Rientrato dal vertice NATO di Ankara, dove ha potuto partecipare non senza qualche difficoltà, dati i dissidi con il governo di Andrej Babis, il presidente ceco Petr Pavel ha dichiarato al The Telegraph la sua preoccupazione che la Russia di Vladimir Putin possa estendere la guerra dopo il mese di settembre, quando a Mosca si terranno le elezioni parlamentari.
Secondo quanto affermato da Pavel – e confermato da fonti di Reuters interne al Cremlino – a seguito delle elezioni, la Russia potrebbe decretare la mobilitazione generale. “Fino ad allora c’è una finestra temporale per esercitare pressione e far capire alla Russia che siamo pronti ad avviare negoziati”, ha affermato il presidente ceco.
Un’eventuale mobilitazione generale rappresenterebbe un salto di qualità rispetto alla mobilitazione “parziale” annunciata da Vladimir Putin nel 2022. Una misura di questo tipo consentirebbe al Cremlino di richiamare un numero significativamente più elevato di riservisti e cittadini soggetti agli obblighi militari, aumentando il potenziale umano a disposizione delle forze armate.
Sul piano operativo, ciò potrebbe tradursi in una guerra di durata ancora maggiore, nella formazione di nuove unità da impiegare al fronte e in un rafforzamento della capacità offensiva russa. Una mobilitazione estesa avrebbe inoltre ricadute economiche e sociali rilevanti, con una maggiore conversione dell’economia verso lo sforzo bellico e un ulteriore irrigidimento del controllo dello Stato sulla società.
Pavel ritiene che proprio la prospettiva di una simile escalation renda necessario intensificare la pressione su Mosca nelle prossime settimane. Secondo il presidente ceco, la capacità dell’Ucraina di colpire obiettivi strategici in profondità nel territorio russo sta aumentando il costo politico della guerra per il Cremlino.
“Il presidente Putin avrà difficoltà a mantenere la calma nel proprio Paese se l’Ucraina continuerà a essere in grado di colpire con successo obiettivi situati in profondità nel territorio russo”, ha dichiarato, sostenendo che una parte crescente della popolazione russa mostrerebbe segni di stanchezza nei confronti del conflitto. “Se questa pressione dovesse continuare, la Russia potrebbe essere più disposta a negoziare”.
Le indiscrezioni contrastano con quanto dichiarato nei giorni scorsi dal presidente statunitense Donald Trump, secondo cui Putin sarebbe interessato a porre fine alla guerra.
Secondo fonti governative ucraine, inoltre, i servizi d’intelligence ritengono che Mosca stia pianificando nuove operazioni militari e stia valutando scenari che andrebbero oltre il teatro ucraino. Tra le ipotesi discusse da analisti e commentatori russi figurano anche possibili attacchi contro infrastrutture NATO nei Paesi baltici e in Romania, nonché contro impianti europei che producono droni e missili destinati all’Ucraina.
Un ulteriore elemento di preoccupazione arriva dalle dichiarazioni di Andrei Ilnizki, ex funzionario del Ministero della Difesa russo e figura vicina agli ambienti strategici di Mosca. In un recente articolo, Ilnizki ha ipotizzato che una futura fase del conflitto possa non limitarsi più al territorio ucraino, ma includere attacchi diretti contro infrastrutture militari e industriali dei Paesi che sostengono Kiev.
Tra i possibili obiettivi citati figurano le basi della NATO nei Paesi baltici e in Romania, considerate nodi fondamentali per il dispiegamento delle forze dell’Alleanza sul fianco orientale, oltre agli stabilimenti europei della difesa impegnati nella produzione di droni a lungo raggio, missili e altri sistemi d’arma destinati all’Ucraina. Sebbene le affermazioni di Ilnizki non rappresentino una posizione ufficiale del Cremlino, riflettono un dibattito sempre più esplicito negli ambienti politico-militari russi sull’eventualità di ampliare il confronto con l’Occidente.
Interpellato sulle dichiarazioni dell’ex funzionario, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha evitato di prendere le distanze dallo scenario delineato, limitandosi ad affermare che la Russia “deve rafforzare la propria sicurezza”. Una risposta che, pur senza confermare l’esistenza di piani operativi in tal senso, non ha contribuito a dissipare i timori di una possibile ulteriore escalation del conflitto, in un momento in cui le relazioni tra Mosca e la NATO restano ai minimi storici dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina.

