La visita a Bruxelles di una delegazione dell’emirato islamico dell’Afghanistan, il governo non riconosciuto guidato dai talebani dopo la presa del potere nel 2021, ha suscitato un’ondata di indignazione tra i membri del Parlamento europeo e organizzazioni per i diritti umani, che hanno definito la decisione della Commissione UE un “tradimento” dei valori europei.
La mossa dell’esecutivo comunitario è stata confermata ufficialmente il 12 maggio dopo pressanti richieste da parte dei giornalisti. La Commissione ha sottolineato che l’invito sarebbe di fatto un follow up di una riunione tecnica avvenuta in Afghanistan nel gennaio di quest’anno.
I Paesi occidentali si sono rifiutati di riconoscere i talebani da quando i combattenti islamisti sono tornati al potere in Afghanistan cinque anni fa, rovesciando un governo che era stato sostenuto dalle truppe statunitensi e della NATO per due decenni. Tuttavia, circa 20 governi nazionali, con in testa la Germania, stanno esercitando pressioni per un meccanismo a livello europeo che coordini l’espulsione dei cittadini afghani che non hanno il diritto legale di rimanere nel blocco o che sono stati condannati per reati.
L’Eurocamera ha votato il 22 maggio a larga maggioranza (480 voti favorevoli, 5 contrari e 83 astensioni) una risoluzione in cui hanno condannato fermamente la recente adozione da parte dei talebani del Codice di procedura penale per i tribunali, che promuove la persecuzione sistematica delle donne e delle ragazze in Afghanistan e istituzionalizza massicce violazioni dei diritti fondamentali, tra cui l’apartheid di genere, la schiavitù e le punizioni corporali. Non solo, gli eurodeputati hanno chiesto alla Commissione europea e agli Stati membri di mantenere il “non riconoscimento e la non normalizzazione del regime talebano”, deplorando la decisione di invitare i talebani a Bruxelles.
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La vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, ha presentato lo scorso 21 maggio una un’interrogazione scritta alla Commissione UE. “Ho chiesto alla Commissione come possa giustificare tale decisione, considerando che le Nazioni Unite considerano questi rimpatri una violazione del diritto internazionale e che la Corte di giustizia dell’UE ha vietato la deportazione di qualsiasi donna afghana”, ha affermato la vicepresidente dell’Eurocamera ed esponente del Partito democratico (PD/S&D) in una nota diramata su X.
Secondo Picierno, “stringere un accordo con i Talebani va ben oltre semplici contatti operativi: equivale a un riconoscimento de facto di un regime persecutorio che commette crimini contro l’umanità contro donne e ragazze”. “Ora più che mai, siamo al fianco dell’opposizione democratica in esilio”, ha aggiunto Picierno.
La presa di posizione del Parlamento europeo è stata accolta con grande favore da Ahmad Massoud, leader del Fronte nazionale di resistenza dell’Afghanistan, principale movimento di opposizione ai Talebani, e figlio dello storico comandante anti-talebano Ahmad Shah Massoud.
“In un momento in cui l’ordine internazionale, fondato su regole e valori, si sta progressivamente indebolendo e dimenticando, l’Europa deve continuare a difendere i principi che da tempo si impegna a tutelare: i diritti umani, la democrazia, la dignità umana e lo stato di diritto. Questi valori non devono essere sacrificati in nome del pragmatismo o dell’appeasement nei confronti di un regime terroristico”, ha affermato il leader del principale movimento di opposizione al regime talebano.
“Chiediamo ai nostri amici europei di continuare a schierarsi al fianco del popolo afghano in cerca di libertà, non con i terroristi e i tiranni che lo opprimono”, ha aggiunto. “La storia ricorderà coloro che si sono schierati dalla parte della giustizia, della libertà e della dignità umana durante uno dei capitoli più bui della storia della nostra nazione”, ha affermato ancora Massoud.
La decisione della Commissione UE è stata contestata da diversi gruppi del Parlamento europeo e organizzazioni per i diritti umani si è allargata. Il 20 maggio, Renew Europe ha chiesto alla Commissione di ritirare l’invito, con l’eurodeputata Raquel García Hermida-van der Walle che ha definito la scelta “un tradimento dei nostri valori”, sostenendo che “chi commette crimini contro l’umanità non dovrebbe mai mettere piede sul suolo europeo senza passare prima dalla Corte penale internazionale dell’Aia”.
Dure critiche sono arrivate anche dalla verde Hannah Neumann, secondo cui “non c’è nulla di tecnico nell’aprire le porte agli estremisti”, e dalla presidente del gruppo S&D Iratxe García, che ha avvertito che “se legittimiamo coloro che mettono in pratica l’apartheid di genere, allora non stiamo difendendo i nostri valori: li stiamo tradendo”.
Il Committee to Protect Journalists ha chiesto alla Commissione di cancellare l’iniziativa: per Tom Gibson, responsabile advocacy UE del CPJ, è “scandaloso” che Bruxelles estenda un invito ai Talebani mentre il regime “attacca i media”, perché così facendo “legittima un regime responsabile di grave repressione e censura”.
Già il 14 maggio, l’European Council on Refugees and Exiles aveva giudicato “profondamente allarmante” discutere di deportazioni verso l’Afghanistan controllato dai Talebani, richiamando i rischi per il principio di non-refoulement e per la protezione di donne, ragazze e persone perseguitate.
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Un regime di apartheid per donne e ragazze
Negli ultimi mesi il regime talebano avrebbe ulteriormente irrigidito il sistema di restrizioni contro donne e ragazze in Afghanistan, codificando nuove norme che incidono sul diritto di famiglia, sulla giustizia penale, sulla libertà di movimento, sul lavoro e sull’istruzione.
Tra le misure più gravi figurano l’eliminazione dell’età minima legale per il matrimonio, con il riferimento alla “pubertà” come criterio sufficiente, l’interpretazione del silenzio come consenso in caso di proposta matrimoniale, la forte limitazione del diritto delle donne al divorzio e l’introduzione di disposizioni che attribuiscono agli uomini poteri punitivi all’interno della famiglia.
A questo si aggiungono le restrizioni previste dalla legge sulla “promozione della virtù e prevenzione del vizio”, che impone la copertura totale del corpo e del volto e considera la voce femminile un elemento da nascondere nello spazio pubblico.
Il quadro è aggravato dal blocco definitivo degli stipendi per molte dipendenti pubbliche, dal divieto di lavoro femminile presso agenzie ONU e ONG internazionali, dalla rimozione dei libri scritti da donne e dalla persistente esclusione delle ragazze dall’istruzione secondaria e universitaria.
Organizzazioni internazionali come UNAMA e Human Rights Watch hanno descritto questo insieme di misure come l’istituzionalizzazione di un sistema di apartheid di genere, volto a cancellare progressivamente le donne dalla vita sociale, civile, culturale e giudiziaria del Paese.

