La situazione dei conti pubblici francesi non è ancora tale da configurare una crisi per l’area euro e un intervento della Banca centrale europea a sostegno di Parigi appare lontano. A dichiararlo è l’ex presidente della BCE ed ex premier italiano Mario Draghi in un’intervista rilasciata giovedì 15 al direttore di Bloomberg John Micklethwait, al Bloomberg New Economy Forum di Nuova Delhi.

Micklethwait ha aperto l’intervista ricordando le proteste degli studenti in Francia e il fatto che i rendimenti dei titoli di Stato francesi si trovino su livelli paragonabili a quelli del 2011. Secondo Draghi la Francia è vittima della propria condotta fiscale, che coincide con una fase di aumento dei tassi di interesse a livello globale. La soluzione indicata è un accordo su un percorso di consolidamento del bilancio nel medio termine, che dovrà emergere dalla discussione parlamentare sulla legge di bilancio 2027 e dal confronto tra i candidati alle presidenziali, perché il tema condizionerà la prossima presidenza.

Alla domanda su quanto tempo resti prima che la questione diventi un problema per l’intera area euro, Draghi ha risposto che la distanza da quel punto è ampia. Ha ricordato che nel 2011 la crisi nacque dalla scoperta di dati di bilancio falsi in Grecia, in assenza di strumenti comuni di intervento. Oggi, ha spiegato, la Bce dispone di strumenti da utilizzare in presenza di contagio e di malfunzionamento dei mercati del credito, cioè di un deterioramento dei meccanismi di trasmissione della politica monetaria. Una situazione in cui la stessa impresa affronta condizioni di finanziamento diverse in due parti dell’Unione non si osserva, e i dati su banche e credito sono nel complesso buoni.

Per l’attivazione del Transmission Protection Instrument (TPI) — il cosiddetto scudo anti-spread introdotto nel 2022 – Draghi ha indicato diverse ragioni per cui la soglia è alta. L’inflazione è oggi elevata e in aumento, mentre nel 2012 era molto bassa, e la stabilità dei prezzi è la priorità del mandato della BCE. La Francia è inoltre soggetta a una procedura per disavanzo eccessivo: nulla impedisce di usare lo strumento in questa condizione, ma la soglia ne risulta innalzata. Infine l’eventualità di un intervento della Bce è diventata un tema del dibattito politico francese, e questo, ha osservato Draghi, rende l’intervento ancora più difficile, perché la banca centrale non vuole essere coinvolta nello scontro politico di un singolo paese.

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Il rapporto sulla competitività e l’intelligenza artificiale

Interpellato sul rapporto sulla competitività europea che porta il suo nome, pubblicato nel 2024, Draghi ha detto che lo riscriverebbe aggiungendo un tema trattato solo in modo limitato, ovvero l’intelligenza artificiale, diventata nel frattempo centrale in ogni strategia industriale. Ha riconosciuto che l’Europa è in ritardo rispetto a Stati Uniti e Cina nello sviluppo dei modelli di frontiera, ma ha sostenuto che la competizione non è persa. Va distinta, a suo avviso, la realizzazione dei modelli dalla loro diffusione nella manifattura, nella sicurezza, nella sanità e negli altri settori, ambito in cui l’industria manifatturiera europea ha vantaggi, per esempio nell’abbinare la robotica a modelli di intelligenza artificiale open source.

Micklethwait ha poi osservato che leader come Emmanuel Macron e Friedrich Merz citano il rapporto come risposta ai problemi dell’Europa, senza che ne siano seguiti molti effetti. Draghi ha replicato che non è corretto dire che non sia successo nulla: quando iniziò le interviste per il rapporto, ha ricordato, mancava la percezione della gravità della situazione, mentre ora è diffusa la consapevolezza che l’Europa debba muoversi. Ha aggiunto che governi, Commissione e Parlamento europeo devono convergere sull’azione, che deve essere rapida. A livello privato, ha osservato, si registrano invece numerose fusioni e acquisizioni, e la frammentazione dell’industria europea si riduce gradualmente, un processo che ha definito integrazione dal basso.

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Commercio, nuove alleanze e allargamento

Sul piano internazionale Draghi ha sostenuto che l’Europa, in quanto economia molto aperta, è particolarmente esposta ai cambiamenti delle regole multilaterali in vigore dalla Seconda guerra mondiale, ora abbandonate da chi le aveva scritte. Per questo, ha spiegato, deve riorientare i propri canali commerciali e costruire nuove coalizioni, a partire dallo strumento più importante di cui dispone, un mercato di circa 450 milioni di persone. Oltre all’India, ha citato il Canada, il Mercosur, il Cile, l’Asia, l’Australia, con un valore anche strategico per ridurre la dipendenza dalla Cina in materiali come le terre rare. Sull’accordo con l’India ha parlato di un’intesa molto significativa, che prevede l’abolizione di circa il 96% dei dazi sulle esportazioni europee e viceversa.

Micklethwait ha chiesto un parere sulla proposta della presidente della Commissione Ursula von der Leyen di offrire al Canada lo status di primo “membro associato” dell’Unione. Draghi ha precisato che si tratta di un’opinione personale e si è detto favorevole ad assetti nuovi, perché maggiori partnership e integrazione con il resto del mondo vanno a beneficio dell’Europa. Su Ucraina e Regno Unito ha detto di sperare in un riavvicinamento con quest’ultimo, ricordando che l’uscita dall’Unione è stata una grande perdita, mentre per Kiev ha affermato di essere stato favorevole all’adesione fin dall’inizio, precisando che il percorso dipenderà dal negoziato sulle garanzie di sicurezza dopo un eventuale accordo di pace.

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Il debito degli Stati Uniti

L’ultima parte dell’intervista ha riguardato gli Stati Uniti. Draghi ha ricordato che un anno o un anno e mezzo fa aveva guardato con minore preoccupazione alla dinamica del debito americano, perché l’aumento di produttività legato all’intelligenza artificiale avrebbe potuto stabilizzare il rapporto tra debito e Pil senza uno sforzo straordinario. Quella valutazione, ha spiegato, si basava però sulla condizione che il disavanzo non continuasse a crescere, mentre l’anno scorso è invece aumentato in modo sostanziale e nel dibattito politico non c’è alcun riferimento alla necessità di un correttivo.

Alla domanda se serva un rapporto sull’America, Draghi ha risposto di no, perché gli Stati Uniti stanno già attuando molte delle misure indicate nel suo rapporto per l’Europa, dall’innovazione all’intelligenza artificiale all’energia. Ha osservato che la posizione americana è diversa, perché il paese è esportatore di energia mentre l’Europa è tra i maggiori importatori, e che nel caso degli Stati Uniti il problema è più circoscritto e riguarda la politica di bilancio dei prossimi anni.

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