L’Europa non è ancora “davvero Europa”, lo ha dichiarato l’economista e premio Nobel Paul Krugman, che intervenendo lunedì alla conferenza internazionale “Roaring Sixties…Turbulent Twenties”, promossa dall’Università Federico II di Napoli, dal CNR e da altre istituzioni accademiche e scientifiche, ha descritto una situazione economica caratterizzata dall’aumento delle disuguaglianze, da trasformazioni tecnologiche potenzialmente destabilizzanti e dall’avanzata dei movimenti autoritari, sullo sfondo del progressivo deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Unione europea sotto l’amministrazione di Donald Trump.

Nonostante queste criticità, Krugman ha respinto l’immagine di un continente in declino, individuando piuttosto nel mancato completamento dell’integrazione economica uno dei principali ostacoli alla competitività europea. “Se dovessi muovere una vera critica alla politica europea, sarebbe soprattutto quella di non aver attuato pienamente l’Atto unico europeo”, ha spiegato rispondendo a una domanda dell’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi in merito alla mancanza di una voce in grado di aggregare le diverse posizioni e indicare una direzione comune. “Doveva essere un’economia realmente integrata e credo che gran parte del divario di produttività rispetto agli Stati Uniti dipenda proprio dal mancato completamento del progetto europeo”, ha ammesso Krugman.

Una debolezza che, secondo il premio Nobel, potrebbe essere superata proprio grazie alle pressioni esterne. “Forse il senso di una sfida esterna può rappresentare una motivazione per l’Europa a unirsi e realizzare ulteriori riforme”, ha osservato, ricorrendo poi a una provocazione: davanti alla sede della Commissione europea dovrebbero essere collocate due statue, “una di Vladimir Putin e una, d’oro, di Donald Trump”. Il riferimento è una vecchia battuta secondo cui davanti alla sede della Commissione europea avrebbe dovuto essere collocata una statua di Stalin, perché fu la minaccia sovietica a favorire il processo di integrazione del continente.

L’economista ha quindi richiamato il rapporto sulla competitività presentato da Mario Draghi, definendolo molto importante, pur dichiarando di avere alcune riserve sulle statistiche utilizzate. “Draghi sta cercando essenzialmente di creare un senso di urgenza”, ha spiegato, osservando che molte delle riforme necessarie sono già note e che la loro attuazione potrebbe produrre benefici significativi.

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Disuguaglianze e democrazia: il rischio dell’avanzata autoritaria

Nel suo intervento alla conferenza internazionale, Krugman ha dato ampio spazio al rapporto tra trasformazioni economiche, disuguaglianze territoriali e crescita dei movimenti politici autoritari. Secondo il premio Nobel per l’economia negli ultimi trent’anni le economie avanzate hanno registrato un aumento delle disparità, sia nella distribuzione individuale della ricchezza sia tra regioni appartenenti allo stesso Paese.

Il fenomeno, un tempo associato soprattutto al divario tra Nord e Sud Italia, è ormai comune a gran parte del mondo occidentale. Come osservato da Krugman anche gli Stati Uniti presentano profonde differenze tra le aree metropolitane più sviluppate e le regioni interne, mentre in Europa situazioni analoghe interessano la Germania orientale, il Nord dell’Inghilterra e alcune aree della Francia. “Ogni Paese avanzato ha il proprio Mezzogiorno”, ha osservato Krugman.

Per l’economista che nella sua lunga carriera ha insegnato al MIT e a Princeton, la trasformazione delle economie, sempre più orientate ai servizi e alle attività basate sulla conoscenza, tende infatti a favorire le grandi aree urbane già dotate di università, infrastrutture e lavoratori altamente qualificati, lasciando indietro i territori meno sviluppati.

Rispondendo a una domanda sul rapporto tra queste disparità e l’ascesa dei partiti populisti, Krugman ha riconosciuto che il declino economico di alcune regioni contribuisce a rafforzare i movimenti autoritari, ma ha messo in guardia dalle interpretazioni esclusivamente economiche. Anche Paesi dotati di sistemi di protezione sociale particolarmente generosi, come la Danimarca, registrano infatti la presenza di formazioni populiste.

“Se cercate una soluzione miracolosa che risolva i problemi politici soltanto attraverso l’economia, probabilmente vi aspettate troppo”, ha spiegato, precisando tuttavia che ridurre le disuguaglianze resta indispensabile.

L’economista ha inoltre espresso un giudizio critico sull’utilizzo del termine populismo per descrivere Donald Trump, sostenendo che il presidente americano non rappresenti, a suo avviso, un movimento realmente interessato al benessere della popolazione.

Gli Stati Uniti non sono più affidabili

Interpellato sul deterioramento dei rapporti tra Washington e i suoi tradizionali alleati, Krugman ha attribuito gran parte delle tensioni attuali alla leadership di Trump, escludendo che l’ostilità verso Europa e Canada sia profondamente radicata nella società americana.

“È soprattutto una questione legata alla mentalità di un singolo uomo”, ha dichiarato l’economista, criticando un sistema presidenziale che, a suo giudizio, concentra un potere eccessivo nelle mani del capo dello Stato. Secondo Krugman, un futuro cambiamento politico negli Stati Uniti potrebbe ridurre le tensioni transatlantiche. Tuttavia, ha avvertito, sarebbe un errore per gli europei considerare possibile un semplice ritorno alla situazione precedente. “Sarebbe sciocco per i Paesi europei, o per il Canada, fidarsi del fatto che dopo il 2029 potremo riportare indietro l’orologio e che tutto tornerà come prima. Dopotutto, abbiamo eletto quest’uomo due volte”, ha ammesso, osservando al contempo: “Non biasimo il resto del mondo se non si fiderà mai più di noi come faceva un tempo. Non siamo affidabili. Mi dispiace dirlo, ma questa è la verità sull’America di oggi”.

