Proseguono le pressioni da parte della Commissione europea e di alcuni Stati membri, in particolare Francia, sulle piattaforme di e-commerce di prodotti a bassissimo costo come Shein, AliExpress e Joom. Mercoledì la Commissione europea ha inviato una richiesta di informazioni a Shein ai sensi del Digital Services Act (DSA), a seguito di indicazioni preliminari secondo cui sul marketplace verrebbero offerti prodotti illegali, in particolare bambole sessuali con sembianze infantili e armi.
Questa è la terza richiesta di informazioni che la Commissione invia a Shein.
In una nota, l’esecutivo UE ha affermato che dopo la vendita di prodotti illegali in Francia e diverse segnalazioni pubbliche, vi è il sospetto che il sistema di Shein possa rappresentare un rischio sistemico per i consumatori in tutta l’UE.
Nel corso del briefing quotidiano con i giornalisti, il portavoce della Commissione Thomas Regnier ha chiarito che non vi è “nessuna strizzata d’occhio alla Francia” con la decisione presa mercoledì, precisando che la Commissione sta affrontando un tema “molto serio”. Il portavoce della Commissione ha ribadito che “le bambole sessuali con sembianze infantili non hanno alcun posto online. Le armi non hanno alcun posto online. I giocattoli pericolosi non hanno alcun posto online”, ricordando che le autorità francesi hanno confermato che Shein “ha venduto tutti questi prodotti in Francia”.
Dopo aver dialogato con Parigi e con Shein, la Commissione ritiene di avere “serie indicazioni” che la piattaforma possa rappresentare un rischio sistemico per i consumatori europei.
Regnier ha spiegato che Bruxelles chiede a Shein due categorie di informazioni: “quali sistemi ha messo in atto per impedire la vendita di beni illegali” e “quali misure adotta per impedire ai minori di accedervi”, invitando l’azienda a cooperare pur senza anticipare eventuali nuove iniziative in fase successiva.
Con la richiesta odierna, l’esecutivo europeo chiede formalmente alla piattaforma di fornire informazioni dettagliate e documenti interni su come garantisce che i minori non siano esposti a contenuti inappropriati per la loro età, in particolare attraverso misure di verifica dell’età, nonché su come previene la circolazione di prodotti illegali sulla propria piattaforma. La Commissione intende inoltre vagliare l’efficacia delle misure di mitigazione adottate da Shein.
Il DSA richiede alle piattaforme online di dimensioni molto grandi (VLOP), come Shein, di valutare e mitigare adeguatamente i rischi sistemici – come quelli per i minori o la diffusione di contenuti illegali – che possono derivare dai loro sistemi, nonché dalla progettazione o dal funzionamento dei loro servizi.
La Commissione sta inoltre monitorando attivamente il rispetto delle norme del DSA da parte delle VLOP, inclusa Shein, in tutta l’Unione europea, ed è pronta a intervenire.
Parigi paventa nuove denunce, mentre si muove anche il Parlamento UE
La decisione della Commissione UE arriva mentre la Francia – il Paese che sta agendo con maggiore fermezza contro le piattaforme di e-commerce a bassissimo costo – ha annunciato che, dopo aver denunciato Shein, intende segnalare anche AliExpress e Joom per la vendita di bambole pedopornografiche.
Ad annunciarlo è stato il ministro del Commercio francese Serge Papin in un’intervista a Tf1: “Bisogna mettere fine al Far West digitale”, ha affermato, precisando che la battaglia sarà “lunga” e che occorre “affrontare questi temi al livello del diritto europeo”. Papin ha inoltre sottolineato la necessità di introdurre “una dose di protezionismo”.
La recente controversia su Shein in Francia ha spinto il Parlamento UE a prendere una posizione in merito, con l’approvazione per alzata di mano di una risoluzione che affronta l’urgente questione dei prodotti illegali e pericolosi venduti ai consumatori dell’UE tramite marketplace extra-UE come Shein, Temu, AliExpress e Wish.
La risoluzione conclude un dibattito avviato dallo scandalo francese sulle bambole sessuali con sembianze infantili e le armi destinate ai minori, evidenziando le carenze sistemiche nella supervisione delle piattaforme e l’insufficienza dei meccanismi di prevenzione.
