Per quasi cinquant’anni – dalla Rivoluzione islamica del 1979 – l’Iran ha costruito in modo costante e deliberato una propria strategia informativa, presentandosi non soltanto come uno Stato, ma come il centro spirituale e il difensore dell’intero mondo sciita. Questa politica non era rivolta soltanto al pubblico interno, ma era anche concepita per influenzare l’opinione pubblica internazionale.
La Repubblica islamica ha seguito per decenni una linea chiaramente definita, che è stata applicata con grande efficacia durante il funerale di Ali Khamenei.
Nel corso di tale evento importanti testate giornalistiche internazionali, come Reuters, Associated Press, BBC, Al Jazeera, Euronews e numerose pubblicazioni europee sono cadute in trappole informative. Alcuni dettagli sono rimasti fuori dalle riprese durante le trasmissioni internazionali, sebbene proprio questi elementi avrebbero dovuto rappresentare il principale oggetto dell’attenzione dei media stranieri.
Ad esempio, i principali media mondiali non hanno riportato l’enorme lavoro preparatorio compiuto dal regime per accogliere un numero straordinariamente elevato di persone – circa 40 milioni, quasi la metà della popolazione del Paese.
Secondo quanto riferito, per i partecipanti al funerale sarebbero stati preparati circa 50 milioni di pani, oltre a 5.000 moschee e 700 scuole destinate ad ospitare i partecipanti e i pellegrini in arrivo. Ai negozi di alimentari è stato ordinato di rimanere aperti 24 ore su 24 durante gli eventi di lutto, con prezzi fissati al 50% in meno rispetto ai valori di mercato. Tutto ciò avveniva in un contesto di grave crisi economica nel Paese; secondo dati ufficiali, l’inflazione dei prezzi alimentari aveva raggiunto circa il 70%.
È stato riferito che a Teheran sono stati installati dieci punti gratuiti di accesso a internet ad alta velocità tramite fibra ottica per garantire le comunicazioni, nonostante solo pochi mesi prima, durante la rivolta di gennaio provocata dalle difficoltà economiche, le autorità iraniane avessero completamente interrotto l’accesso a internet e limitato le comunicazioni telefoniche in tutto il Paese. Il numero delle vittime della repressione di quelle proteste è stato stimato intorno alle 30.000 persone secondo dati ufficiali, mentre alcune fonti non ufficiali hanno indicato cifre fino a 45.000.
La Mezzaluna Rossa iraniana ha allestito 1.000 tende nel Parco Mellat per i visitatori e le persone in lutto. Gli hotel di Teheran hanno offerto sconti del 50% durante il periodo del funerale e oltre 1.000 taxi gratuiti sono stati messi a disposizione nella città per trasportare i partecipanti alla cerimonia.
Nel frattempo, quasi nessuno ha sollevato la questione di come siano state organizzate le riprese su larga scala – comprese le immagini aeree del corteo funebre – considerando che lo spazio aereo iraniano era sottoposto a restrizioni in quel periodo a causa della minaccia di possibili attacchi da parte degli Stati Uniti o di Israele.
I media mondiali sono stati saturati dalle immagini di donne e uomini in lacrime che portavano ritratti di Ali Khamenei. Molte delle donne che piangevano davanti alle telecamere stavano eseguendo i cosiddetti Navvāheh, lamenti funebri tradizionali, canti di dolore e invocazioni religiose che fanno parte della cultura funeraria sciita.
Lo stesso vale per gli uomini, che eseguivano i Marsiyeh, canti e versi religiosi di lutto. Gli interpreti dei marsiyeh, conosciuti come Marsiyeh-khān, sono partecipanti tradizionali di tali cerimonie e questo ruolo è ricoperto nella maggior parte dei casi da uomini.
Si tratta di una tradizione religiosa secolare che accompagna quasi tutte le principali cerimonie di lutto sciite. Tuttavia, sono stati proprio questi elementi storici e culturali a essere quasi completamente ignorati dai media mondiali, che si sono limitati invece allo spettacolo visivo del lutto collettivo.
I versetti del Corano dedicati alle delegazioni straniere
Un altro momento simbolico che i media mondiali hanno in gran parte mancato di notare si è verificato nel principale complesso del lutto, il Grande Mosalla Imam Khomeini, dove i rappresentanti delle delegazioni straniere che entravano nella sala potevano vedere, direttamente sopra la bara del defunto, un’iscrizione in persiano che iniziava con un versetto della Sura Saba (34:46): “Vi esorto a una sola cosa: che vi leviate per Allah, a due a due e singolarmente”.
Dopo questo, ogni volta che arrivava una delegazione straniera, venivano recitati specifici versetti del Corano. Non si trattava di estratti casuali: costituivano messaggi specifici rivolti a determinati Stati – un preciso linguaggio diplomatico codificato all’interno del testo religioso, che è sfuggito completamente all’attenzione dei media mondiali.
L’episodio che ha coinvolto la delegazione degli Emirati Arabi Uniti ha attirato particolare attenzione. Negli ultimi anni, la leadership iraniana ha ripetutamente accusato gli Emirati Arabi Uniti di mantenere legami troppo stretti con Israele. Dopo la normalizzazione delle relazioni tra Emirati e Israele attraverso gli Accordi di Abramo, Teheran ha iniziato a considerare Abu Dhabi come uno dei partner regionali di Israele. Queste accuse sono diventate particolarmente dure nei periodi di maggiore tensione tra Iran e Israele.
Per la delegazione degli Emirati Arabi Uniti, durante la cerimonia è stato recitato un versetto della Sura Al-Hadid (57:20): “Sappiate che la vita di questo mondo non è altro che divertimento, distrazione, ornamento, vanteria reciproca e competizione nell’accrescere ricchezze e figli”.
