La NATO è pronta a reagire nel caso di un attacco condotto dalla Russia, secondo quanto affermato dal Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, il generale statunitense Alexus Grynkewich, in un’intervista rilasciata all’emittente polacca TVP, nel corso della quale ha affrontato alcune questioni chiave sullo stato dell’Alleanza.
Nell’intervista rilasciata a margine del Forum per la sicurezza di Varsavia, il generale ha illustrato la strategia militare che la NATO adotterebbe in caso di conflitto, la cosiddetta “teoria della vittoria”, fondata sul principio del denial, ossia della negazione: data la natura difensiva dell’Alleanza, l’obiettivo non è sconfiggere il nemico, ma impedirgli di raggiungere i propri scopi. La vittoria coincide dunque con il fallimento dell’avversario, che non deve occupare alcun territorio alleato né essere in grado di colpirne le infrastrutture. Il messaggio è triplice: agli alleati, che in caso di attacco esiste un piano pronto a essere eseguito; a chiunque pensi di minacciare un Paese membro, che troverebbe dinnanzi a sé una difesa pronta “di ogni centimetro di territorio”; a tutti, che la NATO non cerca l’escalation, perché non rientra nei suoi piani difensivi.
Incalzato sulle risposte giudicate timide dell’Alleanza a sabotaggi, incursioni di droni e attacchi nel Mar Nero, Grynkewich ha ricordato che ogni azione colpisce uno Stato preciso, il quale ha il diritto e la responsabilità di reagire a modo suo. La NATO, ha spiegato, agisce in gran parte lontano dai riflettori, con consultazioni riservate, scambio di informazioni e supporto alle indagini: anche se non sempre si vede, esiste dunque una risposta collettiva e concreta. Queste operazioni, ha aggiunto riferendosi alla Russia, sono “sconsiderate e pericolose”, perché incendi ed esplosioni possono causare vittime e, di conseguenza, un’escalation involontaria.
Il rischio di un attacco su larga scala contro il territorio dell’Alleanza è invece, a giudizio del generale, “relativamente basso”, dato che l’impegno militare russo è oggi concentrato in Ucraina. Tuttavia, ciò non esclude azioni più limitate da parte di Mosca, ma è proprio la Russia a pagare il prezzo più alto: il debito cresce, l’inflazione è elevata, le perdite umane sono considerevoli e si moltiplicano i segnali di malcontento nell’opinione pubblica.
Proprio la capacità di sostenere questa pressione passa, secondo il generale, da un’Europa che si fa carico di una parte maggiore della propria difesa. L’esempio virtuoso è la Polonia, che quest’anno destinerà alla difesa il 4,8% del PIL: investimenti di questo tipo rendono la NATO già oggi in grado di difendere il proprio territorio e la renderanno ancora più pronta man mano che si tradurranno in capacità concrete. Un’Europa più forte, ha sostenuto il generale statunitense, non allenta il legame transatlantico ma lo consolida, e sul versante americano ha ricordato che al vertice di Ankara anche il presidente Trump ha sottoscritto un impegno “ferreo” sull’articolo 5, definendo essenziale il contributo degli Stati Uniti.
Il discorso sull’europeizzazione dell’Alleanza ha toccato anche gli incontri di Varsavia tra il sottosegretario alla Difesa americano Colby e i ministri di alcuni Paesi europei (Norvegia, Svezia, Finlandia, Polonia, Paesi Bassi, Germania), che i giornalisti hanno letto come il segnale di un’autonomia iniziativa di un nucleo ristretto di Stati particolarmente seri sulla difesa. Il generale ha ridimensionato la lettura: all’interno dell’Alleanza i formati regionali sono una prassi consolidata, ed è naturale che chi dispone di una vera capacità produttiva si confronti sullo sviluppo delle capacità. Semmai, ha concesso, è un bene che altri vogliano farne parte e dimostrare di esserne all’altezza.
Quanto al rapporto con l’Unione europea, la NATO resta il perno della sicurezza euro-atlantica e non devono nascere comandi o capacità duplicati, mentre a Bruxelles spettano soprattutto mobilità militare, infrastrutture e resilienza.
La stessa logica di rafforzamento reciproco vale per l’Ucraina, che il generale ha definito “essenziale” per la sicurezza euro-atlantica. Agli alleati ha chiesto di aumentare il sostegno a Kiev, in particolare con la difesa aerea, attraverso il programma PURL (Prioritised Ukraine Requirements List), che permette agli europei di finanziare capacità americane destinate agli ucraini, e con le donazioni dalle scorte nazionali. Il flusso, però, non va in una sola direzione: la NATO sta imparando da Kiev, che ha maturato un’esperienza unica nel condurre i conflitti di oggi, spesso del tutto nuovi.
Alla domanda finale, ovvero quanto rapidamente interverrebbero le truppe americane se la Russia attaccasse la Polonia o i Paesi baltici, il generale è tornato alla “teoria della vittoria”: l’Alleanza è pronta a reagire in fretta, ma l’obiettivo è evitare che si arrivi a quel punto. La chiave, ha concluso, è la deterrenza.
[Articolo a cura di Giacomo Cellupica]

