Il vertice tra Unione europea e Balcani occidentali del 5 giugno a Tivat, in Montenegro, arriva in una fase in cui Bruxelles prova a rilanciare l’allargamento come leva geopolitica, ma deve fare i conti anche con le proprie tensioni interne. Secondo un’analisi pubblicata da Agenzia Nova, tra i dossier aperti resta ancora irrisolta la nomina del nuovo capo dell’Ufficio dell’Unione europea in Kosovo, una delle posizioni più sensibili dell’architettura diplomatica europea nei Balcani. La partita riguarda la sostituzione del diplomatico estone Aivo Orav, nominato rappresentante in Turchia dopo aver servito in Kosovo dal primo settembre 2024.
Il dossier va ben al di là di una questione di architettura delle nomine, ma è strettamente intrecciato con il ruolo dell’UE nel dialogo tra Belgrado e Pristina, con gli equilibri nazionali all’interno del Servizio europeo per l’azione esterna e con la capacità di Bruxelles di presentarsi nella regione come attore politico credibile, in un contesto segnato dalla crescente influenza di Russia, Cina, Turchia e Paesi del Golfo.
Il “clan Trump” starebbe imponendo i suoi interessi nei Balcani occidentali
Il Consiglio europeo ha confermato che il prossimo vertice Ue-Balcani occidentali si terrà a Tivat il 5 giugno 2026. La scelta del Montenegro non è neutra: Podgorica è considerata da Bruxelles uno dei Paesi più avanzati nel processo di adesione e, proprio nelle ultime settimane, l’Unione ha rafforzato il messaggio politico secondo cui l’allargamento resta parte della risposta europea alla nuova competizione geopolitica nel vicinato.
La cornice politica è stata fissata anche dal Consiglio Affari esteri dello scorso 11 maggio. L’Alta rappresentante Kaja Kallas ha definito i Balcani occidentali “una priorità strategica” per l’UE e ha indicato tre assi di lavoro: maggiore cooperazione su politica estera, sicurezza e difesa; più sostegno europeo contro minacce ibride e disinformazione; e un uso più ampio dello Strumento europeo per la pace per rafforzare le capacità di difesa dei partner regionali. Ma Kallas ha legato questa apertura a una condizione politica esplicita: “le partnership funzionano in entrambe le direzioni”, ha avvertito, chiedendo ulteriori riforme, rispetto dello Stato di diritto e un chiaro allineamento alla politica estera dell’Ue.
In questo contesto si inserisce la vicenda dei ritardi della nomina del nuovo rappresentante in Kosovo. Come ricostruito da Nova, nella fase finale della selezione per la guida dell’Ufficio UE in Kosovo sarebbero rimasti in corsa un diplomatico sloveno, considerato vicino agli ambienti della Commissione europea, e un alto funzionario italiano con lunga esperienza nei Balcani e nei teatri di crisi del Mediterraneo. Tuttavia, sempre secondo Nova, dopo il mancato superamento da parte del candidato sloveno della valutazione psicologica prevista dalla procedura, invece di procedere con l’altro candidato rimasto in corsa, il processo sarebbe stato annullato e riaperto. Una scelta che l’agenzia definisce inconsueta e che viene osservata anche per le possibili implicazioni sulla trasparenza delle procedure interne al Servizio europeo di azione esterna (SEAE).
Il punto politicamente più delicato riguarda il rapporto tra questa vicenda e gli equilibri nazionali all’interno della diplomazia europea. L’agenzia di stampa italiana sottolinea che alcuni Stati membri riterrebbero già significativa la presenza italiana nei Balcani occidentali, anche per gli incarichi ricoperti in Bosnia-Erzegovina, dove sono italiani sia il rappresentante dell’UE sia il capo della missione militare Eufor Althea. Ma per l’Italia il Kosovo resta un dossier di primario interesse politico, militare e diplomatico, anche per il ruolo di Roma nella Kfor e per l’attenzione storica verso la stabilità dell’Adriatico allargato.
“L’allargamento ai Balcani è una priorità”, dice l’Ambasciatore italiano in Kosovo
In questo senso, la partita sulla sede di Pristina assume un valore che va oltre la singola nomina, riguardando in sostanza il peso dell’Italia in una regione che Bruxelles considera sempre più parte della propria sicurezza strategica.
Il tema si inserisce inoltre in un contesto più ampio di tensioni che negli ultimi anni hanno attraversato il SEAE tra accuse di eccessiva politicizzazione delle nomine, scontri tra diverse sensibilità interne e controversie che hanno coinvolto anche figure di primo piano della diplomazia europea. D’altronde, a quanto appreso da “Nova”, tensioni emersero anche per la nomina di Belén Martinez Carbonell alla segreteria generale del SEAE nel febbraio 2025: la politica spagnola, fortemente voluta da Kallas per quest’incarico – sebbene in contrapposizione con i desiderata di Madrid – ora sarebbe in procinto di essere rimossa a favore di un funzionario estone, la stessa nazionalità dell’Alta rappresentante.
Il tema degli equilibri nazionali continua a pesare in modo significativo nella distribuzione degli incarichi, soprattutto nei dossier considerati più sensibili sul piano geopolitico. Il tema potrebbe emergere indirettamente anche durante il summit del 5 giugno, nel quale i leader europei discuteranno non soltanto di allargamento, ma anche della crescente competizione geopolitica nella regione. L’Unione europea osserva con attenzione il rafforzamento dell’influenza di Russia, Cina, Turchia e Paesi del Golfo nei Balcani occidentali, in un momento in cui Bruxelles punta a riaffermare il proprio ruolo politico e strategico.
Per l’Italia, inoltre, il Kosovo e più in generale i Balcani occidentali rappresentano uno spazio strategico vitale sul piano politico, militare e diplomatico. Proprio per questo, a Roma si osserva con attenzione una vicenda che rischia di trasformarsi nell’ennesimo tentativo di torcere il braccio all’Italia in una delle aree considerate storicamente più sensibili per i propri interessi strategici.
La Commissione europea, da parte sua, continua a collegare il percorso europeo del Kosovo alla normalizzazione con Belgrado e alla de-escalation nel nord. Nel pacchetto allargamento 2025, pubblicato nel novembre scorso ma ancora rilevante come quadro politico di riferimento, Bruxelles ha affermato che il Kosovo resta impegnato nel proprio percorso europeo, ma che i ritardi nella formazione delle istituzioni dopo le elezioni di febbraio hanno rallentato le riforme. La Commissione ha ribadito inoltre che la normalizzazione dei rapporti con la Serbia e l’attuazione degli impegni presi nel dialogo restano parte integrante della prospettiva europea del Kosovo.

