L’Unione europea adotta la Strategia per la parità di genere per i prossimi quattro anni, mentre la Commissione fa passi in avanti per proteggere le donne, alcuni Stati membri retrocedono, e fra questi c’è l’Italia.
La Vicepresidente esecutiva della Commissione europea, la rumena Roxana Mînzatu e la Commissaria europea per la parità, la belga Hadja Lahbib, hanno presentato oggi (giovedì 5 marzo) la Strategia che l’Ue metterà in campo nei prossimi anni per superare il gap di genere nella ricerca, nel lavoro e nella politica.
Il piano è stato definito da Mînzatu un “must have”, qualcosa di cui non si può fare a meno.
Si legge nel report che una donna su tre nell’UE ha subito violenza di genere nel corso della propria vita e una donna su cinque nell’UE ha subito violenza fisica o sessuale da parte del proprio partner o ex partner, di un parente o di un altro membro della propria famiglia. Anche i femminicidi sono estremamente alti con 18 donne assassinate a settimana nell’Ue.
In Italia, secondo i dati diffusi dall’Osservatorio nazionale Femminicidi di Non Una di Meno, da inizio anno si sono registrati 7 femminicidi e almeno altri 11 tentati femminicidi riportati nelle cronache online di media nazionali e locali, ed altri 4 casi in fase di accertamento. Tra le persone uccise, la vittima più giovane aveva 17 anni, la più anziana 83. Nella totalità dei casi, l’assassino era conosciuto dalla persona uccisa: si tratta di mariti, ex mariti, padri, figli.
Con la rivoluzione digitale si è aggiunto anche un ulteriore spazio di violenza, quello online, attraverso il quale possono essere diffuse immagini intime non consensuali. Sempre secondo quanto riportato all’interno della Strategia “il 98% di tutti i deepfake su Internet sono di natura pornografica e che il 99% di questi ritrae donne”.
Il riferimento non è casuale. Nelle scorse settimane la Commissione europea ha avviato un’indagine contro la piattaforma X di Elon Musk a seguito della diffusione sul social di contenuti pornografici e pedopornografici generati dall’AI Grok, integrata nel social, che era in grado di denudare gli utenti della piattaforma. Questa “svista”, che viola apertamente il Digital Service Act, potrebbe costare caro al magnate americano.
La Strategia presentata oggi è l’ultima di un lungo percorso iniziato nel 2001, che ha visto ogni cinque anni la Commissione proporre approccio sempre più deciso nella lotta alle disuguaglianze di genere. Impegno che non investe solo l’esecutivo europeo, ma anche e, soprattutto, il Parlamento.
La scorsa settimana, infatti, il Parlamento ha lanciato un segnale importante agli Stati votando il progetto di legge di iniziativa cittadina “My voice my choice”, che mira a garantire l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza anche per coloro che vivono in Paesi Ue in cui è illegale. “La scorsa settimana abbiamo preso una posizione chiara” ha detto Mînzatu in apertura alla conferenza stampa, “oggi andiamo oltre”.
La Strategia per la parità nel concreto
La Strategia si articola in trenta misure concrete per superare le disuguaglianze. Una questione “urgente”, l’ha definita Lahbib, perché “la disuguaglianza di genere è un problema sociale, una società paritaria è vantaggiosa anche per gli uomini”.
Le quattro principali aree di intervento riguardano: lotta alla violenza di genere – sia offline che online, salute e benessere psico-fisico, riduzione del gap nel mercato del lavoro e nella politica e garanzie per un’istruzione e formazione di alto livello anche negli ambiti STEM, dove ancora oggi le donne scarseggiano.
Bruxelles intende sostenere gli Stati membri nell’attuazione della Direttiva sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica approvata a maggio del 2024, ampliando gli strumenti di contrasto anche al contesto online. “Gli strumenti che utilizziamo offline devono funzionare anche nel mondo digitale”, ha spiegato Mînzatu. Lahbib ha ribadito che l’obiettivo politico della Commissione è “fare in modo che no significhi no ovunque in Europa”, un principio che negli ultimi anni è entrato al centro del dibattito legislativo anche in Italia sul tema del consenso.
La seconda area riguarda salute e benessere psico-fisico. La Commissione lancerà una nuova iniziativa con la World Health Organization per migliorare l’attuazione degli standard sanitari dedicati alle donne. Secondo Lahbib, esiste ancora un forte bias di genere nella medicina: “Non è vero che le donne sopportano più dolore; è vero piuttosto che molti medicinali e protocolli medici sono stati sviluppati sulla base di standard maschili”.
