“Non state negoziando con i burocrati UE, state negoziando con la natura, e a negoziare con la natura si rischia di perdere”. È il monito lanciato da Mario Nava, direttore generale della Direzione generale per l’Occupazione, gli affari sociali e l’inclusione (DG EMPL) della Commissione europea, intervenuto mercoledì 28 ottobre alla presentazione del Rapporto 2026 dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), presso la Camera dei Deputati a Roma.
Rispondendo a una domanda su come l’Unione europea possa rafforzare la competitività senza compromettere il futuro delle imprese, Nava ha respinto l’idea di un’incompatibilità tra gli obiettivi ambientali di lungo periodo e la crescita economica. “Io non credo che il futuro delle imprese venga compromesso dagli obiettivi di lungo periodo”, ha affermato, sottolineando che gli investimenti nelle fonti rinnovabili possono contribuire contemporaneamente a ridurre i costi energetici e la dipendenza dell’Europa dai combustibili fossili.
“Un investimento di questo tipo è un investimento che paga, magari non immediatamente, ma certamente nel lungo periodo”, ha spiegato Nava.
Secondo l’ex presidente della Consob e già direttore della DG Reform, tuttavia, il successo della doppia transizione, ecologica e digitale, dipenderà dalla capacità delle istituzioni di renderla accessibile e sostenibile per l’intera popolazione, evitando che i costi ricadano soprattutto sulle fasce sociali più vulnerabili.
“A questi obiettivi non si arriva dall’alto, ma si arriva se la doppia transizione è sociale, ci si arriva con le piccole auto (elettriche) che possono comprare tutti, non con i SUV elettrici”, ha osservato, richiamando la necessità di rendere le tecnologie pulite economicamente accessibili.
Il direttore generale ha citato a questo proposito il Fondo sociale europeo per il clima (Social Climate Fund), finanziato attraverso i proventi del nuovo sistema di scambio delle quote di emissione ETS2, destinato a sostenere famiglie vulnerabili, microimprese e utenti dei trasporti durante la transizione energetica. Nava ha indicato l’Italia tra i Paesi più avanzati nella preparazione degli strumenti collegati al Fondo.
La transizione verde e quella digitale, ha ribadito, potranno raggiungere i propri obiettivi soltanto se verranno realizzate attraverso il coinvolgimento dei cittadini e della società.
Bilancio UE 2028-2034, Nava richiama l’esperienza del Covid
Un altro passaggio significativo dell’intervento ha riguardato i negoziati sul prossimo Quadro finanziario pluriennale (QFP) dell’Unione europea per il periodo 2028-2034.
Nava ha ricordato che la proposta iniziale della Commissione europea prevede risorse complessive nell’ordine dei 2.000 miliardi di euro, una dimensione finanziaria che l’Unione aveva già raggiunto nel precedente ciclo attraverso la combinazione del bilancio pluriennale e del programma straordinario NextGenerationEU.
Il direttore generale ha tuttavia osservato che le successive proposte negoziali stanno ridimensionando l’ambizione finanziaria iniziale, richiamando l’importanza del Consiglio europeo straordinario voluto dal presidente Antonio Costa e previsto per il 26 e 27 novembre, dedicato proprio al nuovo bilancio dell’Unione.
Secondo Nava, il contesto politico è oggi profondamente diverso da quello del 2020. Da un lato, la presenza di governi fortemente nazionalisti rischia di privilegiare gli interessi nazionali immediati rispetto alle esigenze di lungo periodo dell’Unione. Dall’altro, l’avvicinarsi di importanti scadenze elettorali riduce la disponibilità dei governi ad assumere impegni finanziari ambiziosi e di lungo periodo.
Per spiegare come possa cambiare l’atteggiamento dei governi europei di fronte a un’emergenza condivisa, Nava ha richiamato quanto accaduto durante la pandemia di Covid-19. All’inizio del 2020, i negoziati sul bilancio pluriennale europeo erano in una situazione di stallo. Nel luglio dello stesso anno, dopo l’esplosione della crisi sanitaria, i leader dell’Unione raggiunsero invece un accordo su un pacchetto finanziario di dimensioni sostanzialmente superiori a quelle inizialmente discusse, grazie anche alla creazione di NextGenerationEU.
“Sei mesi dopo, il 21 luglio 2020, i governi UE si misero d’accordo su un bilancio che era il doppio di quello di cui stavano discutendo. Perché? Perché c’era il Covid”, ha ricordato Nava.
La pandemia, ha spiegato, era stata percepita come uno shock esterno che non poteva essere attribuito alla responsabilità di un singolo governo. Questo aveva favorito una risposta comune e la disponibilità a mobilitare risorse straordinarie.
