I Paesi dell’Unione europea stanno cercando di avvicinare le rispettive posizioni sul bilancio per il periodo 2028-2034, ma la disputa sulla ripartizione delle risorse rimane irrisolta. Parallelamente, Bruxelles sta ammorbidendo la propria linea nei confronti dell’Ungheria, sbloccando una parte dei fondi. Al vertice del Consiglio europeo, i leader discuteranno anche dell’aumento dei costi dell’energia e della sicurezza degli approvvigionamenti.
Thomas Byrne, ministro di Stato irlandese per gli Affari europei e la Difesa, in rappresentanza del Paese che detiene la presidenza del Consiglio dell’Unione europea, ha riconosciuto che gli Stati membri continuano ad avere posizioni divergenti sul Quadro finanziario pluriennale (QFP). Ha tuttavia assicurato che la proposta modificata rappresenta “un grande passo avanti” verso un accordo entro la fine dell’anno.
“Ora abbiamo una base per i negoziati e abbiamo fatto il nostro lavoro”, ha sottolineato Byrne. Ha aggiunto: “Nessuno otterrà tutto ciò che vuole, ma speriamo che, nonostante questo, ci sia qualcosa per tutti”.
Il politico irlandese sostiene che il nuovo pacchetto tenga conto delle priorità e delle preoccupazioni degli Stati membri, aprendo la strada alla fase successiva dei negoziati sotto la guida del Consiglio europeo. Come ha sottolineato, il nuovo quadro dovrebbe contribuire all’adozione tempestiva del bilancio. Ha inoltre assicurato che quasi tutti i programmi dell’Unione riceveranno più fondi rispetto all’attuale prospettiva finanziaria.
Secondo le informazioni disponibili, la nuova proposta della Commissione europea prevede tagli dell’8% rispetto al progetto originario, mantenendo al contempo il sostegno alla politica agricola comune e alla politica di coesione.
Le diverse posizioni degli Stati membri emergono con particolare chiarezza nelle attività di due gruppi negoziali. Gli “Amici della coesione”, che riuniscono 17 Paesi, tra cui Polonia, Spagna, Italia e gli Stati dell’Europa centrale e orientale, si oppongono ai tagli ai fondi strutturali e alla politica agricola. Durante un incontro coordinato da Fernando Sampedro, segretario di Stato spagnolo per gli Affari europei, i rappresentanti del gruppo hanno chiesto di mantenere le tradizionali priorità di bilancio.
I “Frugali”, invece, guidati da Germania, Paesi Bassi e Paesi scandinavi, chiedono una riduzione dell’intero bilancio e lo spostamento delle risorse verso nuovi obiettivi, come la difesa, l’innovazione e la sicurezza delle frontiere.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sottolineato che l’entità della proposta, da sola, non è sufficiente per raggiungere un compromesso. “L’entità della nuova proposta non costituisce una base per un accordo. Il bilancio europeo deve essere sostenibile per coloro che ne sopportano il principale onere finanziario”, ha dichiarato.
Il quadro elaborato dal Consiglio dell’Unione europea dovrebbe fungere da punto di partenza per ulteriori discussioni durante il vertice del Consiglio europeo. I leader degli Stati membri intendono affidare al presidente del Consiglio europeo la conduzione della fase successiva dei negoziati. Un accordo entro la fine del 2026 consentirebbe di avviare nel 2027 i lavori sugli atti legislativi necessari per garantire l’erogazione tempestiva dei fondi europei ai beneficiari.
La posta in gioco nei negoziati va oltre il solo bilancio. La questione dei finanziamenti europei potrebbe assumere particolare importanza in vista delle elezioni in Spagna, Polonia, Francia e Italia. L’entità del sostegno dell’Unione potrebbe diventare uno degli argomenti utilizzati dai partiti di governo e dall’opposizione nella competizione per il voto degli elettori.
Prezzi dell’energia e sicurezza degli approvvigionamenti
Oltre al bilancio, i leader degli Stati membri discuteranno dei prezzi dell’energia e dei carburanti, della politica energetica dell’Unione e dell’impatto della situazione geopolitica sulle catene globali di approvvigionamento e sulla sicurezza energetica.
