Ogni anno vengono raccolti meno rifiuti elettronici di quanti ne potrebbero essere recuperati, mentre nei dispositivi che vengono gettati si celano materiali preziosi che rischiano di andare perduti. È il paradosso dei RAEE: una risorsa fondamentale per l’industria tecnologica che, troppo spesso, finisce dispersa tra raccolte inefficienti e limiti delle tecnologie di riciclo.

Dall’ultima analisi Eurostat emerge una questione che spesso trova poco spazio nel dibattito pubblico. Nel 2024 sono stati raccolti 12,3 chili di rifiuti elettronici per abitante nell’Unione europea. Un dato già significativo, soprattutto se confrontato con il peso delle nuove apparecchiature elettriche ed elettroniche immesse ogni anno sul mercato, che raggiunge circa 32,4 chili per persona.

Il problema, tuttavia, non si esaurisce nella quantità di rifiuti che riusciamo a raccogliere: anche quando un dispositivo raggiunge correttamente un impianto di trattamento, non tutte le materie prime contenute al suo interno vengono necessariamente recuperate. Telefoni, computer, frigoriferi e altri apparecchi elettronici contengono metalli preziosi e materiali utili per l’industria tecnologica. Tuttavia, non tutti i componenti di un RAEE, acronimo di “rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche”, riescono a essere recuperati con la stessa efficacia.

Secondo uno studio pubblicato nel 2026 dallo scienziato esperto di temi ambientali, Nils Pauliks e da altri ricercatori, una parte consistente dei materiali contenuti nei RAEE viene persa già prima della raccolta, mentre un’ulteriore quota va perduta durante il trattamento. La ricerca evidenzia così i limiti dell’attuale sistema di recupero delle materie prime.

Per comprendere il valore di queste risorse, basta considerare la composizione degli smartphone. Secondo uno studio scientifico, una tonnellata di telefoni dismessi può contenere fino a 53 chilogrammi di rame. Una quantità che, presa singolarmente, può sembrare poco rilevante, ma che, se considerata su scala industriale, rappresenta una risorsa potenzialmente preziosa.

Il problema, sottolineato anche dagli studiosi, è che una parte consistente di questi materiali viene dispersa o non viene gestita correttamente, rendendo più difficile recuperarli e reintrodurli nei cicli produttivi.

Un esempio significativo è quello italiano, dove i rifiuti elettronici rappresentano una categoria in crescita, ma solo una parte di essi viene gestita correttamente. Secondo quanto emerso da un’indagine di Altroconsumo, organizzazione italiana indipendente per la tutela dei consumatori, 370 RAEE conferiti attraverso diversi canali di raccolta sono stati dotati di dispositivi GPS. Per 264 apparecchi il monitoraggio ha fornito dati utilizzabili: di questi, 175 sono arrivati in un impianto accreditato, mentre gli altri 89 hanno seguito percorsi anomali.

Tra le destinazioni anomale figurano abitazioni private, acciaierie, discariche abusive e aree portuali. Questo fenomeno comporta non soltanto la perdita di materiali recuperabili, ma anche il rischio di gravi conseguenze ambientali.

Anche quando un RAEE raggiunge un impianto di trattamento, rimangono i limiti economici e tecnologici del riciclo. All’interno degli apparecchi elettronici si trovano diversi metalli, più o meno facili da recuperare. L’oro, per esempio, può risultare economicamente conveniente da estrarre grazie al suo elevato valore. La situazione si complica quando si parla di metalli come il gallio o il tantalio, più difficili da recuperare perché presenti in quantità ridotte e spesso integrati in componenti complessi.

Questo significa che, se i costi di recupero superano i ricavi ottenibili dalla vendita dei materiali, un’azienda potrebbe non avere un incentivo economico sufficiente per procedere con l’estrazione.

Il recupero di queste materie prime rimane comunque strategico. L’Europa dipende in misura significativa dalle importazioni di diversi metalli utilizzati nell’industria tecnologica, provenienti in particolare dalla Cina. Questa dipendenza espone il mercato europeo alle decisioni commerciali e alle restrizioni all’esportazione adottate dai Paesi fornitori. Le restrizioni cinesi all’esportazione di gallio hanno inoltre evidenziato la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento europee.

Per rispondere a questa vulnerabilità, nel 2024 l’Unione europea ha approvato il Critical Raw Materials Act, fissando per il 2030 obiettivi volti a rafforzare l’autonomia nell’approvvigionamento delle materie prime strategiche. Tra questi figura l’obiettivo di soddisfare attraverso il riciclo almeno il 25% del consumo annuo europeo di materie prime strategiche.

Rimane dunque un interrogativo: come si può cambiare il sistema per sprecare meno materiali?

Le principali direttrici d’intervento sono tre. La prima consiste nel progettare dispositivi più facili da riparare e smontare, così da ridurre i costi di recupero dei materiali quando i prodotti diventano rifiuti. La seconda riguarda il miglioramento delle tecnologie di riciclo e degli impianti, affinché sia possibile separare e recuperare anche i metalli presenti in quantità molto ridotte. La terza punta a rendere la raccolta dei RAEE più semplice e accessibile, incentivando i cittadini a conferire correttamente i dispositivi dismessi.

A queste misure si affianca la necessità di prolungare la vita utile delle apparecchiature: quando un dispositivo può ancora funzionare o essere riparato, aggiustarlo anziché sostituirlo permette di ridurre la domanda di nuove materie prime e la produzione di ulteriori rifiuti.

La sfida dei prossimi anni sarà quindi riuscire a riconoscere e valorizzare il potenziale nascosto nei rifiuti elettronici. Investire in sistemi di raccolta più efficienti, tecnologie di recupero avanzate e prodotti progettati per durare più a lungo potrebbe trasformare ciò che oggi consideriamo uno scarto in una risorsa concreta per l’economia europea e per la tutela dell’ambiente.

[articolo a cura di Mattia Falessi]

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