Per intercettare velivoli russi, o altri oggetti aerei avvicinatisi in modo irregolare allo spazio aereo della NATO, i caccia dell’Alleanza sono decollati quasi 700 volte in due anni. A renderlo noto è stato l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della NATO, intervenuto ieri (7 settembre) alla Base navale di Taranto.

“Settecento decolli in due anni. Fate i calcoli: quasi uno al giorno”, ha detto Cavo Dragone, utilizzando il dato per sottolineare quanto le minacce alla sicurezza euro-atlantica siano ormai una realtà quotidiana e non soltanto uno scenario ipotetico.

Secondo l’ammiraglio, la Russia rappresenta una delle principali fonti di pressione, insieme ai gruppi terroristici. Ma il quadro di sicurezza dell’Alleanza è più ampio e comprende anche minacce meno immediatamente visibili, quali la disinformazione, gli attacchi ibridi e gli Stati autoritari intenzionati a mettere in discussione l’ordine internazionale sul quale si fonda la sicurezza europea.

Il messaggio di Cavo Dragone si inserisce nel dibattito sul futuro dell’Alleanza dopo l’invasione russa in Ucraina e il progressivo rafforzamento del fianco orientale. L’ammiraglio ha parlato di una possibile “NATO 3.0”, descrivendola come un’Alleanza più equilibrata, nella quale gli Stati europei assumano una quota maggiore delle responsabilità militari accanto agli Stati Uniti.

L’obiettivo, ha spiegato, è tornare pienamente alla difesa collettiva in un contesto in cui le minacce arrivano “da tutte le direzioni”, cioè dall’Est come dal Sud, ma anche dall’Artico, e attraverso strumenti convenzionali e ibridi, fisici e digitali.

Per l’Europa il tema è particolarmente rilevante. L’aumento delle responsabilità europee nella NATO implica infatti maggiori investimenti nella difesa, ma anche la necessità di colmare le lacune capacitive degli eserciti nazionali e rafforzare l’interoperabilità tra gli alleati.

Taranto assume, in questo quadro, un valore strategico anche per il fianco Sud. La posizione italiana nel Mediterraneo rende il Paese un punto di raccordo tra la dimensione meridionale dell’Alleanza e quella orientale, mentre Roma è chiamata a contribuire sempre più alla capacità europea di deterrenza e risposta.

Cavo Dragone ha collegato la trasformazione della NATO al concetto di “antifragilità”, già utilizzato in precedenza per descrivere il tipo di resilienza che l’Alleanza dovrebbe sviluppare. L’idea è distinguere tra ciò che è fragile e si rompe sotto pressione, ciò che è resiliente e resiste senza cambiare e ciò che, come un muscolo, diventa più forte proprio grazie allo stress.

In questa prospettiva, la superiorità strategica non dipenderà esclusivamente dalla disponibilità delle armi più avanzate, ma dalla capacità di imparare, decidere, produrre, innovare e recuperare più rapidamente.

Il dato dei quasi 700 decolli offre una fotografia concreta della pressione esercitata sui sistemi di difesa aerea europei. L’Unione europea non dispone ancora di una vera politica di difesa comune e la NATO rimane il principale garante della sicurezza del continente, con gli Stati membri che continuano a mantenere il controllo delle proprie capacità militari, con una forte dipendenza dalle risorse e dalle capacità statunitensi.

Rafforzare la difesa degli Stati europei è quindi necessario, e in questo contesto, con il piano Readiness 2030, le istituzioni dell’Unione sembrano aver colto il messaggio, ma cresce sempre più il dubbio che ciò non sia sufficiente. Di fronte a un contesto internazionale sempre più instabile, la vera sfida per l’Europa pare dover essere quella di trasformare l’attuale coordinamento tra Stati in una capacità autonoma e credibile di difesa, evitando frammentazione, duplicazioni e dipendenze strategiche.

In questo modo, si otterrebbe un pilastro europeo strutturato all’interno dell’alleanza difensiva. Possibile che sia attraverso questo che si otterrà la “NATO 3.0” auspicata da Cavo Dragone.

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