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La legge di bilancio, quell’atto che decide dove una collettività intende reperire delle risorse per finanziare ciò che ritiene indispensabile e come ripartirle, è il momento supremo dell’identità di un popolo. Ci dice, di quei cittadini, quali sono i loro bisogni più impellenti. E quali soggetti intendono penalizzare, costringendoli a pagare per i bisogni di tutti. È, o dovrebbe essere, il momento più alto della scelta collettiva di una comunità.
La bozza del bilancio pluriennale europeo 2028-34 disegnata dalla Commissione sotto la guida di Ursula von der Leyen ci dice molte cose. Ma non ci rivela nulla dei bisogni dei cittadini europei. E questo, alla lunga, è destinato a sfaldare il lungo percorso dell’integrazione europea. Al di là del rumore di fondo creato dalle insoddisfazioni unanimi delle corporazioni che vedono diminuire i loro spazi di finanziamento, occorre un approccio prospettico per valutare il bilancio pluriennale.
Putin e Trump hanno compreso come l’unica prospettiva per riaffermare la loro egemonia globale fosse di ritornare alla contabilità delle testate nucleari. Avendone oltre 6.000 ciascuno, ed essendo dotate degli eserciti convenzionali teoricamente più avanzati al mondo, tale contabilità rimette i due paesi al vertice di un mondo che si stava, faticosamente, avviando verso un complesso e delicato multilateralismo. Verso una maggiore rappresentatività democratica delle istituzioni internazionali. Verso una governance meno egemonica e più orientata alla produzione di beni pubblici globali. Un pericolo per un paese che ha solo le testate nucleari e il controllo su alcuni materiali critici, come la Russia, ma un’economia paragonabile a quella della Spagna. Ma anche per gli Stati Uniti, gravati da un debito pubblico a rischio di divenire insostenibile se il dollaro perdesse lo status di moneta di pagamento e riserva internazionale di cui ancora oggi gode.
In questo quadro, la UE si trova a dover ripensare il proprio modello di sviluppo. Che non può più contare sulla benevolenza delle superpotenze e su relazioni internazionali sostanzialmente stabili, che avvantaggiavano un continente quasi privo di risorse naturali, storicamente votato alle esportazioni (quindi dipendente dalla domanda estera) e privo di un apparato credibile di difesa e sicurezza, indietro anni luce (o dipendente da altri, leggasi Usa) sulle tecnologie ed infrastrutture critiche.
Vedo un’unica strada per cercare un potenziale rilancio delle prospettive europee, sulle quali investire e dunque punto di riferimento per un bilancio UE.
Diventare un soggetto coeso. Domani, non fra dieci o vent’anni, ma trasformandosi subito in una federazione capace di centralizzare le strategie di ciascun attore globale e cancellare con un colpo di spugna una surreale frammentazione in 27 repliche di sistemi inefficienti di difesa, sicurezza, ricerca e sviluppo, politica estera, politiche energetiche. Togliendo queste voci dai bilanci nazionali, nei quali continuano a stare solo per inerzia storica, ma che dovrebbero ormai essere centralizzate a livello europeo.
Completare immediatamente il mercato unico, in tutti i campi, rimuovendo qualsiasi ostacolo alla piena interoperabilità di sistemi bacari e finanziari, militari, di trasporto e comunicazione. Dotarci di una capacità di difesa e di un sistema di sicurezza all’avanguardia, con investimenti massicci in tecnologie aerospaziali, robotiche, piattaforme digitali tali da affrancarci da tutti i potenziali rischi di attacco, da qualsiasi parte possa giungere, anche da tradizionali alleati. Avere una strategia energetica unica. Dotarsi di un corpo diplomatico e di una politica estera non bloccata da interessi particolari contrapposti.
Per far questo serve uno sforzo finanziario straordinario. Sia pubblico sia privato; sia col ricorso ai mercati finanziari internazionali, dove l’eccesso globale di risparmio può consentire ad un nuovo protagonismo dell’euro di acquisire un ruolo positivo per l’economia europea e per la stabilità internazionale.
Utopia? Certo. Soprattutto per le narrazioni dominanti, guidate da interessi di corto respiro di corporazioni economiche e politiche interessate a mantenere fette di un potere che si va complessivamente riducendo, e che pertanto rende la lotta ancora più sguaiata ed agguerrita. Narrazioni che nella società dei social media si propagano letteralmente alla velocità della luce e si nutrono della paura e dell’ignoranza. Ma che ci portano allo sfascio definitivo della storia, della civilizzazione e dei valori che l’Europa ha faticosamente costruito, anche al prezzo di milioni di vite.

