L’Unione europea accelera verso l’introduzione di limiti di età per l’accesso ai social media. Il piano, promosso da Ursula von der Leyen, potrebbe tradursi già nei prossimi mesi in una proposta valida per tutti gli Stati membri. La presidente della Commissione europea ritiene che un utilizzo precoce delle piattaforme digitali possa essere dannoso per i minori. Von der Leyen ha ribadito in diverse occasioni la sua ferma convinzione sulla necessità di intervenire, introducendo restrizioni a livello europeo.

Lunedì 13 luglio è attesa una nuova tappa fondamentale del progetto. È infatti prevista la pubblicazione di un rapporto di esperti sui rischi associati all’utilizzo dei social media in età infantile. I responsabili dello studio, incaricati direttamente dalla presidente della Commissione, sono lo psichiatra infantile Jörg Fegert e l’epidemiologa sociale Maria Melchior, i quali hanno raccolto i contributi di decine di altri esperti per elaborare raccomandazioni su come proteggere i più giovani dai pericoli della rete.

Il portale paneuropeo Politico riporta che, secondo quattro funzionari a conoscenza del dossier, von der Leyen potrebbe presentare a settembre la proposta per introdurre limiti di età validi in tutta l’UE. I funzionari in questione ritengono che il rapporto servirà soprattutto a fornire una “base scientifica”, in grado di sostenere il provvedimento e convincere gli Stati membri ancora scettici. Il documento dovrebbe contenere raccomandazioni concrete su come limitare i danni provocati dalle piattaforme in rete, ma non arriverà a suggerire ai decisori politici divieti specifici. Gli esperti non forniranno quindi un parere definitivo sull’opportunità di introdurre limiti di età, né sull’età minima eventualmente da fissare. Lunedì von der Leyen dovrebbe rilasciare una breve dichiarazione pubblica per accogliere ufficialmente le conclusioni del gruppo di esperti.

Inoltre, all’inizio dell’estate, la Commissione ha presentato uno strumento tecnico per la verifica dell’età degli utenti online. Bruxelles sostiene di aver corretto le vulnerabilità del sistema di sicurezza emerse dopo il lancio di tale strumento.

Il caso francese

Con il piano promosso da von der Leyen l’UE si allineerebbe alle misure già adottate da diversi Paesi nel resto del mondo. Il primo a introdurre limiti di età per l’accesso ai social media è stato l’Australia nel dicembre scorso. Tra i Paesi membri già attivi autonomamente, invece, la Francia è quello più avanti nel percorso legislativo. Il presidente francese Emmanuel Macron aveva già posto la questione tra le priorità della sua agenda politica durante la scorsa estate. Oggi Parigi punta a introdurre limiti di età entro settembre e starebbe esercitando una forte pressione su Bruxelles affinché si muova sulla questione.

Il Senato francese ha già approvato il disegno di legge che distingue le piattaforme in due categorie: da un lato quelle considerate dannose, da inserire in una lista nera e quindi vietate ai minori di 15 anni; dall’altro le restanti piattaforme che saranno accessibili soltanto previa autorizzazione dei genitori. Anche Danimarca e Grecia intendono adottare misure entro la fine dell’anno. La Commissione, da parte sua, ha ritenuto compatibili iniziative nazionali, seppur a determinate condizioni. L’esecutivo europeo ha infatti chiarito che la Francia può introdurre una propria età minima, purché la normativa non interferisca con le competenze di vigilanza attribuite dal diritto europeo alla Commissione.

In particolare, Le Monde riporta che, in un parere formale, la Commissione ha stabilito che il progetto di legge francese si sovrappone al Digital Services Act, la normativa europea che disciplina i servizi digitali e la moderazione dei contenuti online. Pertanto, Bruxelles impone ai legislatori francesi di modificare il testo approvato, sebbene accolga favorevolmente gli sforzi compiuti da Parigi per rafforzare la tutela dei minori online.

L’adozione di un divieto esteso a tutta l’UE richiede quindi un delicato equilibrio politico tra i ventisette Stati membri. Restano, infatti, ancora aperti numerosi interrogativi su un’eventuale proposta europea, a partire dalla possibilità che Bruxelles stabilisca un’età minima uniforme oppure lasci ai singoli Paesi la facoltà di fissarla autonomamente. Nonostante le difficoltà, la Commissione ritiene ormai che l’unico modo per evitare una frammentazione normativa tra i vari Stati membri sia procedere con una disciplina comune a livello europeo. “Dobbiamo ridurre al minimo la frammentazione dei sistemi nazionali, che potrebbe creare incertezza giuridica o indebolire l’efficacia dell’applicazione delle norme”, ha dichiarato all’Agence France-Presse (AFP) il portavoce della Commissione europea per il Digitale, Thomas Regnier.

Sulla questione si è espresso anche Dariusz Standerski, il ministro polacco per gli Affari digitali, rilasciando alcune dichiarazioni a Politico. “Abbiamo già visto che quattordici Stati membri sostengono questa iniziativa. Credo che esista ormai una solida maggioranza favorevole. Alcuni Paesi hanno espresso perplessità, ma al momento non vedo una minoranza di blocco”, ha affermato Standerski. Il ministro ha aggiunto che, alla luce dei contenuti a cui molti minori sono esposti, oltre il 70% dell’opinione pubblica polacca sostiene un divieto dei social media per i bambini, con l’introduzione di sistemi di verifica dell’età.

Le critiche al progetto

Le principali resistenze provengono da alcuni Paesi particolarmente avanzati sul piano digitale, secondo cui esistono strumenti più efficaci di un divieto generalizzato per proteggere i minori. Politico ha raccolto le critiche di chi non condivide la proposta di von der Leyen. Tra gli oppositori figura la ministra estone della Giustizia e degli Affari digitali, Liisa-Ly Pakosta. “Di solito sarebbe meglio spiegare prima quale sia il problema e poi individuare la soluzione migliore. Se invece si parte già dall’idea che il divieto sia la soluzione e si cerca soltanto il modo di attuarlo, allora il processo rischia di essere condizionato”, ha dichiarato la ministra a Politico.

Anche tra gli esperti del settore c’è chi non condivide l’idea di un divieto generalizzato, preferendo un approccio più equilibrato che tenga conto anche dei diritti dei minori. Alcuni di loro, tra cui Leanda Barrington-Leach, della 5Rights Foundation, e Sonia Livingstone, della London School of Economics, hanno inviato un mese fa una lettera alla Commissione contro tali misure.

Nel frattempo, emergono i primi segnali che le restrizioni potrebbero non produrre gli effetti desiderati. A marzo, il Commissario australiano per la sicurezza online ha dichiarato che il divieto introdotto nel Paese si è rivelato in gran parte inefficace nel tenere i minori lontani dai social media, attribuendo il problema alla scarsa applicazione delle regole da parte delle grandi piattaforme tecnologiche. Il governo australiano sta pertanto valutando un rafforzamento dei poteri dell’autorità competente.

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