L’amministrazione di Donald Trump avrebbe posto un ultimatum all’Autorità Palestinese: ritirare la candidatura alla carica di vicepresidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite oppure affrontare conseguenze politiche e finanziarie.

Una nota diplomatica trapelata mostra la portata delle pressioni esercitate da Washington e le preoccupazioni degli Stati Uniti per la crescente presenza palestinese nelle strutture dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha inviato istruzioni all’ambasciata americana a Gerusalemme affinché presentasse immediatamente una protesta formale ai leader dell’Autorità Palestinese, con l’obiettivo di costringerli a ritirare la candidatura alla carica di vicepresidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

La scadenza fissata per il ritiro era il 22 maggio. Il linguaggio del dispaccio non lasciava dubbi sulle intenzioni di Washington: “consequences will follow” – “seguiranno conseguenze” – se i palestinesi non si conformassero alla richiesta.

La nota, il cui contenuto è stato pubblicato dal The Guardian, rivela l’intensità delle pressioni dell’amministrazione Trump contro le istituzioni palestinesi.

Lo scontro per la carica all’ONU

L’Assemblea Generale dell’ONU elegge ogni anno il proprio presidente e sedici vicepresidenti. Le elezioni per questi incarichi, relativi alla nuova sessione annuale, sono previste per il 2 giugno.

La Palestina, che all’ONU possiede lo status di Stato osservatore ma non è membro a pieno titolo dell’organizzazione, ha presentato il proprio candidato per uno dei sedici posti di vicepresidente nell’ambito della lista comune del gruppo regionale Asia-Pacifico, composto da quattro delegazioni.

Washington ha considerato la candidatura un reale rischio politico. Come emerge chiaramente dal dispaccio diplomatico, i vicepresidenti possono essere designati a presiedere le sessioni dell’Assemblea. Secondo il Dipartimento di Stato, uno scenario in cui un diplomatico palestinese conduca dibattiti di alto livello sul Medio Oriente è inaccettabile.

Riyad Mansour e le pressioni dell’amministrazione Trump

La figura centrale di questo scontro è Riyad Mansour, storico rappresentante della missione osservatrice palestinese presso l’ONU. A febbraio, Mansour ha ritirato la propria candidatura alla carica di presidente dell’Assemblea Generale “dopo un intenso lavoro di lobbying da parte degli Stati Uniti”.

La nuova candidatura – questa volta alla vicepresidenza – viene considerata dal Dipartimento di Stato come una violazione degli accordi precedenti. Nella nota, il Dipartimento accusa l’Autorità Palestinese di privilegiare “nomine simboliche” rispetto a un impegno diplomatico concreto e sostiene che la candidatura “mina il piano complessivo del presidente Trump”, ossia il piano in 20 punti per la ricostruzione di Gaza, la cui attuazione dovrebbe essere affidata a un Consiglio per la Pace istituito da Trump.

“Riterremo responsabile l’Autorità Palestinese se la delegazione palestinese non ritirerà la candidatura alla vicepresidenza dell’Assemblea Generale. Seguiranno conseguenze”, si legge nella nota.

Visti e fondi bloccati come strumenti di pressione

La nota indica due strumenti concreti di pressione. Il primo riguarda i visti. Il Dipartimento di Stato ricorda che nell’agosto dello scorso anno, prima della settimana di alto livello dell’ONU, l’amministrazione Trump revocò e negò il rilascio dei visti a tutti i funzionari palestinesi. Alcuni giorni dopo le restrizioni furono revocate per i diplomatici già assegnati alla missione. Tuttavia, la nota lascia intendere la possibilità di un ritorno a quel tipo di misure.

Ai diplomatici è stato inoltre ordinato, in caso di mancata collaborazione da parte palestinese, di “ricordare loro le entrate fiscali e doganali bloccate”. Si tratta dei fondi che Israele, in base agli accordi esistenti, dovrebbe trasferire all’Autorità Palestinese ma che, dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023, vengono in larga parte trattenuti dal ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich. Queste entrate rappresentano il 60% del bilancio dell’Autorità Palestinese e il loro blocco costituisce una minaccia concreta per l’amministrazione civile palestinese.

“La mancanza di azioni condotte in buona fede e senza internazionalizzare le controversie davanti ai tribunali significa nessun progresso nel recupero di questi fondi”, conclude la nota.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato da Focus Europe Poland disponibile qui.

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