Le relazioni diplomatiche tra Serbia e Montenegro hanno raggiunto un nuovo punto di crisi questa settimana dopo che il presidente serbo Aleksandar Vučić ha accusato il Montenegro di condurre una “guerra ibrida” contro il suo Paese, provocando una dura replica da parte di Podgorica.

L’ultima escalation è iniziata quando Vučić, intervenendo sulla televisione serba TV Prva, ha sostenuto che i media montenegrini avrebbero avuto un ruolo attivo nell’alimentare le recenti proteste in Serbia. “Il Montenegro sta conducendo una guerra ibrida contro la Serbia”, ha dichiarato, aggiungendo che alcuni attori starebbero partecipando direttamente a tali attività oppure le starebbero deliberatamente ignorando.

Il ministero degli Esteri del Montenegro ha rapidamente respinto le accuse definendole “infondate e inappropriate”. In una dichiarazione dai toni duri, il ministero ha affermato: “Il detto secondo cui nessuno ti insulta come colui che sta insultando forse rappresenta meglio l’assurdità dell’affermazione secondo cui il Montenegro starebbe conducendo una guerra ibrida contro qualcuno”.

Ha inoltre suggerito che le accuse potrebbero essere “un’introduzione a nuove campagne di disinformazione e pressione politica oppure un tentativo di distogliere l’attenzione da problemi che non hanno nulla a che fare con il Montenegro”.

Il momento in cui è esplosa la disputa ha contribuito ad aumentare la tensione. Ucraina e Moldova hanno formalmente aperto i negoziati di adesione all’Unione europea in Lussemburgo.

Nel frattempo, il Montenegro – considerato da molti il Paese più avanzato dei Balcani occidentali nel percorso europeo – ha chiuso provvisoriamente altri due capitoli negoziali: il Capitolo 2 sulla libera circolazione dei lavoratori e il Capitolo 28 sulla tutela dei consumatori e della salute. La Serbia, al contrario, negli ultimi mesi ha mostrato pochi progressi visibili, se non nessuno, nel proprio percorso verso l’Unione.

La dichiarazione montenegrina è andata oltre, presentando le parole di Belgrado come una forma di resistenza alle scelte sovrane dei Paesi vicini. “Queste dichiarazioni rivelano la riluttanza di alcune strutture politiche ad accettare la realtà fondamentale secondo cui sono circondate da Stati sovrani, riconosciuti a livello internazionale ed eguali”, si legge nella nota.

Il ministero montenegrino ha inoltre respinto qualsiasi insinuazione secondo cui Podgorica avrebbe ambizioni territoriali, ribadendo di voler costruire “le migliori relazioni possibili con tutti i vicini, inclusa la Serbia”, sulla base di “rispetto reciproco, uguaglianza e accettazione della realtà”.

La Serbia ha reagito con fermezza. Il ministero degli Esteri di Belgrado ha definito la risposta montenegrina una “conferma della tesi secondo cui esisterebbero azioni ibride finalizzate a influenzare la vita politica della Serbia”. La Serbia ha chiesto che le questioni vengano risolte attraverso “il dialogo istituzionale e i canali diplomatici” anziché tramite lo scontro pubblico, sottolineando al contempo di non avere “pretese territoriali” nei confronti del Montenegro.

Il ministro dell’Interno e vice primo ministro Ivica Dačić si è spinto oltre, definendo la dichiarazione del Montenegro “il massimo dell’ipocrisia” e mettendo in dubbio la logica di un conflitto tra due popoli con legami culturali e familiari così profondi.

Cosa è successo al vertice di Tivat tra Unione europea e Balcani occidentali

Il contesto storico e politico più ampio

Lo scambio di accuse riporta alla luce sensibilità storiche di lunga data, radicate nella dichiarazione d’indipendenza del Montenegro del 2006, avvenuta dopo una breve unione con la Serbia durante la fase finale della dissoluzione della Jugoslavia.

Sebbene molti cittadini mantengano forti legami familiari e culturali oltre il confine, i percorsi politici dei due Paesi si sono profondamente divaricati: il Montenegro è entrato nella NATO nel 2017 – una scelta guardata con scetticismo da Belgrado – e sta ora accelerando il proprio percorso di integrazione europea, con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la piena adesione entro il 2028.

Gli analisti osservano che simili scontri pubblici tendono spesso a intensificarsi in prossimità di elezioni o importanti tappe europee, quando i leader politici cercano di mobilitare il consenso interno. L’ultimo episodio segue inoltre la decisione del Montenegro, il 4 giugno, di negare l’ingresso a 87 cittadini serbi provenienti da Belgrado e diretti verso un vertice tra Unione europea e Balcani occidentali a Tivat, citando motivi di sicurezza.

Nonostante la retorica accesa, l’interdipendenza economica rimane elevata. Il commercio continua, le famiglie attraversano liberamente il confine e entrambi i Paesi affrontano sfide comuni, tra cui l’emigrazione giovanile e la necessità di riforme economiche. La dichiarazione finale del governo montenegrino ha invitato la regione a concentrarsi su “riforme, crescita economica e integrazione europea invece che su tensioni che nascondono carenze interne”.

Il Montenegro non è l’unica ex repubblica jugoslava il cui percorso europeo viene considerato rallentato dalla Serbia: anche l’attuale leadership della Macedonia del Nord, che mantiene uno stretto allineamento con Belgrado, ha seguito una politica che di fatto ha congelato per anni i negoziati di adesione di Skopje.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

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