Dal 26 al 30 maggio 2026, Nicosia ha ospitato l’European Cultural Heritage Summit, il vertice europeo del patrimonio culturale organizzato da Europa Nostra in cooperazione con l’Europa Nostra Heritage Hub. Sotto il patrocinio della Presidenza cipriota del Consiglio dell’UE, con il sostegno della Commissione europea e di altre importanti istituzioni pubbliche e private e con il motto “Heritage as the Soul of Mare Nostrum”, l’evento ha riunito esperti, istituzioni e decisori politici per esplorare il ruolo geopolitico, sociale e ambientale del patrimonio per l’Europa e per il più ampio spazio mediterraneo. In questo quadro si è inserita la European Heritage Policy Agora 2026, intitolata “Mare Nostrum: Championing Environmental Sustainability through Heritage”, svoltasi nella mattinata del 29 maggio al CYENS Centre of Excellence di Nicosia.

Di seguito il testo integrale dell’intervento di Luca Jahier, già Presidente del Comitato economico e sociale europeo (2018-2020) e attualmente Vicepresidente ESG & Euromed del CESE.

L’intervento si è svolto nella sessione introduttiva, aperta dall’ex Commissaria europea Androulla Vassiliou, Vicepresidente di Europa Nostra, e seguita dal Commissario europeo Costas Kadis, dalla Viceministra per la Cultura di Cipro Vasiliki Kassianidou e da S.A.R. la Principessa Dana di Giordania, Presidente del National Trust di Petra.

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Ci incontriamo oggi a Nicosia – l’ultima capitale divisa d’Europa.

Ma anche, e forse è più importante, una città in cui il patrimonio non è qualcosa di astratto.

A poche strade da qui, nella zona cuscinetto di Nicosia, il patrimonio è rimasto sospeso nel tempo – edifici, strade, memorie – appeso tra il conflitto passato e una possibilità futura.

Eppure, perfino qui, osserviamo qualcosa di straordinario.

Oltre la linea di divisione, iniziative bicomunali – sostenute negli anni dall’UE e da partner internazionali – hanno lavorato insieme per restaurare il patrimonio condiviso: chiese, moschee, siti storici.

Non come esercizio estetico. Ma come una pratica concreta e duratura per ricostruire la fiducia, passo dopo passo, pietra dopo pietra.

Questo ci dice una cosa fondamentale: il patrimonio non è solo ciò che il conflitto distrugge.

È anche ciò che può aiutare le società a riconnettersi dopo il conflitto e persino durante il conflitto.

Ed è esattamente per questo che questa discussione è importante.

Perché se c’è una cosa che stiamo lentamente cominciando a capire in Europa, è questa: il Mediterraneo non è il nostro confine. È il nostro sistema condiviso.

Un sistema sotto pressione. Cambiamento climatico, frammentazione geopolitica, dipendenza energetica, squilibri demografici – tutte queste forze non sono crisi separate. Si alimentano a vicenda.

Siamo oggi intrappolati in un circolo vizioso: la dipendenza energetica alimenta l’instabilità, l’instabilità alimenta il conflitto e il conflitto approfondisce la vulnerabilità climatica.

Ora la vera domanda è: il patrimonio può aiutare a spezzare questo circolo?

A prima vista può sembrare controintuitivo. Ma io sostengo il contrario.

Perché il patrimonio non riguarda il passato. Il patrimonio riguarda il modo in cui le società organizzano nel tempo la continuità, l’identità e la resilienza.

E questo lo rende una risorsa strategica – non decorativa.

Oggi l’Unione europea sta cercando di riposizionare la propria relazione con la regione attraverso il suo Nuovo Patto per il Mediterraneo.

In sintesi, si tratta di passare:

  • da una politica di vicinato a uno spazio geopolitico condiviso;
  • dagli aiuti al coinvestimento;
  • e dalla cooperazione alla coprogettazione.

Adottato lo scorso novembre, poche settimane fa la Commissione europea ha presentato il piano d’azione per il 2026, con 21 azioni chiave da attuare e interamente finanziate.

Due di esse sono profondamente legate alle priorità culturali: l’Università Mediterranea e la protezione e valorizzazione del patrimonio culturale.

Ed è qui che il patrimonio diventa trasformativo.

