Da martedì 13 ottobre vanno avanti le proteste degli studenti in Albania, che chiedono condizioni educative migliori, una lotta concreta alle disuguaglianze economiche e le dimissioni del Primo ministro Edi Rama.
Iniziate pacificamente davanti al Ministero dell’Istruzione con slogan e cori contro il governo, ben presto sono sfociate in una guerriglia urbana, con lanci di pietre e scontri con le forze di polizia. Nei giorni successivi anche il Ministero della Giustizia e dell’Economia hanno subito attacchi anche con molotov, e nemmeno il Parlamento, la Corte costituzionale e la sede del Partito Socialista sono stati risparmiati. L’ira degli studenti si ispira alle proteste scoppiate in Francia, ma si lega anche alla Rivoluzione dei fenicotteri che va avanti da oltre 140 giorni in Albania. Il fil rouge è la richiesta delle dimissioni di Rama.
Cassonetti dati alle fiamme, vetrine distrutte, semafori e panchine sventrate, questo è lo scenario di Tirana in questi giorni, che riflette la rabbia di un popolo che non viene ascoltato dai leader. Contro i manifestanti il governo ha schierato le forze di polizia che con cannoni ad acqua e gas lacrimogeni stanno cercando di contenere la violenza. Tuttavia, la risposta della polizia verso i manifestanti e i giornalisti ha raggiunto livelli “eccessivi” di violenza che hanno fatto preoccupare anche la delegazione dell’Ue in Albania: “Ci aspettiamo che l’intervento della polizia sia proporzionato e rispetti i diritti fondamentali e che questi casi siano oggetto di indagini in via prioritaria”.
Sulla stessa linea anche la deputata indipendente Marjana Koçeku, che a giugno, in solidarietà con la Rivoluzione dei fenicotteri, aveva abbandonato il Partito socialista di Rama, abbracciando le proteste.
“Non potevo più rimanere in silenzio”, dice Koceku, la deputata albanese che ha lasciato Rama
“Migliaia di giovani albanesi sono scesi in piazza per chiedere un’istruzione migliore, condizioni di vita dignitose, opportunità di lavoro, trasparenza e un futuro nel proprio Paese” ha detto a Focus Europe Italia la deputata di Scutari. “Negli ultimi giorni, le manifestazioni sono degenerate in scontri con la polizia. Alcuni manifestanti sono stati arrestati, sono emerse accuse di uso eccessivo della forza da parte delle forze dell’ordine e anche i giornalisti hanno subito violenze e ostacoli nello svolgimento del proprio lavoro”.
Koçeku ha poi ammonito il governo rispetto ai rischi che una repressione del genere può significare per un Paese che si sta affacciando all’Unione europea: “Questi sviluppi sollevano gravi preoccupazioni riguardo la libertà di riunione, di espressione, di stampa e la tutela dei diritti fondamentali, in un Paese che sta negoziando l’adesione all’Unione europea”.
Dall’edificio del College of Europe nella capitale – danneggiato anch’esso dai manifestanti – Edi Rama ha condannato la violenza delle proteste, accusando l’opposizione di alimentarle e di voler deviare l’Albania dal suo percorso europeo. In un commento a Reuters ha detto: “Il mio compito è ascoltare, rispondere alle preoccupazioni legittime e far progredire l’Albania. L’alternativa sarebbe un tradimento nei confronti degli albanesi che mi hanno conferito un forte mandato per portare a termine i negoziati sull’adesione all’Unione europea”.
Il malcontento non si ferma
Da Tirana le proteste si sono allargate anche alle altre maggiori città del Paese – Durazzo e Scutari – dove alcuni agenti sono stati feriti da pietre e sassi lanciati dai manifestanti.
La violenza di questi giorni ritrae un’Albania esausta. Dal 23 maggio scorso, infatti, gli albanesi sono quotidianamente in piazza per chiedere maggiore trasparenza, la difesa del patrimonio naturale dalle vendite a speculatori stranieri, ma ancor di più le dimissioni del Primo ministro Edi Rama e un paese libero dalla corruzione.
Nonostante il percorso dell’Albania verso l’adesione all’UE abbia dei binari ben chiari, la situazione economica e sociale non dà segni di miglioramento e la frustrazione fra i cittadini cresce. Con una popolazione espatriata che è quasi il doppio di quella residente nei propri confini, l’Albania continua a sperimentare un’emorragia demografica che non sembra terminare. Fra le cause principali vi sono: salari bassi, pensioni misere, corruzione a qualsiasi livello, servizi sanitari insufficienti e costi di vita altissimi. Tutte questioni che il governo fatica ad affrontare.
“La protesta più grande e più bella dell’Albania democratica” dicono i manifestanti
La Rivoluzione dei fenicotteri, scoppiata a fine maggio, ha avuto il merito di svegliare gli albanesi dal torpore e portarli in piazza. Nata in risposta ai piani per la costruzione di hotel lusso sull’Isola di Sazan e parchi naturali di Vjosa-Narta e Zvërnec, nei pressi di Valona, la protesta ha ben presto canalizzato tutta la rabbia degli albanesi contro un establishment corrotto. Solo negli ultimi due anni sono stati messi sotto accusa per corruzione dalla Struttura speciale contro la corruzione e la criminalità organizzata (SPAK): l’ex sindaco di Tirana Erion Veliaj, accusato di abuso d’ufficio, corruzione e riciclaggio, cinque ministri e l’ex Presidente della Repubblica Ilir Meta, fermato nel 2024 con accuse di corruzione, riciclaggio e omessa dichiarazione dei beni, nonché nel 2025 l’ex vice prima ministra Belinda Balluku, accusata da SPAK di aver interferito con le procedure relative agli appalti pubblici nel settore delle infrastrutture in sette casi riguardanti la costruzione di strade, alla quale però il Parlamento ha concesso l’immunità scatenando l’ira degli albanesi, e, infine, lo scorso mese è toccato a Vlora Hyseni, direttrice del Servizio di intelligence dello stato (SHISH), accusata di diffusione di informazioni riservate.
È evidente che gli albanesi siano determinati a far sentire la propria voce e le proprie richieste in tutti i modi, anche manifestando ad oltranza, come stanno facendo da quasi cinque mesi.

