Alle prime notizie sui bombardamenti su Teheran e sulla successiva risposta iraniana, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa hanno diffuso una dichiarazione congiunta ribadendo l’impegno dell’Unione per la stabilità e la sicurezza della regione. Nei giorni successivi, tuttavia, in nessun comunicato è stato menzionato il ruolo centrale di Stati Uniti e Israele nell’escalation.
Nel testo firmato dai due principali rappresentanti dell’Unione si richiamano le misure restrittive già adottate contro il regime iraniano e contro i Pasdaran, ritenuti responsabili, oltre che della repressione interna, dello sviluppo dei programmi nucleare e missilistico e di attività destabilizzanti in Medio Oriente. Questi elementi restano al centro della linea europea dall’inizio del conflitto e saranno oggetto di approfondimento nel Collegio di Sicurezza convocato oggi da von der Leyen.
Da Bruxelles non è arrivata una presa di posizione esplicita sull’azione militare condotta da Stati Uniti e Israele, che la maggioranza degli osservatori giudica in contrasto con il diritto internazionale. Un silenzio, quello dei leader dell’Unione e dei Paesi europei, che contrasta con la fermezza delle condanne rivolte a Teheran e che, finora, è stato rotto soltanto dal premier spagnolo Pedro Sánchez.
Oltre a respingere la violenza del regime iraniano, Sánchez ha dichiarato di non condividere “l’azione militare unilaterale degli Stati Uniti e di Israele, che rappresenta un’escalation e contribuisce a un ordine internazionale più incerto e ostile”. Una posizione che si inserisce in una più ampia preoccupazione per l’erosione delle regole multilaterali.
Sulla stessa linea si è espresso anche il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, che ha condannato l’escalation militare in Iran, includendo esplicitamente l’uso della forza da parte di Stati Uniti e Israele tra i fattori che aggravano la crisi e richiamando tutte le parti al rispetto della legalità internazionale.
Nel corso del Midday Briefing alla Commissione europea, i portavoce hanno sottolineato che l’interesse dell’Unione è sostenere il diritto della popolazione iraniana all’autodeterminazione e alla scelta del proprio futuro, richiamando la dichiarazione dell’alta rappresentante Kaja Kallas, che invita alla “massima moderazione, alla protezione dei civili e al pieno rispetto del diritto internazionale, compresi i principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale umanitario”.
La formula insiste sulla centralità della Carta delle Nazioni Unite, ma evita di attribuire responsabilità dirette agli attori occidentali coinvolti. I portavoce si sono limitati a ribadire che l’Unione “non sostiene il regime degli Ayatollah” ed è solidale con la popolazione iraniana, anche di fronte a domande dirette sull’operazione statunitense e israeliana.
È stato ricordato, inoltre, che secondo indiscrezioni emerse da un briefing a porte chiuse al Congresso statunitense, lo stesso Pentagono avrebbe ammesso l’assenza di informazioni di intelligence su un’imminente intenzione iraniana di attaccare per prima le forze americane.
Ne emerge un quadro in cui l’Unione riafferma l’adesione ai principi del diritto internazionale e umanitario senza tradurre tale richiamo in una valutazione politica esplicita delle azioni dei propri alleati. Una postura che riflette la complessità degli equilibri geopolitici e le divisioni tra Stati membri, ma che espone Bruxelles alle critiche di chi chiede una linea più coerente e meno selettiva nella difesa dell’ordine internazionale basato sulle regole.
Dal Parlamento europeo, si alzano voci di dissenso di fronte al tentativo della Commissione di ignorare il ruolo di “alleati storici” nel conflitto. Il deputato Brando Benifei (PD | S&D) ha richiamato l’urgenza di “proporre un’alternativa politica e diplomatica credibile alla deriva di azioni unilaterali”, specie quando “basate sulla logica della pura forza militare e sul disprezzo per le istituzioni democratiche e internazionali” come in questo caso. L’Unione europea deve sapere “agire come una potenza democratica e dia un contributo al mondo per riprendere la strada del dialogo”, ha dichiarato Benifei.