Per Nava, una maggiore consapevolezza della gravità della crisi climatica potrebbe produrre un cambiamento analogo nell’atteggiamento degli Stati membri.
“Se noi riuscissimo a far capire che la crisi climatica, quella presente oggi, è un’emergenza non meno peggio del Covid, credo che avremo una grande speranza”, ha affermato.
Il direttore generale ha quindi collegato direttamente la capacità di raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite alla possibilità di costruire un bilancio europeo adeguato alle sfide dei prossimi anni.
“Se noi riuscissimo a far capire che raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile è fondamentale per il presente e il futuro dell’Europa, credo che avremo la possibilità di avere un ottimo bilancio europeo”, ha aggiunto.
Rapporto ASviS 2026, Italia in ritardo sull’Agenda 2030: peggiorano povertà, ambiente e istituzioni
Giustizia sociale, i tre pilastri indicati dalla Commissione europea
Nel suo intervento, Nava ha affrontato anche le principali priorità della Commissione europea in materia di giustizia sociale, individuando tre ambiti fondamentali: qualità del lavoro, istruzione e competenze, protezione sociale e inclusione.
L’obiettivo di lungo periodo indicato dal direttore generale è quello di un’Europa capace di raggiungere entro il 2050 tre traguardi: zero emissioni, zero disoccupazione e zero povertà.
Nava ha presentato questi obiettivi come una risposta ai limiti strutturali del sistema economico, che non sempre considera adeguatamente i costi ambientali e può privilegiare la produttività rispetto all’inclusione sociale.
Per quanto riguarda l’attività della seconda Commissione von der Leyen, il direttore generale ha rivendicato le iniziative avviate in campo sociale, richiamando l’Unione delle competenze, la preparazione della prima strategia europea contro la povertà, gli interventi sull’accessibilità economica degli alloggi e la tabella di marcia sul lavoro di qualità.
Su quest’ultimo tema, la Commissione ha già presentato la Quality Jobs Roadmap e sta preparando una proposta legislativa, il Quality Jobs Act, destinata ad aggiornare le norme europee sulla tutela dei lavoratori in un mercato del lavoro interessato dalle trasformazioni tecnologiche e produttive.
Secondo Nava, il dibattito europeo sull’occupazione tende a concentrarsi eccessivamente sull’offerta di lavoro, soprattutto sulla necessità di migliorare la formazione dei lavoratori, trascurando invece la qualità dei posti disponibili.
Il direttore generale ha ricordato che nell’Unione europea ci sono circa 260 milioni di persone in età lavorativa, delle quali 200 milioni occupate, 10 milioni disoccupate e 50 milioni inattive, ossia persone che non cercano attivamente un’occupazione.
Per aumentare la partecipazione al mercato del lavoro, ha spiegato, non è sufficiente chiedere alle persone di migliorare le proprie competenze. Occorre rendere le opportunità lavorative più attrattive.
Tra gli elementi fondamentali Nava ha individuato retribuzioni adeguate, condizioni contrattuali stabili e tutela della salute e della sicurezza.
Il caso italiano mostra con particolare evidenza queste criticità. Secondo i dati del Rapporto ASviS 2026, nel 2025 i salari reali sono aumentati dell’1%, ma rimangono inferiori del 3% rispetto ai livelli del 2019.
Nava ha inoltre richiamato la precarietà contrattuale come uno degli ostacoli alla qualità dell’occupazione e alla costruzione di percorsi professionali stabili. In questo contesto si inserisce il futuro Quality Jobs Act, che dovrebbe affrontare questioni come l’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei luoghi di lavoro, la salute e la sicurezza dei lavoratori, il diritto alla disconnessione e le condizioni di lavoro nelle catene di subappalto.
Il direttore generale ha sottolineato che l’Italia, nonostante i progressi occupazionali registrati negli ultimi anni, presenta ancora un tasso di occupazione intorno al 64%, sensibilmente inferiore a quello di altri Stati membri, citando i livelli superiori all’80% raggiunti nei Paesi Bassi e a Cipro.
La qualità del lavoro rappresenta quindi, nella strategia illustrata da Nava, non soltanto un obiettivo sociale, ma anche uno strumento per aumentare la partecipazione al mercato del lavoro e sostenere la competitività dell’economia europea.
Istruzione e competenze, in Italia la formazione continua raggiunge soltanto il 29% dei lavoratori
Il secondo pilastro indicato da Nava riguarda l’istruzione e lo sviluppo delle competenze, considerate essenziali per affrontare le trasformazioni tecnologiche e produttive.
