Il cessate il fuoco di due settimane raggiunto tra Stati Uniti e Iran grazie alla mediazione del Pakistan non ha posto fine ai raid israeliani in Libano, che invece proseguono con un’intensità senza precedenti, mettendo a rischio la tregua. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa iraniana Fars, il transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, che era ripreso in mattinata, “è stato interrotto in seguito agli attacchi israeliani contro il Libano”.

Secondo il quotidiano statunitense Wall Street Journal,  Teheran avrebbe posto come condizione per l’inizio dei colloqui lo stop agli attacchi condotti da Israele, citando fonti vicine al dossier, i mediatori iraniani avrebbero ribadito che continueranno a condurre attacchi contro i Paesi della regione, incluso Israele, se i raid israeliani continueranno.

Nonostante, secondo il premier pakistano Shehbaz Sharif, l’accordo riguardi anche il Libano e altri Paesi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha precisato che la tregua di due settimane “non si estenderà alle operazioni militari israeliane” in corso sul territorio libanese.

Subito dopo l’annuncio dell’accordo, e quindi prima dei successivi sviluppi registrati nelle ore seguenti, i leader di Francia, Italia, Germania, Regno Unito, Danimarca, Paesi Bassi e Spagna, insieme alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e al primo ministro canadese Mark Carney, avevano diffuso una nota congiunta in cui chiedevano “a tutte le parti di attuare il cessate il fuoco, anche in Libano”.

Nel testo, i firmatari sottolineavano che, dopo l’annuncio della tregua di due settimane, “l’obiettivo deve ora essere quello di negoziare una fine rapida e duratura della guerra nei prossimi giorni” e che ciò “può essere realizzato solo con mezzi diplomatici”. I leader incoraggiavano inoltre “rapidi progressi verso una soluzione negoziata sostanziale”, ritenendola fondamentale per proteggere la popolazione civile iraniana, garantire la sicurezza regionale ed evitare “una grave crisi energetica globale”.

Tuttavia, proprio nella giornata in cui avrebbero dovuto cessare tutte le ostilità, le Forze di difesa israeliane (IDF) hanno annunciato di aver condotto un attacco su vasta scala, prendendo di mira “circa cento” siti sul suolo libanese “appartenenti all’organizzazione Hezbollah”, in quello che il portavoce militare israeliano Avichay Adraee ha definito “il più grande attacco” contro le infrastrutture del movimento sciita dall’inizio del conflitto.

Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa NNA, citando il ministro della Salute libanese Rakan Nassereddine, gli attacchi israeliani hanno causato centinaia di morti e feriti in tutto il Paese. Da parte sua, il segretario generale della Croce Rossa libanese, George Kettaneh, ha dichiarato all’emittente libanese MTV: “La situazione è tragica, con molte vittime intrappolate sotto le macerie e interi edifici crollati in diverse zone”. Gli ospedali di Beirut hanno lanciato un appello urgente per donazioni di sangue di tutti i gruppi sanguigni.

Attacchi in tutto il Paese, colpiti anche i militari della missione UNIFIL

Gli attacchi lanciati da Israele hanno interessato diverse parti del Paese, in particolare Beirut, Sidone e Tiro, dove si contano decine di civili uccisi. Le operazioni israeliane hanno nuovamente coinvolto anche i caschi blu della missione UNIFIL nel sud del Paese, provocando fortissime reazioni da parte di Italia e Spagna, che hanno convocato i rispettivi rappresentanti israeliani.

Intervenendo alla Camera dei deputati, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha affermato che l’Italia ha convocato l’ambasciatore israeliano in seguito a un incidente in Libano, in cui un veicolo dei caschi blu italiani delle Nazioni Unite è stato danneggiato da colpi di avvertimento sparati da Israele. Secondo l’emittente spagnola Cadena Ser, la Spagna ha a sua volta convocato l’incaricato d’affari israeliano per protestare contro la “detenzione ingiustificata” di un militare spagnolo delle forze di pace ONU da parte dell’esercito israeliano in Libano.

“La tregua in Libano non esiste e siamo profondamente preoccupati per le ripercussioni della crisi e auspichiamo fortemente che si possa ricominciare a dialogare, ma i segnali che arrivano vanno in una direzione negativa”, ha affermato Tajani intervenendo al question time alla Camera.

“Abbiamo richiesto più volte a Israele di astenersi da azioni sproporzionate rispetto alle inaccettabili azioni di Hezbollah, che hanno trascinato il Paese in un conflitto inaccettabile”, ha dichiarato Tajani, ribadendo che la priorità è “la sicurezza degli oltre mille militari italiani impegnati nella missione Unifil”.

Anche il ministro della Difesa Guido Crosetto ha condannato gli attacchi, chiedendo in un messaggio su X l’intervento delle Nazioni Unite presso le autorità israeliane “con la massima urgenza per chiarire l’accaduto”.

Sul Libano, la Commissione europea ha ribadito una linea di netta continuità, chiedendo a Israele di fermare le operazioni militari nel Paese e di rispettarne “sovranità e integrità territoriale”.

Il portavoce per gli Affari esteri Anouar El Anouni ha sottolineato durante il briefing di mezzogiorno che la posizione dell’UE “è stata chiara fin dall’inizio” e “non cambierà”, ricordando anche il pieno sostegno europeo a UNIFIL e definendo “inaccettabili” gli attacchi contro la missione delle Nazioni Unite.

Bruxelles, pur riconoscendo il diritto di Israele all’autodifesa nel rispetto del diritto internazionale, ha definito la risposta israeliana “pesante” e ha insistito sulla necessità di porre fine alle operazioni in Libano, assicurando che i canali diplomatici restano aperti per continuare a trasmettere questa posizione.

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