Il Senato ha approvato nella serata del 23 giugno il disegno di legge che riscrive la disciplina venatoria, con 80 voti favorevoli, 56 contrari e due astenuti. Il testo, a prima firma del capogruppo di Fratelli d’Italia Lucio Malan e sostenuto dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, passa ora all’esame della Camera. Il via libera è arrivato nonostante i rilievi sollevati dalla Commissione europea, che secondo le opposizioni e le associazioni ambientaliste espongono l’Italia al rischio di una nuova procedura d’infrazione.
Il provvedimento, identificato come ddl 1552, interviene sulla legge 157 del 1992, la norma quadro che da quasi trentacinque anni regola la protezione della fauna selvatica e l’esercizio della caccia. È composto da una ventina di articoli e introduce un cambiamento di impostazione: dalla tutela della fauna come bene da proteggere si passa al concetto di “gestione” del patrimonio faunistico, in cui l’attività venatoria viene presentata come strumento che concorre all’equilibrio degli ecosistemi e alla protezione delle produzioni agricole.
I rilievi della Commissione europea
Al centro dello scontro c’è una lettera della Direzione generale Ambiente della Commissione europea, inviata al ministero competente il 18 dicembre 2025 e rimasta riservata per mesi, fino a quando le associazioni Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf Italia ne sono venute in possesso, rendendola pubblica nella primavera del 2026. Nel documento Bruxelles segnala che diverse disposizioni del ddl rischiano di entrare in conflitto con la direttiva Uccelli e con la direttiva Habitat, i due principali strumenti europei per la conservazione della biodiversità. Tra i punti contestati figurano l’estensione dei periodi di caccia oltre il 10 febbraio, il ridimensionamento del parere dell’Ispra e il regime dei richiami vivi.
I rilievi si inseriscono in un contesto già aperto sul piano del contenzioso europeo. L’Italia è destinataria di una lettera di costituzione in mora notificata nel febbraio 2024 sul recepimento delle direttive Uccelli e Habitat, e sulla materia dei richiami vivi pende una procedura avviata nel 2023. Il ministro Lollobrigida ha minimizzato la portata della nota di Bruxelles, definendola in Senato “una lettera di un burocrate” durante il question time del 14 maggio. Le opposizioni hanno invece accusato il governo di aver tenuto nascosto un atto formale dell’esecutivo comunitario, mentre sul provvedimento è intervenuto anche il Consiglio d’Europa, nel quadro della Convenzione di Berna. Sul piano interno, le minoranze richiamano inoltre l’articolo 9 della Costituzione, che dal 2022 inserisce la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali della Repubblica.
Che cosa cambia con la riforma
Il nodo tecnico della riforma riguarda il ruolo dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale: il suo parere passa da vincolante a consultivo, e le Regioni potranno discostarsi dalle indicazioni dell’Istituto nella definizione del calendario venatorio, motivando la decisione. Il testo amplia inoltre le finestre temporali e le aree in cui è consentito sparare, e per la caccia di selezione al cinghiale autorizza l’uso di strumenti ottici e optoelettronici, compresi telemetri, red dot e visori notturni, con alcune limitazioni introdotte in aula per le specie protette dalla direttiva Habitat.
Tra le altre modifiche figurano l’esclusione del lupo dall’elenco delle specie particolarmente protette, in coerenza con l’evoluzione della normativa europea, e l’inserimento dell’oca selvatica e del piccione di città tra le specie cacciabili. Gli ambiti territoriali di caccia assumono dimensione provinciale e viene consentita l’istituzione di aziende faunistico-venatorie anche in forma di impresa, dove oggi la legge ammette soltanto soggetti senza scopo di lucro. Il provvedimento rivede anche l’impianto sanzionatorio: aumentano alcune pene, ad esempio per chi abbatte specie particolarmente protette come l’orso bruno marsicano, ma le associazioni giudicano le misure insufficienti e non pienamente conformi agli obblighi europei in materia di tutela penale dell’ambiente.
Le proteste e lo scontro politico
Sul ddl sono stati presentati oltre 900 emendamenti, in larga parte dalle opposizioni, che hanno ribattezzato il testo “sparatutto” sostenendo che amplierebbe le possibilità di caccia riducendo le garanzie per la sicurezza pubblica e per la fauna. Durante il voto, davanti a Palazzo Madama si è svolto un sit-in promosso da Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu e Wwf, al quale hanno preso parte esponenti del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra. La deputata Michela Vittoria Brambilla, presidente dell’intergruppo parlamentare per i diritti degli animali, ha espresso una netta contrarietà, mentre il senatore Peppe De Cristofaro (Avs) ha parlato di un’impostazione “antiscientifica”.
La maggioranza ha difeso il provvedimento richiamando criticità concrete come la diffusione dei cinghiali, i danni alle colture, la peste suina africana e gli incidenti stradali causati dalla fauna selvatica. Sul fronte venatorio, il presidente di Federcaccia Massimo Buconi ha respinto le accuse, giudicando inammissibile un intervento esterno su un provvedimento dello Stato ancora in corso di esame. Alla vigilia del voto, un gruppo di parlamentari di diverse forze politiche aveva rivolto un appello alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni per chiedere il ritiro del testo.
Il dibattito si colloca in una fase di forte calo del numero dei praticanti: al momento dell’approvazione della legge 157, nel 1992, i cacciatori in Italia erano circa un milione e mezzo, mentre oggi sono scesi sotto le 500mila unità. Con il via libera del Senato si chiude soltanto il primo passaggio parlamentare: il testo dovrà ora essere esaminato dalla Camera, dove il confronto sui profili di compatibilità con il diritto europeo è destinato a proseguire.

