La spesa militare mondiale ha raggiunto nel 2025 un nuovo massimo, con l’Europa divenuta il principale motore dell’aumento globale. Secondo i nuovi dati dello Stockholm International Peace Research Institute, la spesa militare globale è salita a 2.887 miliardi di dollari, con un incremento reale del 2,9% rispetto al 2024 e l’undicesimo aumento consecutivo. A trainare la crescita non sono stati gli Stati Uniti, dove la spesa è diminuita, ma soprattutto l’Europa, dove gli stanziamenti militari sono aumentati del 14%, raggiungendo gli 864 miliardi di dollari.
Il dato fotografa una trasformazione ormai strutturale della sicurezza europea. La guerra in Ucraina, il riarmo russo e la pressione statunitense sugli alleati NATO hanno accelerato un processo che va oltre la risposta emergenziale all’invasione russa del 2022.
Il SIPRI sottolinea che nel 2025 la spesa militare in Europa è cresciuta più di ogni altra regione e che, nel caso dell’Europa centrale e occidentale, l’aumento annuo è stato il più marcato dalla fine della guerra fredda.
La Russia ha portato la propria spesa militare a 190 miliardi di dollari, pari al 7,5% del PIL, mentre l’Ucraina, settimo Paese al mondo per spesa militare, è arrivata a 84,1 miliardi di dollari, equivalenti al 40% del PIL.
“Nel 2025 la spesa militare in percentuale della spesa pubblica ha raggiunto il livello più alto mai registrato sia in Russia che in Ucraina”, ha affermato Lorenzo Scarazzato, ricercatore del Programma Spese Militari e Produzione di Armi del SIPRI.
Secondo Scarazzato, la spesa dei due Paesi “probabilmente continuerà a crescere nel 2026 se la guerra dovesse proseguire”, anche alla luce dell’aumento delle entrate russe derivanti dalle vendite di petrolio e del prestito europeo atteso dall’Ucraina.
Dentro questo quadro, il riarmo europeo assume anche una dimensione transatlantica. Secondo la metodologia del SIPRI, i 29 membri europei della NATO hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari nel 2025. Ventidue di questi hanno raggiunto una spesa militare pari ad almeno il 2% del PIL.
La Germania è diventata il maggiore spenditore militare europeo della NATO, con un aumento del 24% su base annua, fino a 114 miliardi di dollari. Per Berlino si tratta anche di un passaggio simbolico: per la prima volta dal 1990 la spesa militare tedesca ha superato la soglia del 2%, attestandosi al 2,3% del PIL. Anche la Spagna ha registrato un aumento molto forte, pari al 50%, arrivando a 40,2 miliardi di dollari e superando per la prima volta dal 1994 la soglia del 2%.
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Il “nodo” spese NATO
Il dato più delicato riguarda però il confronto tra le cifre NATO e quelle del SIPRI. Come sottolineato in un’analisi pubblicata da Euractiv.com, l’affermazione della NATO secondo cui tutti i suoi membri avrebbero raggiunto nel 2025 l’obiettivo del 2% di spesa per la difesa è stata contestata dall’istituto di Stoccolma.
L’Alleanza aveva stimato che tutti i 32 alleati avessero raggiunto la soglia fissata nel 2014, ma secondo il SIPRI solo 23 Paesi su 32 sarebbero effettivamente arrivati a quel livello. La differenza non è solo tecnica: riguarda il modo in cui viene definita e conteggiata la spesa per la difesa.
Il SIPRI avverte infatti che la corsa ai nuovi obiettivi di spesa concordati dalla NATO nel 2025 rischia di rendere più opaco il perimetro dei bilanci militari. “Mentre gli Stati si sforzano di raggiungere i nuovi obiettivi di spesa della NATO concordati per il 2025, esiste il rischio che i confini tra le spese militari e le altre spese ‘legate alla difesa e alla sicurezza’ si confondano, riducendo la trasparenza e complicando ulteriormente la valutazione delle capacità militari”, ha dichiarato Jade Guiberteau Ricard, ricercatrice del SIPRI.
Le modalità con cui viene conteggiata la spesa all’interno NATO è un tema particolarmente delicato, soprattutto in un momento di forti frizioni tra gli Stati Uniti guidati da Donald Trump e il resto degli alleati. Proprio a seguito delle fortissime pressioni di Trump al vertice dell’Aia del 2025, gli alleati hanno assunto l’impegno di arrivare entro il 2035 al 5% del PIL annuo per esigenze di difesa e spese legate alla sicurezza.
La formula è divisa in due parti: almeno il 3,5% del PIL per i requisiti di difesa fondamentali, secondo la definizione NATO di spesa per la difesa, e fino all’1,5% per voci più ampie, come protezione delle infrastrutture critiche, resilienza civile, reti, innovazione e base industriale della difesa.
È proprio questa seconda componente ad aprire il margine per interpretazioni divergenti. Secondo l’analisi pubblicata dal SIPRI sul nuovo target NATO, non è ancora pienamente chiaro cosa possa rientrare nell’ulteriore 1,5% di spesa “defence- and security-related”. Se si trattasse di investimenti in resilienza civile, infrastrutture di trasporto o comunicazioni, le ricadute potrebbero essere più ampie per la società. Ma se quella quota venisse usata soprattutto per rafforzare la produzione industriale militare o infrastrutture direttamente legate alla difesa, il risultato sarebbe un aumento sostanziale del peso militare sui bilanci pubblici, con benefici civili più limitati.
A Euractiv, Guiberteau Ricard ha formulato il problema in termini ancora più espliciti sostenendo che “i membri della NATO hanno un forte incentivo politico a dimostrare il loro impegno nei confronti dell’alleanza, potenzialmente attraverso cifre gonfiate, data l’incertezza che aleggia sull’alleanza da parte dell’alleato statunitense”.
Il rischio, in altre parole, è che la pressione politica a mostrare fedeltà all’Alleanza e affidabilità verso Washington favorisca una contabilità più elastica, nella quale alcune voci di spesa vengano riclassificate per avvicinarsi più rapidamente agli obiettivi NATO.
La questione riguarda direttamente l’Europa. L’aumento delle spese militari è presentato dai governi come una condizione necessaria per rafforzare la deterrenza contro la Russia, ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e colmare i ritardi accumulati negli anni in capacità, munizioni, difesa aerea, logistica e industria. Ma la metrica del PIL, da sola, non misura l’effettiva capacità militare. Lo stesso SIPRI avverte che la spesa militare è un indicatore di flusso: mostra quanto viene stanziato in un anno, ma non dice se quelle risorse siano spese in modo efficiente, se rispondano a reali lacune operative o se si traducano in capacità disponibili.
[a cura di Simone Cantarini]
