Le regioni e le città europee prevedono di aumentare gli investimenti pubblici nei prossimi tre anni, puntando su strade, tutela ambientale, edilizia abitativa, istruzione e servizi di comunità. È quanto emerge dalla consultazione congiunta condotta dall’OCSE e dal Comitato europeo delle Regioni (CdR), che ha raccolto le opinioni di 215 rappresentanti di governi subnazionali provenienti da 22 Paesi dell’UE, con un’indagine svolta tra il 15 maggio e il 31 ottobre 2025.

Secondo i risultati, il 51% degli enti intervistati prevede di incrementare gli investimenti in strade nei prossimi tre anni, seguito dal 48% per la tutela ambientale e dal 45% per edilizia abitativa, istruzione e servizi di comunità, ciascuno. Tra le priorità trasversali, la transizione digitale raccoglie il consenso più ampio, con il 45% dei rispondenti che prevede un aumento degli investimenti, seguita dalla transizione climatica (35%) e dall’adattamento all’invecchiamento e al calo demografico (26%), quest’ultimo tradotto in particolare in infrastrutture pensate per le persone anziane.

Guardando più da vicino le priorità trasversali, emerge che gli enti locali puntano ad avanzare contemporaneamente su adattamento e mitigazione climatica: il 63% di chi prevede cambiamenti negli investimenti climatici punta sull’adattamento ai rischi, mentre il 69% sulla mitigazione. Sul fronte digitale, la priorità va alle infrastrutture (69%) più che alla ricerca e sviluppo (29%). Per quanto riguarda il cambiamento demografico, il 68% dei rispondenti prevede di investire in infrastrutture a misura di anziano e il 60% in servizi di sostegno alla famiglia, come asili nido e edilizia abitativa a misura di famiglia.

I colli di bottiglia agli investimenti

Nonostante queste ambizioni, permangono barriere significative che frenano gli investimenti. L’accesso ai finanziamenti resta la sfida più sentita: il 77% dei rispondenti indica la mobilitazione di sovvenzioni e sussidi come una difficoltà rilevante o moderata, il 73% segnala problemi nel reperire entrate proprie e il 66% nell’accedere a finanziamenti esterni, in particolare obbligazioni verdi, sociali e sostenibili (GSS bond) e prestiti da banche multilaterali.

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Anche il coordinamento tra i diversi livelli di governo emerge come un nodo critico. Il 76% degli intervistati considera, infatti, la cooperazione verticale tra livello nazionale e subnazionale un ostacolo importante, una percentuale superiore a quella relativa al coordinamento con l’UE (65%). Tra le cause principali indicate figurano la complessità delle procedure amministrative (92%) e il disallineamento tra le priorità locali e quelle nazionali. La difficoltà è confermata dal fatto che, per il 73% dei partecipanti al sondaggio, i processi regolatori e amministrativi rappresentino un ulteriore freno, e segnalano in particolare la lentezza e l’imprevedibilità delle procedure di appalto, delle valutazioni ambientali e sociali e dei permessi. A ciò si aggiungono le difficoltà di natura organizzativa: il 60% denuncia vincoli di capacità di mercato legati soprattutto alla carenza di manodopera, mentre il 57% segnala difficoltà nel coinvolgere il settore privato, riconducibili in gran parte allo scarso interesse dei soggetti privati verso i partenariati pubblico-privato.

Prospettive di miglioramento

Di fronte a queste criticità, gli enti locali indicano chiaramente le direzioni lungo le quali ritengono necessario intervenire, pur segnalando che l’azione concreta resta spesso limitata rispetto all’urgenza dei problemi.

Solo il 55% degli intervistati dichiara di aver adottato misure per rafforzare il coordinamento verticale con i livelli superiori di governo, nonostante il 76% lo consideri un ostacolo rilevante. Allo stesso modo, appena il 50% degli enti si sta attivando per migliorare la qualità e la coerenza dei sistemi regolatori, a fronte del 73% che segnala i processi amministrativi come un problema concreto. Analoga distanza si osserva sul fronte fiscale: solo il 50% degli enti lavora per allineare meglio le proprie responsabilità alla capacità fiscale disponibile, pur essendo le difficoltà di finanziamento la sfida più diffusa in assoluto. Questo scarto suggerisce che i singoli enti locali e regionali faticano a incidere sui quadri normativi e fiscali nazionali, che restano in gran parte fuori dalla loro sfera di influenza diretta.

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Più ampio risulta invece l’impegno sul piano della capacità interna, dal sondaggio emerge, infatti, che il 73% degli enti sta perseguendo o valutando misure per rafforzare la trasparenza, sfruttare meglio gli appalti pubblici e potenziare le competenze del personale. Percentuali significative riguardano anche il miglioramento della trasparenza nella gestione finanziaria (66%), il rafforzamento del monitoraggio e della valutazione (65%), l’adozione di strategie territoriali integrate e un maggiore coinvolgimento degli stakeholder (64% in entrambi i casi). Resta invece marginale, con appena il 43%, la mobilitazione di attori privati e istituzioni finanziarie, un dato coerente con il ruolo ancora limitato dei partenariati pubblico-privato nel finanziamento delle infrastrutture europee.

Il quadro che emerge dalla consultazione – la seconda di questo tipo dopo quella del 2015 – conferma dunque una fotografia in chiaroscuro. Da un lato la volontà diffusa di investire su transizione digitale, clima e coesione sociale, dall’altro ostacoli strutturali legati a finanziamenti, burocrazia e coordinamento istituzionale che rischiano di rallentare questi obiettivi se non affrontati con maggiore decisione.

OCSE e CdR sottolineano la necessità di rafforzare la governance multilivello e di offrire quadri di investimento più prevedibili, affinché regioni e città possano tradurre le proprie priorità in interventi concreti e di lungo periodo.

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