Il divario tra Stati Uniti e Ucraina si fa sempre più ampio, mentre emergono nuove conferme sulle difficoltà nella condivisione delle informazioni di intelligence e sulle limitazioni del servizio satellitare Starlink, impiegato dalle forze armate ucraine per difendersi dagli attacchi russi e pianificare le proprie operazioni. Dopo i continui raid di Mosca contro le città e le infrastrutture energetiche ucraine e il fallimento della tregua energetica annunciata unilateralmente dal presidente Donald Trump, Kyiv ha deciso di riprendere gli attacchi contro le raffinerie russe, esprimendo rabbia per la “pericolosa” interruzione dell’intelligence statunitense, il contemporaneo indebolimento delle comunicazioni satellitari e l’accordo sul diesel tra Washington e Mosca.
In un’intervista al Financial Times, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato che lo stop agli attacchi contro le raffinerie russe è ormai terminato, criticando duramente la fretta di Washington di stringere accordi commerciali con Mosca e l’apparente ammirazione di Donald Trump per Vladimir Putin.
Interpellato sui rapporti tra i due leader, Zelensky ha sostenuto che il presidente statunitense nutra una naturale affinità per gli autocrati e i super ricchi. “Lui [Trump] ne parla apertamente e ad alta voce, dicendo di amare e rispettare queste persone. Perché per lui le persone che possono rimanere al potere per 20, 30 o 40 anni devono essere molto forti”, ha affermato.
Washington ha intensificato le pressioni su Kyiv affinché interrompa gli attacchi contro le raffinerie russe, ritenendo che una moratoria, insieme all’accordo con Mosca per l’acquisto di centinaia di migliaia di tonnellate di gasolio russo, possa contribuire ad abbassare i prezzi del carburante negli Stati Uniti.
L’Ucraina affronta problemi con Starlink e i dati satellitari statunitensi
Non solo. Secondo quanto rivelato da Zelensky, funzionari militari statunitensi avrebbero subordinato la prosecuzione della condivisione delle informazioni di intelligence alla sospensione degli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe, nonostante Mosca abbia continuato a colpire il territorio ucraino durante la tregua annunciata da Trump.
Tra martedì e mercoledì, secondo il presidente ucraino, le forze di Kyiv non avrebbero ricevuto dagli Stati Uniti gli avvisi di allerta precoce sull’arrivo dei missili balistici russi. Contemporaneamente, il servizio di comunicazioni satellitari Starlink, gestito da SpaceX di Elon Musk, avrebbe subito rallentamenti in tutto il Paese, compromettendo le operazioni militari ucraine. La situazione sarebbe tornata alla normalità soltanto giovedì, dopo che la vicenda era emersa sulla stampa.
Trump ha negato che gli Stati Uniti abbiano interrotto la condivisione delle informazioni di intelligence con l’Ucraina. Zelensky ha tuttavia respinto le spiegazioni sui presunti problemi tecnici: “Non si è trattato di un problema tecnico, ma di una questione di volontà”, ha dichiarato.
Sulla vicenda è intervenuto anche Elon Musk, che mercoledì sera ha precisato su X che i sistemi Starshield, la rete satellitare di livello militare sviluppata sulla base della tecnologia Starlink, sono “di proprietà e controllati dal governo degli Stati Uniti”. Secondo Musk, eventuali limitazioni alla velocità o all’utilizzo di questi sistemi sono decise dalle forze armate americane e, in ultima istanza, dal presidente degli Stati Uniti.
Il fondatore di SpaceX ha però distinto Starshield da Starlink, il servizio commerciale gestito dalla sua società, sostenendo che quest’ultimo non possa essere impiegato per operazioni militari offensive. Le sue dichiarazioni hanno quindi alimentato ulteriori interrogativi sulle responsabilità delle restrizioni alle comunicazioni satellitari ucraine, senza tuttavia chiarire definitivamente la natura dei rallentamenti segnalati da Kyiv.
Sempre nell’intervista al Financial Times, Zelensky ha riconosciuto che combattere senza il sostegno degli Stati Uniti sarebbe “molto difficile”, ammettendo che l’Europa sarebbe più forte se fosse realmente unita.
