L’ex consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti John Bolton – intervistato da Euronews – ha intravisto nelle dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump sulla possibilità che la Groenlandia passi sotto il controllo americano uno strumento di provocazione politica, più che un’indicazione di un effettivo cambio di rotta nella politica estera di Washington.
Trump è tornato sulla questione Groenlandia durante il vertice NATO svoltosi ad Ankara, in Turchia, sostenendo che, per ragioni strategiche e di sicurezza, sarebbe più saggio che l’isola artica passi sotto il controllo di Washington. La prima ministra danese, Mette Frederiksen, ha replicato con fermezza che la Groenlandia “non è in vendita”, ribadendo la posizione già espressa da Copenaghen nei mesi scorsi.
L’apparente ossessione del presidente statunitense per la Groenlandia sembrava essersi attenuata dopo le tensioni di gennaio, anche grazie all’intervento del segretario generale della NATO, Mark Rutte. Se il tema è tornato al centro del dibattito, secondo Bolton – consigliere per la Sicurezza nazionale per poco più di un anno durante il primo mandato di Trump – è perché il presidente ricorre abitualmente a dichiarazioni controverse per attirare l’attenzione mediatica e alimentare il dibattito pubblico.
Bolton ha dichiarato come questo tipo di dichiarazioni rientri in uno schema consolidato. L’ex funzionario ha ricordato un episodio avvenuto alla Casa Bianca, in cui Trump avrebbe dettato intenzionalmente parte di un messaggio destinato ai social media interamente in maiuscolo con l’obiettivo di suscitare una reazione immediata nell’opinione pubblica.
Non è la prima volta che Bolton descrive le strategie comunicative di Trump come parte integrante del suo approccio alla politica estera. Nel libro The Room Where It Happened, pubblicato dopo la fine della sua esperienza alla Casa Bianca, ha ripercorso i principali contrasti con il presidente, soffermandosi sulle divergenze nella gestione delle crisi internazionali e sul ruolo che la comunicazione rivestiva nelle sue decisioni politiche.
Nonostante le tensioni generate dalle esternazioni del presidente statunitense nei confronti di diversi alleati, tra cui la Spagna, definita da Trump un “caso perso”, Bolton ha espresso una valutazione positiva dell’esito del vertice NATO. A suo giudizio, la dichiarazione finale approvata all’unanimità rappresenta un risultato significativo e conferma la tenuta dell’Alleanza. Anche sul dossier ucraino Bolton ha parlato di un bilancio “molto positivo”, pur riconoscendo che il presidente Volodymyr Zelensky non ha ottenuto tutte le richieste avanzate da Kyiv.
Bolton ha infine sollevato un interrogativo sull’opportunità di mantenere una cadenza annuale dei vertici NATO. Osservando che la dichiarazione finale non contiene alcun riferimento a un appuntamento nel 2027 in Albania, ha ricordato che i Trattati dell’Alleanza non impongono un summit ogni anno. “Se si saltasse un anno o due non sarebbe la fine del mondo”, ha osservato, suggerendo che un numero inferiore di incontri potrebbe contribuire a limitare il rischio di nuove tensioni politiche.
Pur avendo criticato duramente diversi alleati durante il viaggio verso Ankara, Trump ha adottato toni più concilianti nella conferenza stampa conclusiva, definendo i partner della NATO “per la maggior parte persone perbene”. Un cambio di registro che, secondo Bolton, non elimina però l’incertezza sulla futura postura dell’amministrazione Trump nei confronti della NATO e della sicurezza euro-atlantica.