La scelta di questo versetto può essere interpretata come un messaggio simbolico, che potrebbe essere letto come un’allusione all’allontanamento dai valori islamici tradizionali in favore di stretti rapporti con l’Occidente e Israele, oltre che come un richiamo al fatto che la ricerca della ricchezza e dell’influenza non dovrebbe sostituire i principi religiosi e politici.
Per la Turchia, durante la cerimonia è stato recitato un versetto della Sura An-Nisa (4:95), che affronta la distinzione tra coloro che si impegnano sulla via di Allah e coloro che rimangono passivi. Alcuni osservatori vi hanno visto un riferimento simbolico all’aspettativa che Ankara assuma un ruolo più attivo negli affari regionali.
Per l’Azerbaigian, è stato recitato un versetto della Sura Al-Anfal (8:61): “E se inclinano verso la pace, inclina anche tu verso di essa e affidati ad Allah”. Questa scelta può essere letta come un segnale simbolico favorevole alla distensione e alla comprensione reciproca nelle relazioni tra Azerbaigian e Iran, che negli ultimi anni hanno attraversato un periodo difficile.
Anche i versetti recitati per la delegazione russa hanno attirato particolare attenzione. Per i rappresentanti russi sono stati recitati due passaggi. Il primo, dalla Sura Al-Qasas (28:83), “Quella dimora dell’Aldilà la assegniamo a coloro che non desiderano la superiorità sulla terra né la corruzione. E il buon esito appartiene ai timorati di Dio”. Il secondo, dalla Sura Al-Anfal (8:13), “Questo perché si opposero ad Allah e al Suo Messaggero. E chiunque si oppone ad Allah e al Suo Messaggero sappia che Allah è severo nel castigo”.
Per la delegazione del Pakistan, durante la cerimonia è stato recitato un versetto della Sura Al-Isra (17:80): “Signore mio, fammi entrare con un ingresso sincero e fammi uscire con un’uscita sincera e concedimi da parte Tua un’autorità che mi sostenga”.
Gli eventi di lutto al di fuori del funerale
Non soltanto a Teheran si sono limitati gli eventi di lutto. Le città sante del mondo sciita – Najaf e Karbala in Iraq – hanno avuto una particolare importanza.
Najaf è il luogo di sepoltura dell’Imam Ali, cugino e genero del profeta Maometto, che gli sciiti considerano il primo imam e uno dei principali fondatori spirituali della tradizione sciita. Karbala è associata al nome dell’Imam Hussein ibn Ali, nipote del profeta Maometto e terzo imam sciita, ucciso nella battaglia di Karbala nel 680 d.C. Per gli sciiti di tutto il mondo, Karbala rimane uno dei luoghi più sacri, simbolo di lotta, sacrificio e resistenza contro l’ingiustizia.
L’organizzazione degli eventi di lutto in queste città aveva un profondo significato simbolico, volto a dimostrare che il rispetto per Ali Khamenei andava oltre i confini della Repubblica islamica ed era legato alla più ampia storia del mondo sciita.
Tutto questo costituiva una narrazione completamente falsa. In Iran le persone hanno opinioni politiche differenti molto diverse tra di loro, in alcuni luoghi sostenitori convinti del governo, in altri suoi oppositori. Non esiste un pieno e reale sostegno nei confronti del regime o di Ali Khamenei personalmente. Al contrario, è molto più frequente la paura, il risentimento e l’odio nei confronti delle autorità.
La realtà dei cittadini oltre alla narrazione del regime
La percezione del regime si è delineata in modo particolarmente netto dopo il tragico terremoto nella città di Bam, avvenuto il 26 dicembre 2003.
Le persone scavavano tra le macerie a mani nude, nella speranza di trovare vivi i propri familiari. Non c’erano mezzi di soccorso, non vi era un intervento organizzato di aiuti e mancavano gravemente cibo e acqua. Gli abitanti disperati cercavano di sopravvivere in mezzo al caos totale.
Alla ricerca di beni di prima necessità, le persone iniziarono a saccheggiare negozi, magazzini alimentari e depositi di rifornimenti dell’esercito e della polizia.
Gli aiuti internazionali – squadre di soccorso, attrezzature specializzate e forniture umanitarie provenienti da diversi Paesi – iniziarono ad arrivare soltanto in un secondo momento. Ma nelle prime ore e nei primi giorni dopo la tragedia, gli abitanti di Bam furono di fatto lasciati ad affrontare completamente da soli le conseguenze della catastrofe.
Alcuni giorni dopo il terremoto, un elicottero iniziò a sorvolare la zona. Pare vi si trovasse la Guida Suprema Ali Khamenei. Molti si aspettavano che sarebbe atterrato, sarebbe sceso tra la popolazione, avrebbe camminato tra le case distrutte e avrebbe parlato con i sopravvissuti. Questo non accadde.
La reazione degli abitanti di Bam fu di rabbia e di insulto nei confronti delle autorità, accusate di ignorare la cittadinanza. Tutti gli sforzi del regime per costruire un’immagine da martire attraverso una cerimonia elaborata, simbolismi e messaggi diplomatici non hanno modificato la percezione fondamentale del regime e del suo leader all’interno dell’Iran stesso.
Per molte persone in quel Paese, lo stesso Rahbar che per decenni aveva definito gli Stati Uniti e Israele “il Grande Satana” era diventato, ai loro occhi, un’incarnazione del male e della violenza.
Con ogni probabilità, molti iraniani hanno sinceramente gioito per la morte dell’ayatollah Ali Khamenei e restano in attesa della caduta del regime attuale. Ma i media mondiali non ne hanno parlato e difficilmente lo faranno.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo pubblicato su EUAlive disponibile qui.