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Intelligenza artificiale, tra opportunità economiche e rischi ancora sconosciuti

Sul fronte tecnologico, Krugman ha riconosciuto che l’intelligenza artificiale rappresenta una delle trasformazioni più profonde e potenzialmente destabilizzanti dell’economia contemporanea.

L’economista ha sottolineato che rimangono interrogativi fondamentali sui benefici che queste tecnologie produrranno per i cittadini, rispetto a quelli destinati alle grandi imprese che ne controllano lo sviluppo. Il rischio è che i cambiamenti tecnologici accentuino squilibri già esistenti, soprattutto nei territori meno attrezzati ad attrarre investimenti e competenze.

Nonostante queste incertezze, Krugman ha mantenuto una valutazione complessivamente ottimistica sulle prospettive economiche. “Sono ottimista sull’economia mondiale. Sono ottimista sull’Europa. Sono ottimista sull’Italia”, ha affermato, concludendo con una battuta sui rischi estremi delle nuove tecnologie: “Sono leggermente preoccupato che l’intelligenza artificiale possa decidere di ucciderci tutti. Ma, a parte questo, sono piuttosto ottimista sul futuro”, ha affermato con un sarcasmo pungente l’economista e premio Nobel.

L’Italia e il problema della produttività: “I dati raccontano una storia peggiore della realtà”

Una parte importante della lectio è stata dedicata all’economia italiana e alla sua apparente stagnazione. Krugman ha contestato l’interpretazione secondo cui l’Italia non avrebbe registrato praticamente alcuna crescita della produttività dall’inizio degli anni Duemila.

Secondo l’economista, una parte significativa del ritardo apparente dipenderebbe dai metodi utilizzati per misurare la produzione economica e il valore dei nuovi beni e servizi. Le statistiche economiche, ha spiegato, richiedono inevitabilmente stime e convenzioni che possono variare da un Paese all’altro. Gli istituti statistici italiani adotterebbero criteri particolarmente prudenti nella valutazione di alcuni prodotti tecnologici, contribuendo a sottostimare i progressi effettivi.

“L’economia italiana è deludente, vorremmo che fosse più produttiva, ma non sta realmente perdendo terreno”, secondo Krugman, il quale ha aggiunto che nel Paese sono stati compiuti progressi considerevoli. Krugman non ha tuttavia negato l’esistenza di problemi strutturali, a cominciare dalle disuguaglianze territoriali.

Per affrontarle, secondo il premio Nobel, non basta trasferire risorse alle regioni meno sviluppate, ma è necessario creare occupazione e rendere i territori capaci di attrarre nuove attività economiche. In questa prospettiva ha richiamato il ruolo delle città universitarie, della qualità della vita e delle nuove opportunità offerte dal lavoro a distanza. Napoli, ha osservato, ha registrato miglioramenti significativi sotto il profilo della vivibilità e della sicurezza e dispone di caratteristiche che potrebbero favorire nuove forme di sviluppo.

Globalizzazione, energia e auto cinesi: “Serve tempo per adattarsi”

Nel confronto con il pubblico, Krugman ha affrontato anche il futuro della globalizzazione e la crescente vulnerabilità delle catene di approvvigionamento, un tema particolarmente sensibile in Europa come dimostrato dalla recente visita del commissario al Commercio, Maros Šefčovič.

Le crisi degli ultimi mesi, ha spiegato, hanno dimostrato quanto l’economia mondiale dipenda da passaggi strategici e infrastrutture difficilmente sostituibili. “Il mondo non è affatto piatto”, ha osservato, richiamando l’esistenza di numerosi colli di bottiglia commerciali, paragonabili allo Stretto di Hormuz.

Per rendere le economie più resilienti, secondo Krugman, potrebbe essere necessario accettare costi leggermente superiori in cambio di una maggiore diversificazione delle forniture, della ridondanza delle infrastrutture e di una produzione energetica più vicina ai luoghi di consumo.

In questo contesto ha sottolineato i progressi delle energie rinnovabili, osservando che solare, eolico e batterie sono diventati in molti casi competitivi anche senza considerare i benefici ambientali e di sicurezza.

L’Europa, ha aggiunto, potrebbe progressivamente ridurre la propria dipendenza dal gas naturale liquefatto proveniente dal Golfo Persico e dagli Stati Uniti.

Krugman si è soffermato infine sulla concorrenza delle automobili cinesi, sostenendo che l’Europa debba evitare sia un protezionismo permanente sia un’apertura commerciale indiscriminata. A suo giudizio, misure temporanee per rallentare l’afflusso di veicoli cinesi possono essere giustificate se consentono all’industria automobilistica europea di adattarsi alla concorrenza.

“Credo molto nei benefici del commercio internazionale, ma dobbiamo anche essere realisti: lasciare che tutto proceda senza alcun controllo può essere socialmente troppo distruttivo”, ha ammesso Krugman che difende il modello di economia sociale sviluppatosi in Occidente dopo la Seconda guerra mondiale, fondato su mercato, regolamentazione, fiscalità e protezione sociale, sostenendo che rimanga il sistema più efficace finora sperimentato.

“Non credo che abbiamo bisogno di un cambiamento filosofico fondamentale. Dobbiamo semplicemente riformare e migliorare un sistema che, fondamentalmente, funziona”, ha concluso.

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