rispetto a un anno fa. Il 46% degli intervistati si dichiara, infatti, ancora contrario all’adesione, contro il 39,8% registrato nello stesso periodo dell’anno scorso. Tuttavia, sulla ripresa dei negoziati, la percentuale dei favorevoli sale al 42%, mentre quella dei contrari si attesta intorno al 39%.

Per quanto riguarda invece il sostegno all’adesione dell’Islanda alla NATO non è mai stato così alto da quando sono iniziati i sondaggi del ministero degli Affari Esteri nel 2019 con il 72% degli intervistati che sarebbe favorevole all’appartenenza del Paese all’alleanza di difesa.

In un’intervista dopo l’incontro con Kadis lo scorso 17 aprile, la ministra dell’Industria Hanna Katrín Friðriksson ha sostenuto che sia l’Islanda sia l’UE abbiano “molto da offrire” sul terreno della pesca e insiste sul fatto che un eventuale negoziato sarebbe un negoziato vero, non un automatismo. “Abbiamo degli ottimi negoziatori e vorrei solo aggiungere che, naturalmente, mi piacerebbe avere nel team negoziale anche coloro che sono più scettici riguardo alla nostra adesione all’Unione Europea a causa delle questioni relative alla pesca. Sarebbe un grande vantaggio per noi. Vogliamo negoziare nel miglior modo possibile”, ha affermato la ministra.

 

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