Quando le fabbriche cinesi inondano il mercato europeo con auto elettriche, pannelli solari o materiali da costruzione a prezzi più convenienti, per il consumatore sembra un vantaggio. Il problema è che la Cina mantiene bassi i prezzi non grazie a una maggiore efficienza, ma grazie a massicci sussidi statali alle proprie fabbriche. L’acquisto vantaggioso per gli europei sta così gradualmente portando l’industria europea in una profonda crisi

L’Unione europea sta quindi cambiando strategia nei confronti di Pechino. Anziché aspettare che i container cinesi arrivino nei porti per poi imporre dazi, vuole convincere la Cina a limitare autonomamente le proprie massicce esportazioni.

Lo ha confermato in un’intervista a POLITICO il commissario europeo per il Commercio Maroš Šefčovič. La Commissione europea è sottoposta a una pressione enorme: i leader degli Stati membri hanno fissato alla Commissione europea una scadenza entro la metà di ottobre. Entro tale data dovrà mostrare risultati concreti.

Il motivo di questo approccio deciso è il deficit commerciale record dell’UE nei confronti della Cina, che ha raggiunto i 360 miliardi di euro all’anno. In pratica, ciò significa che dall’Europa verso la Cina defluisce ogni giorno la cifra insostenibile di un miliardo di euro. Le importazioni cinesi a basso costo stanno mettendo a dura prova soprattutto le case automobilistiche, gli stabilimenti chimici e le acciaierie, che stanno gradualmente chiudendo gli impianti e licenziando personale.

L’UE e la Cina stanno andando verso un compromesso commerciale? (date chiave)

  • 31 agosto | Negoziatori a Pechino: la delegazione dell’UE ha avviato i colloqui con l’obiettivo di istituire una gestione bilaterale del commercio e di ridurre l’afflusso di merci sovvenzionate.
  • Metà settembre | Colloquio ministeriale: Maroš Šefčovič discuterà con il ministro cinese Wang Wentao dei programmi pilota volti a limitare le esportazioni in eccesso.
  • Inizio ottobre | Šefčovič in Cina: missione personale del commissario europeo a Pechino per negoziare le condizioni commerciali definitive e l’apertura del mercato cinese.
  • Metà ottobre | Scadenza per i leader dell’UE: termine ultimo per la Commissione. Se i negoziati non andranno a buon fine, l’Unione applicherà severe restrizioni alle importazioni e dazi doganali.

Freno all’elusione delle regole

Una delle prime misure concrete adottate da Bruxelles è l’inasprimento delle norme sulle importazioni di acciaio. A partire dal 1° ottobre, per 26 categorie di prodotti siderurgici, gli importatori dovranno documentare con precisione la cosiddetta “fusione e colata”, ovvero indicare in quale forno l’acciaio sia stato fisicamente prodotto.

Bruxelles colma così un’importante lacuna nella tutela della propria industria. Finora, infatti, ai produttori cinesi bastava esportare acciaio a basso costo, ad esempio in Turchia o in Vietnam, trasformarlo lì in lamiera e importarlo in Europa senza rigide restrizioni come merce non cinese.

La nuova norma, approvata all’unanimità dagli Stati membri a metà agosto, si basa sulla documentazione commerciale standard e sui certificati di collaudo dei materiali. Fornisce così alle dogane europee uno strumento efficace per individuare l’origine fittizia delle merci e le pratiche sleali.

Questo permette all’Unione di vietare alle aziende cinesi sovvenzionate di partecipare agli appalti pubblici europei o di bloccare i loro investimenti nel continente.

Per Pechino, quindi, l’accordo rappresenta il male minore. L’economia cinese sta affrontando una crisi immobiliare e un consumo interno debole.

Se l’UE applicasse pienamente le quote di importazione e i dazi unilaterali, le fabbriche cinesi perderebbero un cliente chiave, il che aggraverebbe la disoccupazione e il rallentamento economico nel Paese. La limitazione volontaria delle esportazioni è quindi per la Cina il prezzo da pagare per mantenere un accesso prevedibile al mercato europeo senza una guerra commerciale aperta.

Perché l’Europa è sottoposta a una pressione così forte?

Un’analisi del think tank economico Bruegel sottolinea che la radice del problema risiede proprio nell’economia cinese. La Cina deve fare i conti con un consumo interno debole, ma le sue fabbriche producono a pieno regime. Lo Stato sovvenziona generosamente le fabbriche, che producono così molto più di quanto il mercato interno sia in grado di assorbire. Le eccedenze che ne derivano vengono poi esportate in tutto il mondo a prezzi bassi.

“La Cina non deve affrontare solo un eccesso di offerta temporaneo, ma una profonda sovraccapacità strutturale. Poiché la domanda interna in Cina rimane debole, Pechino ha deciso di risolvere il proprio rallentamento economico con massicce esportazioni all’estero”, affermano gli analisti del think tank Bruegel. Allo stesso tempo mettono in guardia dal fenomeno denominato “deflazione di mercato”.

Quando gli Stati Uniti hanno imposto dazi elevati sulle merci cinesi, i container cinesi non sono scomparsi. Hanno semplicemente cambiato rotta e si sono reindirizzati verso l’Europa, che è rimasta l’ultimo grande mercato aperto. Per gli europei ciò crea una trappola pericolosa: le importazioni a basso costo, pur spingendo al ribasso i prezzi, allo stesso tempo mettono fuori gioco le imprese nazionali, che non riescono a competere con il bilancio statale cinese.