Vorrei suggerire tre aspetti molto concreti – con esempi tratti dal nostro mare condiviso.

Primo: il patrimonio come motore di resilienza climatica

In molte regioni del Mediterraneo, la conoscenza tradizionale offre già soluzioni che oggi stiamo cercando di reinventare.

Prendiamo gli antichi sistemi di gestione dell’acqua degli Aflaj in Oman, Patrimonio UNESCO dal 2006, o sistemi simili a gravità diffusi in Nord Africa e nel Levante.

Sono infrastrutture a basso consumo energetico, adattate al clima, che garantiscono la distribuzione dell’acqua in ambienti aridi.

O guardiamo più da vicino questa regione: l’architettura tradizionale in pietra di Cipro e del Mediterraneo orientale, progettata per “respirare”, regolare la temperatura e minimizzare il consumo energetico – principi oggi riscoperti nell’edilizia sostenibile.

Questo non è il patrimonio come memoria. Questo è il patrimonio come tecnologia per l’adattamento.

Secondo: il patrimonio come stabilizzatore economico e sociale

In contesti fragili, il patrimonio può creare mezzi di sussistenza dove esistono poche alternative.

Pensate al recupero del centro storico della Medina di Tunisi. I progetti di restauro non solo hanno preservato l’identità culturale, ma hanno anche sostenuto l’occupazione locale, l’artigianato e le piccole imprese – ancorando comunità che altrimenti potrebbero essere spinte verso la migrazione o l’instabilità.

O prendete il lavoro intorno a Petra, dove la gestione del patrimonio basata sulla comunità – sostenuta con forza dalle organizzazioni locali – è sempre più collegata al turismo sostenibile e alla resilienza economica locale.

In questi casi, il patrimonio non è un costo.

È un ecosistema socio-economico, capace di fornire crescita, occupazione e un futuro sostenibile per comunità e regioni.

Terzo: il patrimonio come ponte geopolitico

In una regione segnata dalla frammentazione, la cultura rimane spesso l’ultimo spazio condiviso.

La cooperazione transmediterranea sul patrimonio – dalla ricerca archeologica congiunta alle partnership tra musei – continua anche quando il dialogo politico è congelato.

E questo è importante.

Perché la fiducia non si costruisce solo attraverso i trattati e il negoziato diplomatico, pur rilevanti.

Si costruisce attraverso lavoro condiviso, conoscenza condivisa e narrazioni condivise.

Ma – e qui voglio essere molto diretto – questo potenziale non si realizzerà da solo.

Se il patrimonio rimane confinato nel silos culturale, resterà marginale.

Se invece viene integrato:

  • nella politica climatica;
  • nelle strategie di transizione energetica;
  • nei sistemi di istruzione e competenze;
  • e nelle relazioni esterne;

allora diventa sistemico.

Ecco perché uno degli elementi più promettenti dell’emergente agenda mediterranea è il focus su istruzione, università e giovani.

Perché in ultima analisi, l’infrastruttura reale del Mediterraneo non sono i gasdotti o i porti.

Sono le persone, la conoscenza e le relazioni.

Uno spazio mediterraneo di università, ricerca e mobilità può fare per questa regione ciò che Erasmus ha fatto per l’Europa: creare generazioni che cooperano per impostazione predefinita.

Voglio concludere con un pensiero semplice.

Se vogliamo un Mediterraneo stabile, sostenibile e pacifico, non possiamo costruirlo solo attraverso politiche di sicurezza, energia o migrazione: recinzioni, confini o il pattugliamento del Mediterraneo come un cimitero che cresce.

Abbiamo bisogno di qualcosa di più profondo.

Abbiamo bisogno di una narrazione condivisa del futuro.

E il patrimonio – se lo comprendiamo correttamente – non riguarda la conservazione delle pietre. Riguarda rendere quel futuro condiviso immaginabile, credibile e desiderabile.

Mare Nostrum, luogo di lunga storia di civiltà, guerre, scontri ma anche produttive intersezioni tra le tre religioni monoteiste, luogo di immense sfide — pensate alla demografia, ai cambiamenti climatici, alle migrazioni — potrebbe e dovrebbe tornare ad essere la culla del progresso sostenibile condiviso e della PACE.

Questa è la vera sfida che ci attende.

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