Il direttore della centrale nucleare di Cernavoda, Romeo Urjan, ha dichiarato il 4 agosto che l’Unità 2 dell’impianto potrà continuare a funzionare a potenza nominale per almeno altri sette giorni, un margine più ampio rispetto alle prime stime della giornata, che parlavano di un massimo di cinque giorni. Il miglioramento è legato agli effetti della detonazione controllata effettuata dalla Marina militare rumena il 3 agosto per aumentare il flusso d’acqua verso l’unico impianto nucleare del paese, alle prese con il crollo storico del livello del Danubio causato dalla siccità.

Secondo Urjan, l’operazione ha prodotto un aumento del flusso e del livello dell’acqua nel punto di aspirazione della centrale, permettendo al reattore di continuare a operare “in condizioni di sicurezza nucleare” e senza compromessi sulla protezione di popolazione, ambiente, personale e apparecchiature. Il funzionario ha comunque precisato che la stima si basa sulle attuali previsioni idrologiche, che indicano un calo del livello del fiume di 2-3 centimetri al giorno, e non costituisce una garanzia.

L’esplosione controllata sul Danubio

L’intervento militare, annunciato dal ministro della Difesa ad interim Radu Miruță, è stato condotto la mattina di lunedì 3 agosto nel punto in cui il Danubio si divide nei due rami Bala e Dunărea Veche (Vecchio Danubio), quest’ultimo diretto verso la centrale di Cernavoda. Sommozzatori della Marina e unità del genio militare hanno fatto brillare 180 chilogrammi di esplosivo per rimuovere la cosiddetta roccia Pârjoaia, che deviava parte della corrente verso il ramo Bala sottraendola al tratto diretto all’impianto. All’operazione, riuscita dopo un primo tentativo fallito domenica 2 agosto, hanno preso parte oltre cento militari.

Le prime misurazioni successive alla detonazione hanno registrato un aumento del 15% della portata nel ramo Dunărea Veche, un miglioramento giudicato dalle autorità ancora insufficiente da solo a mettere in sicurezza il secondo reattore. Per questo la Marina prepara ora una seconda fase dell’intervento: l’affondamento deliberato di quattro chiatte caricate con un totale di 150 tonnellate di pietra all’imbocco del ramo Bala, con l’obiettivo di limitare ulteriormente l’acqua che defluisce in quella direzione e spingerne una quota maggiore verso Cernavoda.

Una crisi idrica che dura da settimane

La situazione della centrale si è aggravata a fine luglio. Il 28 luglio Nuclearelectrica, la società statale che gestisce l’impianto, ha disposto lo spegnimento controllato e la disconnessione dalla rete elettrica nazionale dell’Unità 1, a causa del livello “senza precedenti” del Danubio segnalato dall’Istituto nazionale di idrologia e gestione delle acque (INHGA). L’azienda ha definito la misura preventiva, volta a proteggere le tre pompe di raffreddamento della centrale, precisando che non comporta rischi per la sicurezza nucleare.

Il 30 luglio Nuclearelectrica aveva annunciato anche l’imminente fermata dell’Unità 2, ma la decisione è stata sospesa il giorno seguente dal Comando energetico convocato dal primo ministro ad interim Ilie Bolojan, che ricopre anche la carica di ministro dell’Energia ad interim: gli specialisti della centrale hanno valutato che i parametri operativi consentivano ancora un funzionamento in sicurezza dell’unità, rimasta quindi collegata al sistema elettrico nazionale. Bolojan aveva nel frattempo dichiarato lo stato di allerta nazionale nel settore energetico fino al 31 agosto.

Le due unità di Cernavoda, uniche del genere in Romania, coprono in condizioni normali circa il 20% del fabbisogno elettrico del paese: l’Unità 1 ha una potenza installata di 706,5 MW, l’Unità 2 di 704,8 MW. Per compensare la perdita di produzione, Nuclearelectrica ha iniziato a importare elettricità dall’Ucraina attraverso il fornitore statale moldavo Energocom, nell’ambito di un memorandum di cooperazione energetica firmato nel 2023.

Il calo della portata del Danubio, sceso a circa 1.500-1.550 metri cubi al secondo (meno di un terzo della media di luglio e circa il 25% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025, secondo i dati di Apele Române), non riguarda solo la Romania. In Ungheria la centrale nucleare di Paks, sul medesimo fiume, ha dovuto tagliare 491 megawatt di produzione, mentre in Serbia l’impianto idroelettrico di Djerdap 1 opera al 20% della capacità.

Sul piano politico, Bolojan ha respinto le tesi circolate in alcuni ambienti sovranisti secondo cui altri paesi tratterrebbero deliberatamente le acque del Danubio a monte, definendole prive di fondamento.

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