La lezione degli anni ’80

Šefčovič sta ora cercando di negoziare con la Cina i cosiddetti programmi pilota per la gestione volontaria delle esportazioni. Questo approccio ricorda la situazione degli anni ’80 del XX secolo, quando i mercati occidentali furono invasi da auto giapponesi a basso costo e dall’elettronica sudcoreana.

All’epoca, Tokyo e Seul accettarono i limiti volontari alle esportazioni per un semplice motivo: si resero conto che, se non avessero ceduto di propria iniziativa, gli Stati Uniti e l’Europa avrebbero chiuso loro completamente i mercati attraverso dazi e quote rigidi e generalizzati. Il limite volontario rappresentava per loro un compromesso minore, che garantiva un accesso stabile al mercato senza scatenare una guerra commerciale aperta.

Di quali leve dispone Bruxelles e perché la Cina dovrebbe cedere?

La pressione dell’Unione europea, tuttavia, non si basa su una ingenua aspettativa di buona volontà da parte di Pechino, ma su un rigoroso calcolo economico. Il mercato europeo è di vitale importanza per la Cina – soprattutto in un momento in cui gli elevati dazi imposti da Washington stanno gradualmente chiudendo il mercato americano. Per i produttori cinesi, l’Europa rimane l’unico mercato al mondo, vasto e con un elevato potere d’acquisto, in grado di assorbire la loro massiccia produzione.

Bruxelles, inoltre, dispone di strumenti di mercato sempre più incisivi. Oltre ai dazi antidumping mirati, già introdotti per le auto elettriche e l’acciaio cinesi, dispone di un nuovo strumento contro le sovvenzioni estere.

Questo strumento consente all’Unione di vietare alle aziende cinesi sovvenzionate di partecipare agli appalti pubblici europei o di bloccare i loro investimenti nel continente.

Bruxelles colma così un’importante lacuna nella tutela della propria industria. Finora, infatti, ai produttori cinesi bastava esportare acciaio a basso costo, ad esempio in Turchia o in Vietnam, trasformarlo lì in lamiera e importarlo in Europa senza rigide restrizioni come merce non cinese.

La nuova norma, approvata all’unanimità dagli Stati membri a metà agosto, si basa sulla documentazione commerciale standard e sui certificati di collaudo dei materiali. Fornisce così alle dogane europee uno strumento efficace per individuare l’origine fittizia delle merci e le pratiche sleali.

Questo permette all’Unione di vietare alle aziende cinesi sovvenzionate di partecipare agli appalti pubblici europei o di bloccare i loro investimenti nel continente.

Per Pechino, quindi, l’accordo rappresenta il male minore. L’economia cinese sta affrontando una crisi immobiliare e un consumo interno debole.

Se l’UE applicasse pienamente le quote di importazione e i dazi unilaterali, le fabbriche cinesi perderebbero un cliente chiave, il che aggraverebbe la disoccupazione e il rallentamento economico nel Paese. La limitazione volontaria delle esportazioni è quindi per la Cina il prezzo da pagare per mantenere un accesso prevedibile al mercato europeo senza una guerra commerciale aperta.

Come vedono la situazione i singoli attori?

Dal punto di vista dell’industria europea, l’approccio deciso di Bruxelles porta un sollievo atteso da tempo. L’associazione BusinessEurope, che rappresenta le più grandi aziende europee, sostiene da tempo che l’Europa non può più essere ingenua nei confronti della concorrenza cinese sostenuta dallo Stato e deve utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per salvaguardare la parità di condizioni sul mercato.

Nel 2025 il direttore generale Markus J. Beyrer ha ripetutamente sottolineato che le capacità in eccesso della Cina e la concorrenza distruttiva sui prezzi minacciano settori chiave dell’Europa, esortando l’UE a non esitare a difendere i propri interessi.

Una posizione simile è condivisa anche dalle associazioni nazionali e dalle grandi aziende, in particolare nei settori automobilistico, siderurgico e chimico. Per loro non si tratta di protezionismo, ma di una necessaria difesa contro la concorrenza sleale.

Gli analisti economici indipendenti invitano tuttavia alla cautela.

L’Istituto tedesco per l’economia mondiale di Kiel ricorda che i dazi generalizzati di per sé non risolvono il problema della competitività intrinsecamente più debole delle imprese europee. L’introduzione di rigide barriere unilaterali comporta inoltre l’enorme rischio che da Pechino arrivi una ritorsione altrettanto dura.

Pechino, dal canto suo, respinge categoricamente qualsiasi accusa. Il Ministero del Commercio cinese ha dichiarato che le accuse di sovraccapacità artificiale da parte dell’UE sono solo un pretesto strumentale per nascondere i propri problemi economici e soffocare la concorrenza. Allo stesso tempo, la Cina ha lanciato un chiaro segnale: in caso di introduzione di misure restrittive, è pronta a rispondere immediatamente.

Il destino delle relazioni bilaterali si deciderà quindi nelle prossime settimane. Se entro metà ottobre la Cina non accetterà una soluzione di compromesso, Bruxelles è determinata ad applicare pienamente rigide barriere all’importazione e quote.

Leggi qui l’articolo originale di EUBrief.

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