Cambia la base giuridica, non la sostanza. Dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha bocciato l’uso dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) per imporre dazi, l’amministrazione di Donald Trumpintende mantenere l’impianto tariffario precedente, ancorandolo però a strumenti legislativi diversi.

È il messaggio che il rappresentante Usa per il Commercio, Jamieson Greer, avrebbe trasmesso ai ministri del Commercio del G7. L’obiettivo è “agire rapidamente per evitare nuove incertezze”, ma anche scongiurare l’ipotesi di rimborsi a favore delle aziende esportatrici straniere che potrebbero contestare i dazi dichiarati illegittimi.

La sentenza della Corte Suprema e il nuovo ordine esecutivo

Il 20 febbraio la Corte Suprema ha stabilito che Trump ha oltrepassato la propria autorità imponendo tariffe senza il coinvolgimento del Congresso in base a una legge pensata per emergenze nazionali. Nel giro di poche ore, la Casa Bianca ha reagito con un nuovo ordine esecutivo che introduce dazi fino al 15%, fondandoli questa volta sulla Section 122 del Trade Act del 1974.

Questa disposizione consente al presidente di applicare tariffe globali – per un massimo del 15% e per un periodo non superiore a 150 giorni – in presenza di squilibri nella bilancia dei pagamenti. Le nuove misure scatteranno il 24 febbraio e, secondo la Commissione europea, potrebbero riguardare circa il 78% delle merci importate dall’Ue.

Washington ha inoltre richiamato altre possibili basi legali alternative, tra cui il Trade Expansion Act del 1962 (già usato da Trump con la Section 232 per colpire acciaio e auto) e altre sezioni del Trade Act, come la 301 o la 338, tradizionalmente utilizzate contro pratiche ritenute sleali.

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L’accordo del luglio 2025 ora è in bilico

Il cambio di base giuridica mette però in discussione l’equilibrio dell’accordo politico siglato nel luglio 2025 tra Trump e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, che prevedeva un’aliquota “onnicomprensiva” del 15% sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti, a fronte di dazi zero sulla maggior parte dei beni americani in ingresso nel mercato Ue.

La nuova impostazione americana, applicata in modo indistinto a tutti i partner commerciali, elimina il vantaggio competitivo che l’Ue aveva rispetto a Paesi come Cina o Brasile e, soprattutto, si sommerebbe all’aliquota della nazione più favorita. Di fatto, le esportazioni europee rischierebbero di superare la soglia del 15% concordata.

Per questo il Parlamento europeo ha deciso di sospendere il voto di ratifica dell’intesa. Il presidente della commissione Commercio internazionale, Bernd Lange, ha parlato di una situazione “più incerta che mai”, sottolineando che la proposta americana “si applica indiscriminatamente a tutti i Paesi” e costituisce “un chiaro scostamento dai termini dell’accordo”.

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Šefčovič chiede chiarezza a Washington

Il commissario europeo al Commercio, Maroš Šefčovič, ha avuto colloqui con Greer e con il segretario al Commercio Usa, ribadendo che per Bruxelles “la stabilità e la prevedibilità sono priorità assolute”.

“Un accordo è un accordo”, ha dichiarato, chiedendo garanzie sul rispetto dell’intesa del 2025 e sulla corretta applicazione della tariffa al 15%. Solo in presenza di rassicurazioni formali il Parlamento potrebbe tornare a calendarizzare il voto, forse già nella plenaria di marzo.

Strategia aggressiva, ma terreno giuridico instabile

Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, Washington ha adottato una linea commerciale fortemente protezionista, con l’obiettivo dichiarato di rilanciare l’industria nazionale e aumentare le entrate fiscali. La sentenza della Corte Suprema ha però limitato l’uso dei poteri emergenziali, costringendo l’amministrazione a muoversi su basi normative alternative, più circoscritte e temporanee.

Per Bruxelles, il nodo è politico oltre che tecnico: le minacce tariffarie e il continuo mutamento della cornice legale mettono in dubbio la solidità dell’accordo transatlantico. E senza certezza giuridica, la promessa di “stabilità” che aveva accompagnato l’intesa del 2025 rischia di restare solo sulla carta.

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