Un programma finanziato da governi occidentali per sostenere forme di “resistenza non violenta” nei territori ucraini occupati dalla Russia è finito al centro di un’inchiesta del Kyiv Independent che solleva interrogativi politici e operativi sulla gestione dei fondi, sulla sicurezza degli attivisti e sul ruolo di intermediari privati nella comunicazione strategica in contesti di guerra.

Secondo quanto riportato nell’indagine, durata diversi mesi e basata su documenti interni e testimonianze di fonti anonime, il programma avrebbe sostenuto per oltre tre anni iniziative come Yellow Ribbon e Zla Mavka, incoraggiando civili a compiere azioni simboliche di resistenza nei territori sotto occupazione russa. Le attività includerebbero l’esposizione di simboli ucraini, la diffusione di contenuti culturali e altre forme di dissenso non armato.

Tuttavia, l’inchiesta ha sollevato dubbi sul livello di consapevolezza dei rischi associati a tali pratiche in un contesto caratterizzato da forte sorveglianza e repressione da parte delle autorità russe. Secondo le fonti citate, alcune attività promosse potrebbero esporre gli attivisti a rischi elevati, inclusi arresti e detenzioni, mentre i protocolli di sicurezza sarebbero stati limitati o facoltativi in fase di reclutamento.

Le due iniziative prese in esame

Yellow Ribbon – letteralmente “nastro giallo” a richiamare il grano ucraino – è il movimento più noto e strutturato. È nato inizialmente a Kherson come forma spontanea di protesta non violenta durante l’occupazione russa. Nel tempo si è evoluto in una rete più organizzata che incoraggia i civili rimasti nei territori occupati a compiere gesti simbolici di dissenso.

L’obiettivo dichiarato è mantenere visibile l’identità ucraina e sostenere la resistenza morale contro l’occupazione; uno dei gesti più inconfondibili è quello dell’esposizione di un nastro giallo (o giallo-blu) in aree simbolo dell’occupazione, come davanti la Donbas Arena. Si tratta di un movimento con una struttura più ampia e “generalista” che pone il focus sulla resistenza simbolica diffusa.

Più recente e identitaria è Zla Mavka, iniziativa a carattere esplicitamente femminile, nata a Melitopol nel 2023. Si presenta come una rete di donne impegnate nella resistenza non violenta nei territori occupati, come vuole il nome. La “Mavka” viene dal folclore ucraino, si tratta di una creatura femminile mitologica, spesso rappresentata come uno spirito della foresta. In questo caso è “Zla”, cioè ribelle.

Anche per Zla Mavka, le attività sono principalmente simboliche e comunicative, con una forte attenzione sulla visibilità sociale e culturale della presenza ucraina sotto occupazione nonché sulla narrazione simbolica della resistenza femminile.

Reclutamento digitale e sicurezza operativa

Uno degli elementi più controversi riguarda il sistema di reclutamento degli attivisti, che secondo l’inchiesta avverrebbe attraverso un chatbot su Telegram, senza crittografia avanzata e con un processo di onboarding molto rapido. Gli utenti, in circa una decina di minuti, potrebbero accedere al programma e scegliere attività da svolgere sul territorio.

Il Kyiv Independent ha contattato il bot – tuttora attivo – per ricreare il processo di iscrizione al movimento Yellow Ribbon e ha scoperto che le istruzioni di sicurezza sono presentate come opzionali o secondarie rispetto all’attivazione operativa. Un elemento simile, in un contesto di sorveglianza capillare, potrebbe aumentare l’esposizione degli attivisti.

Esperti di intelligence e sicurezza intervistati dall’inchiesta hanno sottolineato come le comunicazioni digitali nei territori occupati siano altamente monitorate dai servizi di sicurezza russi.

Il nodo dei finanziamenti occidentali

Al centro del dibattito è emersa anche la questione del finanziamento. Secondo documenti citati dal Kyiv Independent, il programma sarebbe stato sostenuto con fondi pubblici provenienti da governi occidentali, tra cui Regno Unito e Canada.

Parte delle risorse sarebbe stata gestita attraverso una società di comunicazione con sede nel Regno Unito e operativa anche a Dubai, IN2, coinvolta nella gestione strategica e nella consulenza alle iniziative di resistenza civile. Alcuni consulenti associati al progetto – tra cui figure del mondo accademico e mediatico – avrebbero avuto ruoli nella definizione di campagne e linee guida operative.

L’inchiesta ha sollevato però interrogativi sulla trasparenza dei flussi finanziari e sulla proporzione tra costi di gestione e impatto operativo sul terreno.

Documenti interni indicherebbero compensi significativi per consulenti e strutture intermedie, il responsabile del progetto avrebbe ricevuto una tariffa giornaliera equivalente a circa 700 euro, mentre i network director sarebbero stati pagati 925 euro. Non risulterebbero dati pubblici completi sulla destinazione finale dei fondi alle iniziative locali.