Secondo gli eurodeputati, i recenti eventi costituiscono una grave violazione del diritto dell’UE e una minaccia per la sicurezza dei consumatori, soprattutto dei minori. Per questo il Parlamento sollecita Commissione e Stati membri a passare “dal dialogo all’applicazione decisa e tempestiva” del DSA e del Regolamento sulla sicurezza generale dei prodotti (GPSR).
I deputati criticano la lentezza delle indagini della Commissione sulle piattaforme extra-UE, che durano “mesi o anni”, e chiedono che la sospensione temporanea delle attività di marketplace non conformi – come nel caso di Shein in Francia – non sia più considerata una misura eccezionale di ultima istanza.
Il Parlamento denuncia inoltre l’elevato volume di pacchi non conformi provenienti da piattaforme extra-UE, aggravato da modelli di business basati sulla rapidità, sui bassissimi costi e sull’eccesso di consumo. I deputati richiamano anche l’attenzione sulle condizioni di lavoro, sull’imitazione illecita delle creazioni degli stilisti, sui prodotti non sicuri immessi sul mercato e sull’accumulo di rifiuti tessili.
La risoluzione chiede poi un rafforzamento significativo delle autorità doganali e di vigilanza del mercato, anche attraverso maggiori risorse nel prossimo quadro finanziario pluriennale, e propone l’introduzione di una commissione di gestione armonizzata a livello UE, conforme alle regole dell’OMC, per coprire i costi dei controlli.
Il Parlamento sottolinea infine la necessità di sanzioni più dissuasive, di accelerare l’attuazione del Codice doganale dell’Unione rivisto e di valutare nuove riforme normative e obblighi per i marketplace, per colmare le attuali lacune e garantire che queste piattaforme siano pienamente responsabili delle merci non conformi immesse nel mercato europeo.
Per Greenpeace servono leggi anti-fast fashion
Fondata in Cina e con sede a Singapore, Shein si è affermata come leader globale della “ultra-fast-fashion”, grazie a modelli a bassissimo costo e produzione accelerata. Negli ultimi anni con 363 milioni di visite mensili, Shein.com è considerato il sito di moda più visitato al mondo, superando marchi storici del settore. Tuttavia, negli anni ha accumulato segnalazioni su condizioni di lavoro, impatti ambientali e pratiche commerciali aggressive. Secondo un rapporto diffuso mercoledì da Greenpeace Germania, gli abiti di Shein contengono ancora sostanze chimiche pericolose che violano i limiti imposti dall’Unione Europea.
L’ONG ha analizzato nel rapporto 56 capi venduti dal colosso del fast fashion con l’inchiesta “Shame on you, Shein!”, scoprendo che circa un terzo degli indumenti testati (18 su 56) contiene sostanze pericolose oltre i limiti stabiliti dal Regolamento europeo per le sostanze chimiche, inclusi vestiti per bambini.
Greenpeace ha rilevato plastificanti ftalati e PFAS, noti anche come “inquinanti eterni” dalle proprietà idrorepellenti e antimacchia che hanno non solo correlazioni con il cancro, ma anche con disturbi riproduttivi e della crescita e indebolimento del sistema immunitario. Come sottolinea l’ONG, i lavoratori e l’ambiente sono esposti al rischio di queste sostanze, ma anche i consumatori finali attraverso il contatto con la pelle, il sudore o l’inalazione delle fibre degli indumenti che, una volta lavati o gettati via, possono inoltre contaminare il suolo e i fiumi ed entrare nella catena alimentare.
“Shein rappresenta un sistema guasto di sovrapproduzione, avidità e inquinamento. Il gigante del fast fashion inonda il pianeta di abiti di bassa qualità che, nonostante le promesse, continuano a risultare contaminati da sostanze chimiche pericolose. L’imminente Black Friday porterà ancora una volta questa follia della moda veloce all’estremo”, afferma in una nota, Moritz Jäger-Roschko, esperto di Greenpeace sull’economia circolare.
Secondo Jäger-Roschko, “l’azienda sembra disposta ad accettare danni alle persone e all’ambiente: i prodotti segnalati nei test precedenti riappaiono in forma quasi identica, con le stesse sostanze pericolose. Questi risultati dimostrano chiaramente che l’autoregolamentazione volontaria è inutile: per responsabilizzare davvero i produttori, abbiamo bisogno di leggi anti-fast fashion vincolanti”.

