Gli Stati membri dell’Unione europea non sono riusciti a raggiungere l’unanimità sul ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Per evitare che lo stallo producesse un aumento automatico del tetto al prezzo del petrolio russo, i rappresentanti dei Ventisette hanno tuttavia concordato di mantenere temporaneamente il limite all’attuale livello di 44,10 dollari al barile, prorogandolo fino al 23 luglio.
L’intesa provvisoria concede ai governi europei un’altra settimana per superare le divisioni sulle nuove misure contro Mosca. In assenza di un intervento, il meccanismo dinamico introdotto nel 2025 avrebbe determinato dal 16 luglio un rialzo del tetto fino a circa 58 dollari al barile, riflettendo l’aumento delle quotazioni internazionali del greggio provocato anche dalla guerra in Iran. Una revisione che Bruxelles considera politicamente ed economicamente inaccettabile, perché avrebbe consentito alla Russia di aumentare sensibilmente gli introiti petroliferi destinabili alla guerra contro l’Ucraina.
Il price cap non vieta ai Paesi terzi di acquistare petrolio russo, ma impedisce alle imprese europee e degli altri Paesi aderenti alla coalizione occidentale di fornire servizi di trasporto marittimo, assicurazione, intermediazione e finanziamento per carichi venduti al di sopra della soglia stabilita. Dal luglio 2025 il limite viene calcolato in modo dinamico, mantenendolo normalmente il 15 per cento al di sotto del prezzo medio del greggio russo Urals.
La Commissione europea aveva proposto a giugno di congelare il tetto a 44,10 dollari per sei mesi, proprio per impedire che l’aumento dei prezzi internazionali si traducesse in un vantaggio per Mosca. Il limite attuale è nettamente inferiore alle quotazioni del Brent, salite sopra i 90 dollari al barile in seguito all’aggravarsi della crisi mediorientale.
Il mancato accordo sul pacchetto è legato soprattutto alle restrizioni contro il gas naturale liquefatto russo e i servizi marittimi connessi al suo trasporto verso Paesi terzi. Secondo il Financial Times, la Grecia sta bloccando le misure per tutelare Dynagas, compagnia di navigazione greca proprietaria di una parte significativa delle metaniere rompighiaccio impiegate dal progetto russo Yamal LNG. Le navi, specializzate nella navigazione artica e dal valore di circa 300 milioni di dollari ciascuna, sarebbero difficilmente utilizzabili su rotte alternative.
Atene teme che il divieto di trasporto del GNL russo verso Paesi terzi possa produrre pesanti perdite per il settore marittimo nazionale e spingere le società europee a cedere le proprie flotte a operatori non occidentali, senza interrompere realmente le esportazioni russe. Altri Stati membri contestano però questa posizione, osservando che tutti i Paesi dell’Unione hanno dovuto sostenere costi economici per applicare le sanzioni contro Mosca.
Le divisioni riguardano anche la portata di un possibile divieto generale dei servizi marittimi per il petrolio russo, considerato da alcuni governi più efficace del solo tetto al prezzo. Lituania e altri Paesi dell’Europa orientale chiedono misure più dure sia sul GNL sia sulla flotta utilizzata da Mosca per aggirare le restrizioni occidentali. Il ministro degli Esteri lituano Kestutis Budrys ha invitato gli Stati membri ad anteporre le esigenze di sicurezza agli interessi economici nazionali.
Il ventunesimo pacchetto, presentato dalla Commissione il 9 giugno, mira a colpire ulteriormente le entrate energetiche e il sistema finanziario russo. Tra le misure allo studio figurano restrizioni contro banche coinvolte nell’elusione delle sanzioni, circuiti di pagamento e criptovalute, commercianti e raffinerie di petrolio, imprese legate alla produzione di droni e nuovi soggetti appartenenti alla cosiddetta flotta ombra.
Il pacchetto dovrebbe inoltre comprendere circa 250 nuove designazioni individuali e societarie, il numero più elevato introdotto finora in un singolo ciclo di sanzioni europee. Anche su questo fronte, tuttavia, l’approvazione definitiva resta legata al raggiungimento di un compromesso sull’intero dossier, per il quale è necessaria l’unanimità dei Ventisette.
L’Alta rappresentante dell’UE per la politica estera, Kaja Kallas, aveva già riconosciuto nei giorni scorsi l’assenza di consenso, affermando che Bruxelles avrebbe continuato a lavorare sulla soluzione principale prima di valutare eventuali alternative. I diplomatici europei puntano ora a raggiungere un’intesa entro il 23 luglio, quando scadrà il congelamento temporaneo del price cap.
La proroga di una settimana evita per il momento che la Russia benefici dell’aumento automatico del tetto, ma non risolve il problema politico di fondo. Le trattative mostrano ancora una volta la difficoltà dell’Unione nel conciliare la volontà di aumentare la pressione economica su Mosca con gli interessi energetici, industriali e marittimi dei singoli Stati membri.
[a cura di Simone Cantarini]