Un terzo pilastro riguarda l’empowerment socio-economico e la riduzione del divario nel mercato del lavoro. Per la Commissione la parità di genere è anche una questione economica: il gap occupazionale tra uomini e donne costa all’Unione oltre 390 miliardi di euro ogni anno.
“Questo significa talento sprecato e crescita sprecata”, ha affermato Lahbib.
In questo quadro si attende l’iniziativa – Quality Jobs Act – annunciata a dicembre dalla Presidente Ursula Von der Leyen, che punta a tutelare i lavoratori migliorando le condizioni di lavoro, garantendo salari equi, aumentando la protezione sociale e promuovendo lavori “a prova di futuro”.
Allo stesso tempo la Vicepresidente Mînzatu ha ricordato l’impegno della commissione nel rafforzare gli strumenti finanziari europei già esistenti, a partire dal European Social Fund Plus, che continuerà a sostenere progetti per l’uguaglianza di genere. A maggio l’esecutivo presenterà inoltre la prima strategia europea contro la povertà, con particolare attenzione al fatto che la povertà colpisce in modo sproporzionato le donne.
Infine, la strategia punta a ridurre il divario nella rappresentanza politica e nell’istruzione, soprattutto nei settori scientifici e tecnologici. La Commissione spinge per accelerare il cambiamento anche attraverso l’istruzione, sostenendo iniziative per rafforzare la presenza femminile nelle discipline STEM e puntando a creare le condizioni perché sempre più ragazze possano intraprendere carriere scientifiche e tecnologiche.
Anche nella politica il divario è evidente. Nonostante sia stato ricordato come ci siano delle donne alla guida di istituzioni chiave come la Commissione europea e la Banca centrale europea, solo un terzo dei parlamentari nazionali e dei ministri con portafoglio nell’UE sono donne e, per la prima volta dopo molto tempo, la rappresentanza femminile nel Parlamento europeo scende – assestandosi a meno del 40%.
Il raggiungimento della piena parità nelle posizioni di vertice a livello globale richiederebbe ancora circa 130 anni, ha concluso la Commissaria Lahbib.
Tuttavia, l’obiettivo, nelle parole della Commissione, è chiaro: costruire “un mondo in cui ragazze e ragazzi, donne e uomini possano godere degli stessi diritti e delle stesse opportunità”.
Il consenso divide ancora in Ue e in Italia
Le due commissarie europee sono apparse ottimiste verso l’implementazione della Strategia da parte degli Stati membri. “Paesi che prima erano reticenti a considerare stupro ogni caso laddove non ci fosse consenso esplicito, adesso dopo il caso Pelicot, sono cambiati, ora sono a favore” ha detto la commissaria belga.
Tuttavia, gli sviluppi più recenti del disegno di legge sulla violenza sessuale in Parlamento italiano sembrano smentire quanto sostenuto da Lahbib.
Il testo approvato all’unanimità alla Camera a novembre, frutto dell’accordo politico tra Meloni e Schlein, che segnava un passo importante introducendo la previsione di “consenso libero e attuale”, è stato riportato all’ordine patriarcale dalla Senatrice della Lega Giulia Bongiorno, che in Commissione Giustizia del Senato ha presentato un testo che sostituisce il consenso con la volontà contraria all’atto sessuale, ossia il dissenso.
Questo ha scatenato le ire non solo dell’opposizione, ma anche dei centri antiviolenza che denunciano un ritorno indietro di cinquant’anni nella normativa a tutela delle donne in Italia.
Quella del ddl sulla violenza di genere è un nodo particolarmente delicato per Giorgia Meloni, prima donna a ricoprire la carica di Presidente del Consiglio, che si troverebbe a varare, sotto il suo governo, un provvedimento apertamente a svantaggio delle donne. Tuttavia, che Meloni non fosse una leader femminista era evidente, lo ha detto lei stessa, rifiutando di definirsi tale, ed i fatti hanno seguito le parole con l’entrata in vigore nella primavera del 2024 delle norme che permettono la presenza delle associazioni antiabortiste nei consultori.
La Commissione europea ha annunciato che avvierà una mappatura delle disuguaglianze di genere nei Paesi dell’Unione europea, chissà in che posizione di collocherà il nostro Paese.