L’aumento dei prezzi dell’energia fa crescere i costi di produzione e di erogazione dei servizi e, di conseguenza, aumenta le spese delle famiglie. La pressione sociale spinge i leader a cercare soluzioni che attenuino gli effetti degli aumenti per cittadini e imprese. Ciò richiede un’azione coordinata a livello europeo, adeguata alla portata del problema e alle esigenze degli Stati membri.
La Commissione europea propone che la risposta dell’Unione sia “comune, mirata e temporanea”, pur restando conforme ai principi del mercato unico. Tra le misure prese in considerazione figurano la proroga del quadro temporaneo sugli aiuti di Stato per i settori industriali maggiormente esposti all’aumento dei costi, un migliore utilizzo della capacità produttiva delle raffinerie europee e un’iniziativa per soddisfare congiuntamente la domanda di energia.
La libera circolazione dell’energia e dei prodotti energetici tra gli Stati partner dovrebbe contribuire anch’essa alla stabilizzazione degli approvvigionamenti.
Le misure immediate, tuttavia, non saranno sufficienti senza una strategia di lungo periodo. L’Unione deve ridurre la propria dipendenza dai mercati instabili dei combustibili fossili e accelerare la transizione energetica. Come sottolineato nella posizione presentata, quest’ultima rimane “la strategia più efficace per conseguire l’autonomia strategica dell’Europa e rafforzarne la resilienza”.
Darragh O’Brien, ministro irlandese per il Clima, l’Ambiente e l’Energia, ha assicurato che l’Unione europea è pronta a guidare l’abbandono dei combustibili fossili e ad accelerare lo sviluppo dell’energia pulita. La transizione dovrebbe “ridurre strutturalmente i prezzi dell’energia e fornire l’energia pulita, abbondante e prodotta a livello nazionale necessaria all’economia del futuro”.
A tal fine dovrebbero contribuire una più rapida elettrificazione, lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili e a basse emissioni, il potenziamento delle reti e dei sistemi di stoccaggio e il miglioramento dell’efficienza energetica.
Ungheria: sblocco di una parte dei fondi
A margine dei lavori, il Consiglio dell’Unione europea – riunito in composizione Affari generali – ha deciso di revocare le restrizioni nei confronti dell’Ungheria che bloccavano l’accesso a circa 4,2 miliardi di euro di fondi di coesione. Le restrizioni impedivano inoltre alle università ungheresi interessate di stipulare nuovi accordi nell’ambito dei programmi Erasmus+ e Horizon Europe.
Il Consiglio ha accolto la proposta della Commissione europea di revocare le misure di protezione imposte nel 2022 sulla base del regolamento sulla condizionalità relativa allo Stato di diritto. La decisione è stata preceduta da iniziative delle autorità di Budapest che, negli ultimi mesi, hanno adottato pacchetti anticorruzione volti ad aumentare la trasparenza e a tutelare gli interessi finanziari dell’Unione.
Il commissario europeo per il Bilancio Piotr Serafin ha valutato che la decisione “riflette le riforme” e rappresenta un riconoscimento dei cambiamenti positivi degli ultimi mesi. Ciò non significa tuttavia una riabilitazione politica di Budapest.
Analogamente si è espresso Michael McGrath, commissario per la Democrazia, la Giustizia e lo Stato di diritto. Ha dichiarato che la cooperazione dell’Ungheria con le istituzioni dell’Unione è stata “eccellente”, che il nuovo governo ha revocato alcune decisioni dei suoi predecessori e che il Paese si trova “sulla strada europea del ritorno”. Ha tuttavia precisato che l’Ungheria deve proseguire le riforme.
“Il rispetto dello Stato di diritto rimane una condizione per ricevere i fondi dell’Unione e il suo pieno ripristino rimane ancora una questione aperta”, ha sottolineato McGrath. Ha ricordato che il nuovo governo è al potere soltanto da pochi mesi. Ha inoltre sottolineato che la Commissione europea sta valutando la situazione, ma non è responsabile della chiusura formale della procedura separata.
La revoca delle restrizioni ripristina l’accesso a una parte dei fondi, ma non sblocca automaticamente le risorse soggette a restrizioni separate nell’ambito del piano ungherese di ripresa e resilienza. Non pone inoltre fine alla procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea, avviata dal Parlamento europeo nel 2018.
La decisione attenua le tensioni finanziarie tra l’Unione europea e l’Ungheria, ma non segna la conclusione delle più ampie procedure riguardanti lo Stato di diritto nel Paese.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su Focus Europe Poland disponibile qui.


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