Enormi code a senso unico si sono formate al valico di Upper Lars, al confine tra Russia e Georgia. Nell’ultima settimana completa di agosto, oltre 113.000 persone e 33.000 veicoli hanno lasciato la Russia passando attraverso questo unico checkpoint: un record. L’impennata viene ampiamente interpretata come un indicatore del timore che Mosca possa annunciare una nuova ondata di mobilitazione dopo le elezioni della Duma di Stato di metà settembre.
Per i russi che cercano di evitare la leva, la Georgia rappresenta la via d’uscita più semplice. Il Paese ha un confine terrestre con la Russia, consente l’ingresso senza visto e dispone di un governo che finora ha considerato l’afflusso vantaggioso dal punto di vista economico. Il numero di cittadini russi residenti in Georgia è già passato da circa 38.000 nel censimento del 2024 a 72.000 nel 2026, pari a circa il 2% della popolazione. Una nuova grande ondata potrebbe raddoppiare ulteriormente questa cifra.
Gli effetti economici e sociali sono già visibili. Gli affitti a Tbilisi e Batumi sono raddoppiati nel giro di pochi anni. Dal 2022 sono state aperte circa 40.000 aziende registrate in Russia. Un sondaggio del CRRC-Georgia ha rilevato che il 70% dei georgiani non si fida dei nuovi arrivati e che il 52% è contrario a concedere loro il diritto di lavorare. A luglio, una rissa in un albergo di Kakheti tra turisti russi e invitati georgiani a un matrimonio ha provocato una protesta a Tbilisi, durante la quale sono state chieste regole più severe per l’ingresso nel Paese.
Esponenti dell’opposizione descrivono l’aeroporto di Tbilisi come “un’altra porta di Mordor”. Avvertono che una diaspora russa in continua espansione potrebbe trasformarsi in una quinta colonna, che persone legate ai media statali russi o che hanno visitato i territori occupati della Georgia stanno riuscendo a entrare nel Paese e che, con un volume così elevato di arrivi, le attività di intelligence diventano più difficili da monitorare. Gli esponenti di Sogno Georgiano, il partito al governo, respingono queste preoccupazioni definendole semplicemente turismo stagionale e accusano i loro critici di alimentare l’odio etnico.
Il fenomeno ripropone quanto accaduto nel 2022, quando la prima “mobilitazione parziale” ordinata da Putin provocò un analogo afflusso di persone attraverso lo stesso passo di montagna. Questa volta, però, i numeri sono maggiori, la comunità russa residente nel Paese è già consolidata e il clima politico in Georgia è più teso.
Molti dei russi che stanno arrivando oggi in Georgia si dichiarano sorpresi dall’accoglienza fredda o apertamente ostile che ricevono, apparentemente dimenticando che Mosca occupa ancora circa il 20% del territorio georgiano internazionalmente riconosciuto – l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud – dopo la guerra del 2008.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

