In una curiosa evoluzione della diplomazia culturale, Turchia e Azerbaigian hanno presentato una candidatura congiunta all’UNESCO per inserire le conoscenze e le pratiche artigianali legate alla preparazione del baklava – chiamata pakhlava in Azerbaigian – nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità per il 2026.

Questo dolce a strati, la cui origine è contesa tra le tradizioni ottomane, greche, armene, persiane e più in generale mediorientali e balcaniche, si trova ora al centro di un’altra disputa sul patrimonio culturale. Perché nulla rappresenta meglio una “storia condivisa” di una battaglia su chi possa vantare il riconoscimento ufficiale per pasta fillo, frutta secca e sciroppo.

Le lezioni delle precedenti dispute culinarie

La storia dimostra che queste candidature raramente procedono senza tensioni. Nel 2014 il riconoscimento UNESCO ottenuto dall’Armenia per il lavash, il tradizionale pane sottile considerato espressione della propria cultura, provocò la reazione dell’Azerbaigian. La disputa portò nel 2016 a un’iscrizione multinazionale che includeva le tradizioni del pane piatto di Azerbaigian, Iran, Turchia e altri Paesi, permettendo a ciascuno di rivendicare una parte della tradizione senza attribuirne l’esclusiva a una sola cultura.

Un caso simile ha riguardato il borscht. Nel 2022 l’Ucraina ha ottenuto dall’UNESCO il riconoscimento urgente per la tutela della cultura della preparazione del borscht a causa delle minacce legate alla guerra, una decisione che la Russia ha deriso rivendicando a sua volta la propria versione della zuppa di barbabietole e trasformando un piatto tradizionale in un nuovo terreno di scontro diplomatico.

Anche la candidatura del baklava ha già suscitato reazioni dalla Grecia, dove è stata interpretata come una risposta alle rivendicazioni elleniche sul dolce. Ancora una volta, il patrimonio gastronomico dimostra di poter essere tanto “appiccicoso” quanto il dessert stesso.

Perché questa storia conta e cosa succederà ora

Con la sua diffusione in numerose regioni, la candidatura del baklava dimostra come le iscrizioni UNESCO possano alimentare orgoglio nazionale, iniziative di influenza culturale e occasionali rivalità, senza però creare un monopolio sull’origine di una tradizione.

È probabile che arrivino reazioni da parte di altre culture che rivendicano un legame con il dolce, insieme a giochi di parole sui media e forse a nuove campagne culinarie congiunte nel mondo turco.

Alla fine, indipendentemente dall’esito della candidatura, il baklava ricorda che i migliori patrimoni culturali sono quelli destinati a essere condivisi, magari davanti a una tazza di caffè. Anche se, in un ristorante greco, potrebbe essere meglio evitare di dire “caffè turco”, a meno che non si voglia iniziare una discussione con il cameriere.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

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