Una fonte del Partito Laburista britannico ha dichiarato al Kyiv Independent, a condizione di anonimato, che quando il ministro per l’Europa Stephen Doughty è venuto a conoscenza delle preoccupazioni, il finanziamento britannico al programma è stato “interrotto”.

Le accuse e le smentite

Le accuse principali riguardano due aspetti: la gestione della sicurezza degli attivisti e l’eventuale sottovalutazione dei rischi operativi nei territori occupati. Alcune fonti citate nell’inchiesta hanno sostenuto che ripetuti avvertimenti su possibili vulnerabilità siano stati ignorati per non compromettere la continuità dei finanziamenti.

Inoltre, viene riportato che alcuni attivisti sarebbero stati arrestati o sottoposti a repressione dalle autorità russe, mentre i responsabili del programma avrebbero contestato l’esistenza di un nesso diretto tra le attività promosse e tali episodi.

Le organizzazioni coinvolte e i consulenti citati – tra cui IN2 – hanno negato tutte le accuse, respingendo l’idea che le loro attività abbiano contribuito a mettere in pericolo gli attivisti. Secondo le dichiarazioni riportate, non esisterebbero prove di un legame causale tra il programma e eventuali danni subiti dai partecipanti.

Un caso politico oltre il contesto ucraino

La vicenda, al di là del contesto bellico, apre un fronte politico più ampio che riguarda la governance dei programmi di sostegno alla società civile in scenari di conflitto. Per l’Unione europea e i partner occidentali, il tema tocca direttamente la credibilità dei meccanismi di finanziamento esterno, la due diligence sui progetti e la responsabilità nella gestione del rischio per i beneficiari locali.

Il caso evidenzia inoltre la crescente delega a intermediari privati nella gestione di programmi sensibili, in cui la linea tra comunicazione strategica, attivismo civile e operazioni di influenza diventa sempre più sfumata. Un elemento che solleva interrogativi sulla tracciabilità delle decisioni e sulla catena di responsabilità.

Sul piano operativo, l’inchiesta riporta le testimonianze di ex attivisti e analisti che descrivono un contesto di sorveglianza intensiva nei territori occupati, dove anche azioni simboliche possono comportare gravi conseguenze. In questo quadro, la sostenibilità delle strategie di resistenza non violenta dipende in modo cruciale dalla qualità delle misure di sicurezza adottate.

Le autorità russe, secondo esperti citati, avrebbero sviluppato sistemi di monitoraggio digitale e fisico in grado di tracciare attività e movimenti della popolazione, rendendo particolarmente delicata qualsiasi forma di coordinamento pubblico o semi-pubblico.

Implicazioni per le politiche europee

Per i decisori europei, il caso solleva una domanda centrale: come bilanciare il sostegno alla resistenza civile in contesti autoritari con l’obbligo di proteggere concretamente le persone coinvolte?

In un momento in cui l’Unione europea e i suoi partner stanno ampliando gli strumenti di supporto all’Ucraina anche sul piano sociale e informativo, la vicenda evidenzia la necessità di rafforzare i meccanismi di valutazione del rischio, trasparenza finanziaria e supervisione indipendente.

Senza un quadro chiaro di responsabilità, avvertono alcuni osservatori, il rischio è che programmi nati per sostenere la società civile finiscano per operare in zone grigie, dove la distanza tra intenzione politica e conseguenze sul terreno diventa difficile da controllare.

Inoltre, serve considerare che nelle aree occupate, come nel resto dell’Ucraina, l’offensiva russa prosegue. Malgrado la notizia, ancora non confermata, di una tregua temporanea intorno al 9 maggio, giorno in cui la Russia celebra la resa della Germania nazista nel 1945, l’industria militare di Mosca sta sviluppando nuove armi da utilizzare nel conflitto.

L’ultima è il missile S-71K, di cui alcuni dettagli sono stati rivelati dall’intelligence militare ucraina (HUR). Si tratterebbe di un’arma sviluppata dalla United Aircraft Corporation russa che utilizza come testata una bomba ad alto esplosivo, del peso di 250kg, montata nella parte anteriore del missile.

Secondo quanto riferito dall’esperto di difesa Andrii Kharuk  al Kyiv Independent, questi sistemi come una via di mezzo tra i droni tipo Shahed e i missili da crociera convenzionali, combinando costi più bassi con una capacità d’attacco superiore a quella dei droni.

L’HUR ha dichiarato che “la stragrande maggioranza” dei componenti elettronici del missile è di origine straniera, inclusi pezzi prodotti negli Stati Uniti, Cina, Svizzera, Giappone, Germania, Taiwan e Irlanda. Sebbene le autorità ucraine abbiano imposto sanzioni contro aziende e reti accusate di fornire componenti per missili e droni russi, la produzione di tale missile sarebbe nuovamente prova di come queste riescano a eluderle.

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