Nata nel 2013 contro i salvataggi dei paesi più indebitati dell’eurozona, l’Alternative für Deutschland sta rivedendo la propria posizione sull’Europa. Dopo la storica vittoria in Sassonia-Anhalt a settembre, il partito, oggi il più popolare nei sondaggi nazionali, appare più vicino che mai al governo federale prima della fine del decennio. Da qui il dibattito interno: come conciliare l’identità anti-establishment con la necessità di apparire un interlocutore credibile per eventuali alleati, in Germania e all’estero.
Il segnale più chiaro è arrivato il mese scorso a Strasburgo, dove la co-leader Alice Weidel ha presentato un documento strategico, un “New Deal per l’Europa”, insieme agli alleati del gruppo Europa delle Nazioni Sovrane (ESN). Il testo sposta l’accento dall’uscita da euro e Ue alla rinegoziazione dei trattati, per costruire un’unione più leggera. Prevede clausole di “opt-out” per i paesi che non condividono politiche comuni, ad esempio su difesa e immigrazione, e un’applicazione più severa delle regole di bilancio, lasciando aperta la possibilità di mantenere la moneta unica. Se le riforme falliranno, sarebbe un referendum a decidere la direzione futura della Germania. Weidel ha parlato di una “Europa delle patrie”, ma ai giornalisti non ha chiarito se voglia ancora uscire dall’euro o dall’Ue.
La svolta ricalca quella di altre destre europee. Il Rassemblement National di Marine Le Pen ha progressivamente abbandonato la richiesta di lasciare l’euro e ora è il favorito per le presidenziali del prossimo anno. Fratelli d’Italia ha attenuato i toni euroscettici una volta al governo, scegliendo di perseguire i propri obiettivi dall’interno dell’Ue. I sovranisti austriaci dell’FPÖ, legati all’AfD, hanno rinunciato alla maggior parte delle posizioni antieuropee prima di entrare nelle coalizioni di governo. Per il politologo Wolfgang Schroeder, dell’Università di Kassel, l’Austria è un modello per l’AfD, ed è probabilmente questione di tempo prima che il partito abbandoni quelle posizioni. Un’uscita dall’Ue o dall’euro, ha aggiunto, sarebbe un disastro per un’economia come quella tedesca, fondata sull’export.
Dentro il partito, però, la questione non è chiusa. Il deputato Sebastian Muenzenmaier sostiene che le prospettive di riformare l’Ue secondo la visione dell’AfD non siano mai state così favorevoli dal dopoguerra. I più giovani spingono ancora oltre: Jean-Pascal Hohm, 29 anni, a capo dell’organizzazione giovanile Generation Deutschland, ritiene che le posizioni dure sull’Europa complichino la strada più realistica verso il governo, cioè un’eventuale cooperazione con la CDU del cancelliere Friedrich Merz, che per ora esclude ogni alleanza. Per Hohm la concorrenza della Cina e l’inaffidabilità crescente degli Stati Uniti rendono necessaria più cooperazione europea, non meno.
La sua mozione pro-europea, presentata a un congresso ad agosto, è stata però ritirata per mancanza di consensi, nonostante insistesse più su storia e patrimonio comuni che sull’economia. “Il tema dell’euro si è rivelato più controverso del previsto”, ha ammesso Hohm.
[A cura di Giacomo Cellupica]

