Il fallimento dei colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran ha fatto aumentare bruscamente il rischio di una nuova crisi marittima ed energetica nel Golfo, dopo che il presidente Donald Trump ha reagito ordinando un blocco dello Stretto di Hormuz e Teheran ha promesso che non cederà alle minacce.

Quello che era iniziato come uno sforzo diplomatico a Islamabad per fermare l’allargamento della guerra in Medio Oriente si è concluso senza accordo dopo quasi un’intera giornata di negoziati, lasciando Washington e Teheran divise sul dossier nucleare, sull’alleggerimento delle sanzioni e sulla de-escalation regionale.

Nel giro di poche ore, domenica, Trump ha segnalato un irrigidimento della linea, affermando che gli Stati Uniti si muoveranno per bloccare lo strategico passaggio marittimo e colpire le navi legate ai pagamenti dei pedaggi iraniani, spingendo il conflitto verso quella che appare sempre più come una fase prolungata di pressione centrata sulla leva marittima.

Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto delle forniture globali di petrolio, rischia ora di diventare il primo teatro di confronto diretto tra le due parti. Anche prima di qualsiasi attuazione formale, la sola minaccia sta già alimentando un aumento dei rischi per la navigazione, dei costi assicurativi e della volatilità dei mercati energetici.

La Casa Bianca ha chiarito che la questione nucleare resta la priorità centrale. Il vicepresidente J.D. Vance ha dichiarato che i colloqui sono falliti perché l’Iran non ha accettato quello che Washington considera un impegno credibile sul proprio programma nucleare. La posizione statunitense, secondo Vance, è che Teheran debba fare un passo indietro non solo dalla militarizzazione, ma anche dalla capacità di muoversi rapidamente in quella direzione.

I funzionari iraniani hanno respinto questa impostazione, insistendo sul fatto che la revoca delle sanzioni e l’accesso ai beni congelati debbano venire prima. Teheran ha inoltre continuato a collegare i progressi nei negoziati a una più ampia de-escalation regionale, inclusi gli sviluppi in Libano.

Questa divergenza ha lasciato le due parti su traiettorie fondamentalmente diverse: Washington cerca di restringere il processo al dossier nucleare e alla sicurezza marittima, mentre l’Iran lo amplia includendo sanzioni, beni congelati e il più ampio teatro regionale.

Più che un’escalation immediata, il fallimento dei colloqui sembra aprire una competizione basata sulla leva strategica. Il segnale di Trump su Hormuz ha dato una direzione chiara a questa nuova fase, con i mercati e gli operatori marittimi che si stanno già muovendo in anticipo rispetto alla politica formale.

Per l’Europa e il Mediterraneo orientale, le conseguenze sono tutt’altro che lontane. Qualsiasi interruzione prolungata intorno a Hormuz si rifletterebbe direttamente sui prezzi dell’energia, sulle rotte commerciali e sulla fiducia dei mercati, in un momento in cui i costi del carburante sono già politicamente sensibili negli Stati Uniti in vista delle elezioni di metà mandato.

Gli analisti citati da AFP hanno avvertito che l’ordine di blocco potrebbe complicare la prossima mossa di Washington piuttosto che rafforzarla. Negoziati prolungati indebolirebbero la ripetuta affermazione di Trump secondo cui l’Iran “non ha carte da giocare”, mentre un’escalation militare più profonda esporrebbe le forze statunitensi a rischi maggiori e potrebbe alienare ulteriormente gli elettori irritati dall’aumento dei prezzi della benzina.

Brian Katulis, senior fellow del Middle East Institute, ha definito l’approccio una “strategia militare senza una vera strategia”, suggerendo che l’amministrazione potrebbe stare guadagnando tempo per riposizionare le proprie risorse o perché priva di un percorso politico più chiaro. Shibley Telhami dell’Università del Maryland e della Brookings Institution ha definito la minaccia di blocco “sconcertante e apparentemente autodistruttiva”, avvertendo che rischia di indebolire ulteriormente la credibilità globale di Washington.

A Teheran, la risposta è stata rapida e apertamente di sfida. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato domenica che l’Iran non cederà alle minacce statunitensi dopo l’ordine di blocco di Trump. Parlando al ritorno da Islamabad, dove ha guidato i negoziati di pace con la controparte americana, Ghalibaf ha affermato che Teheran risponderà colpo su colpo in caso di confronto.

“Se combattono, combatteremo anche noi, e se procederanno con logica, risponderemo con logica. Non ci piegheremo a nessuna minaccia”, ha detto ai giornalisti, secondo diverse agenzie di stampa iraniane.

La retorica è stata rafforzata dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, che ha avvertito che i nemici di Teheran sarebbero intrappolati in un “vortice mortale” se commettessero un errore nello Stretto.

Trump ha poi dichiarato che la NATO si è offerta di aiutare a “ripulire” lo Stretto di Hormuz, affermando a Fox News che l’Alleanza, insieme al Regno Unito e ad altri partner, sarebbe pronta a sostenere operazioni di sminamento. Trump ha aggiunto che i dragamine statunitensi sono già in fase di dispiegamento e che anche il Regno Unito invierà mezzi analoghi.

Nonostante l’inasprimento della retorica, i canali diplomatici restano aperti. Il Pakistan e altri mediatori dovrebbero continuare gli sforzi per riportare entrambe le parti al tavolo negoziale.

Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.

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