L’ultimo velivolo militare statunitense dispiegato in Bulgaria è decollato domenica, ponendo fine a una missione temporanea finita al centro del dibattito politico interno dopo che il primo ministro Rumen Radev aveva tentato di collegare un’estensione del dispiegamento alla questione, da tempo irrisolta, dei requisiti per i visti statunitensi per i cittadini bulgari.
Washington ha scelto di non rispondere pubblicamente alla proposta e gli aerei hanno lasciato Sofia secondo il calendario previsto, senza che la Bulgaria ottenesse le concessioni sui visti richieste dal governo.
“L’ultimo aereo è decollato intorno alle 14 di domenica, quindi la missione degli aerei americani in Bulgaria è terminata”, ha dichiarato ieri (lunedì 29 giugno) il ministro della Difesa Stefan Stoyanov.
Il ministro ha sottolineato che gli Stati Uniti hanno rispettato la decisione del governo bulgaro di concludere il dispiegamento entro la fine di giugno. “I nostri colleghi e partner strategici hanno rispettato la decisione del Consiglio dei ministri e hanno tenuto conto della nostra posizione sulla questione”, ha affermato.
Il governo bulgaro aveva inizialmente autorizzato il dispiegamento degli aerei presso l’aeroporto di Sofia fino alla fine di maggio, ma successivamente il primo ministro Radev aveva prorogato il permesso di un mese, fino al 30 giugno.
L’Aeronautica militare statunitense aveva schierato complessivamente 15 velivoli presso l’aeroporto civile di Sofia, tra cui aerei da trasporto truppe e aerocisterne per il rifornimento in volo. Washington aveva chiesto un’estensione fino alla fine di luglio, ma Radev aveva deciso di subordinare ogni ulteriore autorizzazione alla rimozione dell’obbligo di visto statunitense per i cittadini bulgari, un accordo che alla fine non si è concretizzato.
Radev e il suo partito Bulgaria Progressista avevano vinto le elezioni di aprile grazie al forte sostegno di una parte significativa dell’elettorato filorusso ed euroscettico del Paese. Durante la campagna elettorale, la presenza degli aerei militari americani presso l’aeroporto civile di Sofia era diventata un tema politico sempre più sensibile, anche perché i velivoli erano chiaramente visibili ai passeggeri in transito nello scalo più grande della Bulgaria.
Il dispiegamento aveva alimentato il dibattito sulla possibilità che la capitale bulgara potesse diventare un obiettivo legittimo di missili balistici iraniani. I gruppi politici filorussi avevano inoltre messo in discussione il coinvolgimento del governo bulgaro nell’operazione statunitense e israeliana contro l’Iran.
Dopo essere stato nominato primo ministro, Radev si era rapidamente mosso per sollevare pubblicamente la questione e cercare di ottenere consenso politico tra i suoi sostenitori, presentandosi come un difensore deciso degli interessi nazionali bulgari. Aveva annunciato di aver presentato quella che aveva definito un’offerta politica al presidente Donald Trump, collegando la permanenza degli aerei a Sofia alla rimozione dell’obbligo di visto per i cittadini bulgari.
Washington non ha mai fornito una risposta ufficiale e, alla fine, gli aerei sono stati ritirati dall’aeroporto di Sofia. “Lasceranno l’aeroporto Vasil Levski entro la fine del mese, ma gli Stati Uniti rimangono il nostro alleato strategico nel campo della sicurezza e un partner fondamentale per l’energia, l’alta tecnologia, l’intelligenza artificiale e l’economia. Il governo continuerà a lavorare per approfondire la cooperazione tra i due Paesi”, ha dichiarato Radev in una nota conciliante poco prima della partenza dei velivoli.
Successivamente è emerso che il governo bulgaro aveva tentato di negoziare il trasferimento degli aerei verso le basi militari di Bezmer e Graf Ignatievo, dove avrebbero attirato meno attenzione pubblica.
Tuttavia, l’aeroporto di Sofia si è rivelato l’unica struttura nel Paese in grado di sostenere il dispiegamento, anche grazie alla disponibilità delle ingenti quantità di carburante necessarie agli aerei cisterna.
L’ex ministro della Difesa ad interim Atanas Zapryanov aveva precedentemente dichiarato che la Bulgaria aveva accettato di ospitare gli aerei cisterna americani presso l’aeroporto di Sofia a marzo in cambio di una proroga della deroga che consentiva il funzionamento della raffineria locale di Lukoil.
L’avvertimento iraniano
A maggio, l’Iran aveva inviato una nota diplomatica ufficiale alla Bulgaria, mettendo in guardia Sofia contro la presenza di aerei militari statunitensi sul proprio territorio. Teheran aveva definito il dispiegamento parte delle operazioni americane in Medio Oriente e aveva dichiarato di riservarsi il diritto di adottare misure per difendere i propri interessi nazionali.
Le autorità bulgare avevano successivamente convocato l’ambasciatore iraniano per chiedere spiegazioni sulla posizione di Teheran.
Nel frattempo, il segretario di Stato statunitense Marco Rubio aveva incluso la Bulgaria tra gli alleati NATO che avevano fornito un sostegno significativo a Washington durante le tensioni con l’Iran, sottolineando che diversi membri dell’Alleanza erano stati “molto utili” agli Stati Uniti.
La cooperazione militare tra i due Paesi si basa sull’Accordo di difesa del 2006 tra Bulgaria e Stati Uniti, che consente alle forze americane l’accesso a diverse infrastrutture militari congiunte nel Paese, tra cui il poligono di Novo Selo, le basi aeree di Graf Ignatievo e Bezmer e il centro logistico di Aytos.
Queste strutture restano sotto sovranità bulgara e vengono utilizzate congiuntamente da militari bulgari e statunitensi per attività di addestramento, logistica e operazioni NATO sul fianco orientale dell’Alleanza.
Pur non disponendo di basi permanenti in Bulgaria in senso tradizionale, Washington può comunque schierare a rotazione personale e mezzi militari nell’ambito degli accordi di sicurezza NATO nell’area del Mar Nero.
Il programma di esenzione dal visto statunitense
Nonostante i ripetuti tentativi dei governi bulgari succedutisi negli anni, il Paese non soddisfa ancora i requisiti tecnici per essere incluso nel Visa Waiver Programme degli Stati Uniti.
Secondo la legge americana, i Paesi partecipanti devono mantenere un tasso di rifiuto dei visti non immigranti inferiore al 3%, oltre a rispettare rigorosi standard in materia di sicurezza delle frontiere, condivisione delle informazioni e cooperazione antiterrorismo. Il tasso di rifiuto dei visti per la Bulgaria è rimasto costantemente tra l’8% e il 9%, ben al di sopra della soglia stabilita dal Dipartimento di Stato americano.
Nel 2026, Bulgaria, Romania e Cipro rimangono gli unici Stati membri dell’Unione europea i cui cittadini non sono inclusi nel programma statunitense di esenzione dal visto.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.
