Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha riunito a Washington il nuovo “Board of Peace” per la sua prima sessione formale, presentandolo come lo strumento destinato a consolidare il fragile cessate il fuoco a Gaza e a sostenere la ricostruzione dell’enclave palestinese devastata da due anni di guerra. Tuttavia, i principali alleati degli Stati Uniti sono assenti dal vertice, in quanto si teme che Trump possa sperare di sfidare le Nazioni Unite con la sua più ampia ambizione di utilizzare l’organismo per contribuire a risolvere i conflitti globali.
Nel frattempo, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha discusso a New York dell’andamento della tregua e delle prospettive regionali, mentre l’amministrazione americana prosegue nel tentativo di trasformare il Board of Peace in un nuovo perno della gestione internazionale delle crisi.
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Nel corso dell’incontro, Trump ha annunciato che nove Paesi – Kazakistan, Azerbaigian, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Bahrein, Qatar, Arabia Saudita, Uzbekistan e Kuwait – hanno promesso complessivamente 7 miliardi di dollari per un pacchetto di aiuti, una cifra molto lontana però dai circa 70 miliardi stimati come necessari per la ricostruzione completa della Striscia.
“Ogni dollaro speso è un investimento nella stabilità e nella speranza di una regione nuova e armoniosa”, ha dichiarato il presidente ringraziando i donatori. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, metteranno a disposizione ulteriori 10 miliardi di dollari per sostenere l’iniziativa, senza però chiarire nel dettaglio la destinazione dei fondi.
Trump ha definito il Board “una delle cose più importanti e significative a cui prenderò parte, credo” e, aprendo i lavori, ha sintetizzato l’obiettivo dell’iniziativa con una parola: “pace”, descrivendola come una “parola facile da dire” ma “difficile da realizzare”.
Accanto agli impegni finanziari, uno dei dossier centrali riguarda la creazione di una forza internazionale armata di stabilizzazione incaricata di garantire la sicurezza e accompagnare il disarmo di Hamas, punto chiave dell’intesa di cessate il fuoco. Indonesia, Marocco, Kazakistan, Kosovo e Albania avrebbero espresso disponibilità a contribuire con truppe, mentre Egitto e Giordania si sono detti pronti a formare le forze di polizia locali. Il primo dispiegamento dovrebbe avvenire a Rafah.
Come si posizionano i Paesi dell’Unione europea sul “Board of Peace” di Trump
Un board con grandi assenti
Sul piano politico, però, il vertice ha messo in evidenza fratture significative tra Washington e i suoi storici alleati. Regno Unito, Francia, Norvegia, Svezia e Slovenia hanno scelto di non aderire formalmente al Board. Anche altri partner europei hanno mantenuto una posizione prudente, temendo che l’organismo – il cui statuto non menziona esplicitamente Gaza – possa evolvere in una struttura alternativa alle Nazioni Unite.
Germania e Italia non figurano tra i membri dell’organismo, ma hanno partecipato in qualità di osservatori, una posizione intermedia che segnala cautela politica senza chiudere la porta al dialogo con Washington. Berlino ha inviato l’alto diplomatico Christian Buck a capo del dipartimento Africa, America Latina, Vicino e Medio Oriente per il ministero degli Esteri federale, mentre Roma ha mandato un segnale più forte, scegliendo di mandare a Washington il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani. La partecipazione dell’Italia come Paese osservatore è stata contestata dalle opposizioni a causa della cessione di sovranità. Infatti, l’articolo 11 della Costituzione consente limitazioni solo in condizioni di parità tra Stati. Diversi esponenti dell’opposizione hanno sostenuto che lo statuto del Board non garantirebbe tale equilibrio, attribuendo al Chairman – lo stesso Trump – poteri determinanti: voto decisivo in caso di parità, approvazione finale delle decisioni, facoltà di ammettere o espellere membri e di modificare l’assetto dell’organismo.
Le tensioni si sono riflesse anche all’interno dell’Unione europea. La partecipazione a Washington della Commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Šuica, in qualità di osservatrice, ha suscitato polemiche in diverse capitali.
Parigi ha chiesto chiarimenti formali alla Commissione europea, sostenendo che Šuica non disponeva di un mandato del Consiglio per prendere parte alla riunione. Il portavoce del ministero degli Esteri francese ha dichiarato che la Commissaria dovrà “spiegare” la sua presenza al ritorno da Washington.
Secondo quanto riferito da Euronews, Francia, Belgio, Spagna, Irlanda, Slovenia, Svezia e Portogallo avrebbero espresso obiezioni durante una riunione a porte chiuse degli ambasciatori, temendo che la partecipazione della Commissaria potesse essere interpretata come un’approvazione collettiva dell’iniziativa americana. Anche la ministra degli Esteri slovena Tanja Fajon ha parlato di “riserve”, ricordando che la politica estera dell’UE si fonda su posizioni concordate all’unanimità dagli Stati membri.
La Commissione europea ha tuttavia difeso la scelta di essere presente. Un portavoce dell’esecutivo ha sottolineato che la partecipazione va letta nel quadro dell’impegno di lunga data dell’UE per l’attuazione del cessate il fuoco e per la ripresa postbellica di Gaza, ribadendo che l’Unione – principale donatore di aiuti umanitari ai palestinesi – non intende restare ai margini dei negoziati sul futuro assetto della Striscia.
[a cura di Simone Cantarini]

