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All’età di 98 anni se ne è andato ieri Jacques Delors, uno dei grandi protagonisti dell’integrazione europea negli anni Ottanta e Novanta.

Delors aveva guidato la Commissione Europea per dieci anni, fra il 1985 e il 1995, gettando le basi per quel piano inclinato costruito su contraddizioni crescenti che avrebbe dovuto portare, nelle idee del suo gruppo di ideatori, ad una piena integrazione politica dell’Europa, realizzando così i tre grandi obiettivi che Delors aveva sempre sottolineato come il principale scopo del Vecchio Continente: concretizzare, non solo a suo interno ma anche nel resto del pianeta, un modello di convivenza civile che portasse alla pace (quella perpetua, kantiana, non una semplice tregua armata); autonomia strategica rispetto agli altri players mondiali, che non significava isolazionismo, ma dignità di fronte soprattutto all’alleato americano; sovranità, permettendo alla UE di affermarsi come attore globale, a fianco non in sostituzione delle identità nazionali.

Perché identità locali, nazionali e sovranazionali dovevano coesistere, secondo Delors, in un unico sistema politico fondato sulla persona e sulle collettività concentriche alle quali ciascuno di noi appartiene. Un ordine politico generato dal baso, secondo il principio di sussidiarietà, ma a partire della centralità della persona umana, secondo la miglior tradizionale cattolica francese del personalismo.

Delors non era solo in questa fatica. È stato accompagnato da molti personaggi, la maggior parte dei quali scomparsi prima di lui, che hanno cercato di imprimere un’accelerazione al processo d’integrazione europea. Tra i quali molti italiani, come Padoa-Schioppa, col quale lo univa una intima amicizia personale oltre che una straordinaria comunanza di visione; e Carlo Azeglio Ciampi. Ma anche, pur con alcune tensioni sulle strategie da adottare, Altiero Spinelli, Beniamino Andreatta.

Una figura, quella di Delors, con alcuni importanti successi nel suo carnet, tra i quali le principali tappe dell’integrazione europea durante il suo mandato alla Commissione: Schengen con la liberalizzazione dei movimenti delle persone, la liberalizzazione (parziale) del mercato europeo dei capitali, il mercato unico, l’avvio del percorso verso l’euro.

Ma anche clamorosi fallimenti. Come quello del Libro Bianco su Crescita, competitività occupazione del dicembre 1993. Unanimemente votato dal Consiglio Europeo e dimenticato in un cassetto. Perché troppo visionario, perché contrario agli interessi contingenti di una Germania in fase di riunificazione accelerata, perché troppo indipendente da orientamenti ideologici, culturali, e politici precisi. Che nessuno, quindi, finì per sentire proprio.

E che oggi viene occasionalmente ricordato perché aveva fornito delle chiavi concrete di azione, trent’anni prima, per muovere oggi nella direzione di produrre beni pubblici europei quali il finanziamento delle transizioni ecologica e digitale, per aver affrontato con coraggio il tema, ricorrente negli ultimi tre anni, di come avviare una politica industriale europea. Un visionario, insomma. Politico scaltro; ma non abbastanza per vincere le ritrosie e le pastoie di un’Europa invischiata nei compromessi del voto all’unanimità. Per riportare il metodo decisionale nell’alveo del metodo comunitario, dopo la svolta di Maastricht che metteva le decisioni collettive saldamente in mano ai governi nazionali, prefigurando una deriva intergovernativa e confederale che avrebbe portato, secondo Delors, l’Europa all’irrilevanza politica globale. Una lezione ancora oggi, purtroppo, di grande attualità. Un’eredità, quella di Delors, cha andrebbe riscoperta e valorizzata; ben al di là delle celebrazioni agiografiche di questi giorni.

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