Il governo serbo ha proposto ieri (7 settembre) lo scioglimento del Parlamento, dando di fatto il via libera al percorso verso elezioni anticipate che potrebbero tenersi in ottobre. La decisione arriva dopo quasi due anni di forti tensioni politiche e proteste di massa – seguite al crollo della stazione ferroviaria di Novi Sad – rivolte al presidente Aleksandar Vučić e alla classe politica attuale, accusata di corruzione.
Il primo ministro Đuro Macut ha sostenuto che il ricorso alle urne possa contribuire a rafforzare le istituzioni e ridurre le tensioni nel Paese. “Le elezioni non sono mai state un segno di debolezza dello Stato”, ha dichiarato Macut, definendo il voto una prova della forza democratica della Serbia.
La decisione finale spetta ora a Vučić. Secondo la legislazione serba, il presidente dispone di 72 ore dalla ricezione della proposta del governo per decidere se sciogliere il Parlamento. Vučić aveva già anticipato nei mesi scorsi la possibilità di convocare elezioni anticipate, ma senza mai chiarire se si trattasse di politiche o di presidenziali.
Vučić, con le sue dichiarazioni, aveva tra l’altro fatto storcere il naso a molti. Vista la scarsa popolarità sua e del suo partito – il Partito Progressista Serbo (SNS), erede dei nazionalisti del Partito Radicale (SRS) – si riteneva che la scelta di anticipare le elezioni non fosse determinata da un vero spirito democratico, quanto dalla volontà di giocare d’astuzia sugli studenti in protesta, in modo che questi non potessero fare in tempo a organizzare una lista autonoma (in caso di politiche) o a trovare un candidato presidente )in caso di presidenziali).
Serbia verso elezioni anticipate, resta il nodo del voto parlamentare oltre alle presidenziali
Pare dunque che si andrà al voto proprio nei giorni in cui ricorrerà il secondo anniversario della tragedia che ha portato gli studenti a ribellarsi al presidente, al governo e ai partiti tradizionali. Era il 1° novembre 2024 quando a Novi Sad, capitale del Vojvodina, regione a nord di Belgrado, la pensilina della stazione ferrorviaria, sulla quale erano stati da poco eseguiti dei non necessari lavori di ristrutturazione, crollò uccidendo sedici persone.
L’evento ha alimentato un vasto movimento di protesta guidato dagli studenti, che hanno organizzato manifestazioni in tutta la Serbia chiedendo maggiore trasparenza, responsabilità istituzionale e giustizia per le vittime. Da allora, il movimento studentesco ha corso con dei candidati propri nelle elezioni amministrative che si sono svolte nel Paese, ed è presagibile che intendano fare lo stesso anche per le tornate nazionali. Al momento, restano però da definire tanto il nome della lista quanto il candidato alla carica di primo ministro.
Sul fronte governativo, SNS ha invece deciso di presentarsi alle elezioni con il nome “Serbia Unita”, indicando proprio Vučić come candidato premier. L’attuale presidente ha più volte affermato che sarebbe pronto a lasciare la presidenza qualora assumesse la guida del governo. In quel caso, la presidenza ad interim passerebbe ad Ana Brnabić, attuale presidente del Parlamento ed ex primo ministro, sempre esponente di SNS.
I sondaggi indicano una competizione potenzialmente molto più serrata rispetto alle precedenti elezioni. SNS e movimento studentesco appaiono come le principali forze in campo, mentre i partiti minori rischiano di non superare la soglia elettorale. Da tempo, alcuni partiti di opposizione sono in contatto con gli studenti per creare una coalizione che possa sfidare il partito di maggioranza, anche perché spaventati dall’ipotesi che – data la trasversalità interna al movimento studentesco – una vittoria in solitaria di quest’ultimo non garantisca stabilità al Paese.
Le elezioni saranno seguite con particolare attenzione da Bruxelles. Il percorso della Serbia verso l’adesione all’Unione europea è infatti da tempo rallentato dalle preoccupazioni di Commissione e Parlamento sullo Stato di diritto, sulla libertà dei media e sul rispetto degli standard democratici. A complicare ulteriormente i rapporti è la posizione di Belgrado sulla guerra in Ucraina. La Serbia non ha infatti aderito alle sanzioni europee contro la Russia, nonostante le pressioni di Bruxelles per un maggiore allineamento della politica estera serba a quella dell’Unione.