Il direttore generale ha richiamato il divario tra Italia e Unione europea nell’inserimento professionale dei giovani che hanno completato gli studi.
Nel 2025, secondo i dati citati nel suo intervento, il tasso di occupazione dei neodiplomati e neolaureati considerati dall’indicatore utilizzato si attestava intorno al 78% in Italia, contro una media europea dell’87%.
Nava ha sottolineato che il valore dell’istruzione non risiede esclusivamente nelle conoscenze acquisite, ma soprattutto nella capacità di continuare ad apprendere durante l’intera vita professionale.
“L’istruzione paga non tanto per quello che uno impara, ma per come una persona impara ad imparare. Quello che conterà in futuro è come una persona impara ad imparare”, ha affermato.
Le trasformazioni tecnologiche, a cominciare dall’intelligenza artificiale, stanno infatti modificando rapidamente le competenze richieste dalle imprese. Questo contribuisce a spiegare perché, nonostante gli elevati livelli occupazionali raggiunti in diversi settori, molte aziende continuino a segnalare difficoltà nel reperire personale con le qualifiche necessarie.
Uno degli obiettivi europei in materia sociale prevede che entro il 2030 almeno il 60% degli adulti partecipi ogni anno ad attività di formazione.
Secondo i dati citati da Nava, la media europea è attualmente intorno al 40%, mentre in Italia si ferma al 29%.
“Questo è un dato che fa riflettere, soprattutto quando si dice che non si trovano lavoratori”, ha osservato.
Il problema delle competenze, secondo questa impostazione, non può quindi essere affrontato soltanto attraverso la formazione iniziale, ma richiede investimenti permanenti nell’aggiornamento e nella riqualificazione professionale.
Protezione sociale e inclusione, il problema delle disuguaglianze territoriali
Il terzo ambito affrontato da Nava riguarda la protezione sociale e la lotta alla povertà.
Il direttore generale ha richiamato l’importanza degli indicatori europei utilizzati per misurare le condizioni di vulnerabilità economica, tra cui l’AROPE (At Risk of Poverty or Social Exclusion), che misura la quota di popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale.
Nava ha evidenziato come il dato nazionale italiano nasconda differenze territoriali e sociali particolarmente rilevanti.
Secondo il Rapporto ASviS, nel 2024 la povertà assoluta ha interessato oltre 5,7 milioni di persone, pari al 9,8% della popolazione residente, con un’incidenza più elevata nel Mezzogiorno e tra le famiglie con figli.
Particolarmente vulnerabili, ha osservato Nava, risultano le famiglie con bambini e le persone con un background migratorio.
Queste disparità rendono necessario un approccio alle politiche sociali capace di intervenire sulle diverse condizioni di vulnerabilità, evitando di limitarsi ai valori medi nazionali.
La Commissione europea intende rafforzare questo lavoro anche attraverso la strategia europea contro la povertà, che Nava ha richiamato tra le iniziative della nuova legislatura.
Il Semestre europeo e il coordinamento delle politiche sociali
Nava ha infine sottolineato il ruolo del Semestre europeo, il meccanismo attraverso il quale l’Unione coordina e monitora le politiche economiche, di bilancio, occupazionali e sociali degli Stati membri.
Secondo il direttore generale, la riforma della governance economica europea del 2024 ha rafforzato l’integrazione tra la dimensione fiscale e quella sociale, consentendo di collegare più direttamente le raccomandazioni rivolte ai governi agli obiettivi dell’Agenda 2030.
Attraverso le relazioni per Paese (Country Reports) e le raccomandazioni specifiche (Country-Specific Recommendations), la Commissione può individuare le principali criticità dei sistemi nazionali e sollecitare interventi sulle condizioni di lavoro, sulle competenze e sulla riduzione della povertà.
Per l’Italia, Nava ha richiamato in particolare il tema della mortalità sul lavoro, affrontato nell’ambito delle raccomandazioni europee.
Il coordinamento tra politiche europee e nazionali assume particolare importanza anche per la dimensione finanziaria degli interventi. Nava ha ricordato che il bilancio dell’Unione rappresenta circa l’1% del reddito nazionale lordo europeo, mentre la spesa pubblica gestita dai governi nazionali costituisce una quota molto più ampia dell’economia, nell’ordine del 40%.
Per questo motivo, ha concluso, il raggiungimento degli obiettivi sociali e ambientali non può dipendere esclusivamente dalle risorse del bilancio europeo, ma richiede un coordinamento efficace tra gli investimenti dell’Unione e le politiche finanziate dagli Stati membri.