Trump e Musk chiedono l’uscita di scena di Zelensky
I rapporti tra Stati Uniti e Ucraina sembrano così essere precipitati a uno dei punti più bassi dal celebre scontro nello Studio Ovale del 28 febbraio 2025.
Nel fine settimana, Trump ha esplicitamente affermato che l’Ucraina avrebbe bisogno di “un nuovo presidente”, accusando Zelensky di aver contribuito ad aggravare la crisi internazionale del gasolio attraverso gli attacchi contro le raffinerie russe.
Alle critiche del presidente statunitense si è aggiunto Elon Musk, che mercoledì sera ha scritto su X che è “giunto il momento che Zelensky se ne vada”. Il proprietario di SpaceX ha rilanciato un’intervista al presidente ucraino nella quale quest’ultimo ribadiva la volontà di proseguire la guerra fino alla sconfitta della Russia.
Le dichiarazioni arrivano in un momento particolarmente delicato per Kyiv, alle prese con il proseguimento dell’offensiva russa e con la crescente incertezza sul sostegno americano. Per l’Ucraina, la disponibilità dell’intelligence statunitense e dei sistemi di comunicazione satellitare rappresenta una componente essenziale non soltanto per la pianificazione delle operazioni militari, ma anche per la difesa delle città e delle infrastrutture civili.
Trump annuncia una tregua energetica tra Russia e Ucraina, ma Kyiv e Mosca non confermano
Washington valuta un allentamento delle sanzioni sulla flotta ombra russa
Intanto, oltre all’accordo sul diesel, fortemente contestato dall’Ucraina e da diversi esponenti europei, l’amministrazione Trump starebbe valutando un ulteriore allentamento delle sanzioni nei confronti delle navi della cosiddetta “flotta ombra”, utilizzate per il trasporto di petrolio proveniente da Paesi sottoposti a restrizioni internazionali, tra cui Russia, Iran e Venezuela.
Una prospettiva che rischia di accentuare le divergenze con l’Unione europea, intenzionata invece a mantenere alta la pressione economica su Mosca e a rafforzare le misure contro le navi impiegate per aggirare le sanzioni occidentali.
Secondo quanto riferito da un funzionario statunitense citato da Reuters, l’obiettivo di Washington sarebbe ridurre i costi del trasporto marittimo, saliti a livelli record. I colloqui si concentrerebbero sulla possibilità di autorizzare il trasporto di petrolio e prodotti petroliferi non soggetti a sanzioni statunitensi a bordo di navi precedentemente inserite nelle liste restrittive.
L’eventuale allentamento non riguarderebbe quindi necessariamente il commercio di petrolio russo o iraniano sottoposto a sanzioni, ma consentirebbe ad alcune petroliere colpite dalle restrizioni di tornare a operare nel trasporto di carichi autorizzati, previa approvazione del Dipartimento del Tesoro americano.
L’obiettivo, secondo il funzionario, sarebbe facilitare l’esportazione di maggiori quantitativi di greggio e prodotti raffinati dall’area del Golfo e contribuire a ridurre i costi dei noli marittimi.
Il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, ha confermato che l’amministrazione sta discutendo la possibilità di alleggerire alcune restrizioni sulle navi della flotta ombra. Intervenendo attraverso un videomessaggio al World Petroleum Congress di Riad, Wright ha indicato proprio la riduzione dei costi di trasporto tra gli obiettivi dell’iniziativa.
Secondo il gruppo di ricerca Energy Aspects, l’aumento dei noli marittimi sta penalizzando anche la domanda internazionale di greggio statunitense. L’efficacia di un eventuale allentamento delle sanzioni rimane tuttavia incerta, considerando che molte delle petroliere interessate continuano già a operare e che permangono le restrizioni imposte dall’Unione europea e dal Regno Unito.
Il possibile cambio di rotta americano rischia dunque di accentuare ulteriormente la distanza tra Washington e Bruxelles. Mentre l’Unione europea continua a discutere nuove misure per limitare le entrate energetiche della Russia e ostacolare le attività della flotta ombra, la Casa Bianca sembra privilegiare la necessità di contenere i prezzi dei carburanti e ridurre le tensioni sui mercati energetici internazionali.

