La Commissione europea ha disposto oggi l’erogazione di quasi 159 milioni di euro a favore di Albania, Montenegro e Macedonia del Nord, tre dei Paesi candidati all’adesione all’UE, nell’ambito della terza tranche della Facility per la Riforma e la Crescita, lo strumento finanziario da 6 miliardi introdotto con il Piano di Crescita per i Balcani Occidentali adottato nel 2023.

Si tratta di un segnale politico preciso, in un momento in cui il processo di allargamento è tornato al centro delle priorità strategiche dell’Unione.

Ogni tranche di pagamento a favore degli Stati candidati, viene sbloccata solo dopo una valutazione positiva della Commissione sullo stato di avanzamento delle riforme concordate nei rispettivi programmi nazionali. La logica del Piano di Crescita è quella di offrire ai paesi candidati alcuni dei benefici concreti dell’appartenenza all’Unione prima ancora dell’adesione formale, incentivando in questo modo le riforme e comprimendo i tempi del processo di integrazione.

La Facility per la Riforma e la Crescita, che si articola in 2 miliardi di sovvenzioni e 4 miliardi di prestiti agevolati, condiziona ogni pagamento all’effettiva attuazione di riforme nei settori socioeconomici e istituzionali concordati, ma anche nei trasporti sostenibili, energia pulita e digitalizzazione, che rimangono il tallone d’Achille per i Paesi adriatici. Dall’avvio nel 2024, il totale erogato all’intera regione ha superato 673 milioni di euro. Per questa tornata semestrale – che copre le misure adottate fino alla fine del 2025 – i tre paesi hanno superato l’esame in settori considerati centrali per la convergenza economica con l’Unione.

In Albania, la Commissione ha valutato positivamente un pacchetto di misure volte a migliorare il contesto per le imprese, facilitare l’accesso ai finanziamenti, anche per start-up e aziende operative nei settori verde e digitale, e attrarre investimenti. Dei 49 milioni complessivi, poco meno di 23 saranno trasferiti direttamente al bilancio statale, mentre la parte rimanente confluirà nel Western Balkans Investment Framework (WBIF), la piattaforma comune che gestisce le risorse destinate a infrastrutture strategiche nella regione.

Il Montenegro ha ricevuto 44,2 milioni per i progressi compiuti nel campo della ricerca e dell’innovazione: sostegno a scienziati, imprese e istituzioni di ricerca, con l’obiettivo di rafforzare un ecosistema dell’innovazione ancora fragile ma in crescita. Poco più di 20 milioni entreranno nelle casse dello Stato, il resto seguirà la via del WBIF. Tirando le somme dall’avvio del programma, Podgorica ha fin qui ricevuto oltre 89 milioni, una cifra non trascurabile per un Paese di poco più di 600mila abitanti che punta ad essere il ventottesimo Stato membro dell’Unione entro il 2028.

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Infine la Macedonia del Nord, che beneficia dell’importo più consistente di questa tranche, 65,7 milioni – di cui circa 30,6 destinati al bilancio nazionale -, in riconoscimento delle riforme introdotte nel settore dell’istruzione, con interventi sul finanziamento della scuola primaria e secondaria, e nell’accesso alle infrastrutture digitali nelle classi.

“In Albania è diventato più facile avviare e sviluppare un’impresa. In Montenegro gli scienziati ricevono più sostegno. In Macedonia del Nord gli studenti avranno accesso a strumenti informatici moderni nelle aule” ha commentato la Commissaria europea all’allargamento, la slovena Marta Kos. “Le riforme si traducono in benefici concreti per i cittadini”.

La spinta geopolitica all’allargamento

L’aggressione russa all’Ucraina ha ridisegnato le coordinate strategiche del continente, e i Balcani occidentali – storicamente esposti a influenze esterne, pressioni di Mosca e fragilità istituzionali – sono tornati al centro dell’agenda europea non solo come oggetto di integrazione, ma come spazio di sicurezza da stabilizzare. Lasciare la regione in una zona grigia, significherebbe moltiplicare i rischi politici proprio sul fianco più vulnerabile dell’Unione.

I ritmi restano tuttavia diversi tra paese e paese. Il Montenegro è il candidato più avanzato, il “front runner”, con negoziati aperti su tutti i capitoli e che ha ottenuto a fine aprile, da parte dei 27, il cartellino verde per la formazione del gruppo che si occuperà della stesura del Trattato di adesione.

L’Albania punta al 2030, ma la velocità impressa dal governo al processo riformatore solleva interrogativi sulla qualità legislativa e sulla tenuta delle riforme nel tempo. Le risorse europee, in questo quadro, non sono solo un sostegno economico: sono anche uno strumento di condizionalità, con cui Bruxelles misura, e in qualche misura governa, la traiettoria dei propri candidati.

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