Tocca all’Unione Europea proteggere la Groenlandia dalle mire di Trump o di altri.
Così scrive Domènec Ruiz Devesa, Presidente dell’Unione dei Federalisti Europei, già deputato al Parlamento europeo, e Senior Researcher presso CIDOB.
La Groenlandia è improvvisamente diventata un banco di prova per la capacità dell’Unione Europea di difendere il proprio territorio. La questione non è teorica. Le ripetute dichiarazioni di alti esponenti a Washington, incluso Trump, che mettono in discussione lo status della Groenlandia l’hanno trasformata in un problema strategico aperto. L’UE non può permettersi alcuna ambiguità su questo punto. In gioco non vi è soltanto la sovranità della Danimarca, ma la credibilità dell’UE come attore internazionale in grado di garantire la sicurezza. Anche alla luce del fatto che l’art. 42.7 del Trattato sull’Unione Europea che prevede che “Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri”. Un vincolo più stringente dell’art. 5 della NATO.
Una presenza deterrente europea
Il passo più urgente sarebbe l’istituzione di una forza militare europea limitata in Groenlandia, su richiesta della Danimarca, come già suggerito dalla Francia all’inizio del 2025. Non si tratterebbe di una forza concepita per combattere gli Stati Uniti, né di un passo verso la militarizzazione dell’Artico. Il suo obiettivo sarebbe la garanzia della sicurezza della Groenlandia e la deterrenza nei confronti di qualsiasi attore ostile.
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Un contingente multinazionale dell’UE, a rotazione e di dimensioni contenute – o creato attraverso una Cooperazione Strutturata Permanente, se qualche Stato membro non fosse disponibile – svolgerebbe tre funzioni. In primo luogo, internazionalizzerebbe la sicurezza della Groenlandia. Qualsiasi atto ostile cesserebbe di essere una questione bilaterale tra Copenaghen e Washington ma coinvolgerebbe tutta l’UE o diversi Stati membri. In secondo luogo, aumenterebbe il costo politico e strategico di qualsiasi tentativo di coercizione o di fatto compiuto. In terzo luogo, dimostrerebbe che l’UE è disposta a difendere i propri Stati membri non solo a parole, ma con i fatti. Una deterrenza efficace non richiede la parità di forze. Richiede chiarezza, visibilità e impegno politico. Una presenza UE in Groenlandia garantirebbe tutti e tre questi elementi.
Rendere credibile la clausola di assistenza reciproca dell’UE
La deterrenza deve essere esplicita. La Danimarca dovrebbe notificare formalmente ai suoi partner dell’UE che, in caso di attaco contro la Groenlandia, chiederà l’attivazione dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione europea, che crea un obbligo giuridicamente vincolante di aiuto e assistenza tra gli Stati membri. Essa si applica al territorio di uno Stato membro. Lo status della Groenlandia come territorio d’oltremare non indebolisce i diritti della Danimarca ai sensi di tale clausola.
Una notifica preventiva eliminerebbe l’incertezza e rafforzerebbe la deterrenza. Renderebbe chiaro che un attacco contro la Groenlandia innescherebbe automaticamente una risposta europea. È esattamente così che funziona la deterrenza: eliminando l’ambiguità prima che scoppi una crisi.
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Reintegrare la Groenlandia nello spazio giuridico europeo
Le misure di sicurezza, da sole, non sono sufficienti. La protezione a lungo termine della Groenlandia richiede anche di ancorarla più saldamente al quadro giuridico e politico europeo. La Groenlandia ha lasciato le Comunità europee nel 1985 ed è attualmente un Paese e Territorio d’Oltremare. Nell’attuale contesto geopolitico, tale distanza è diventata una vulnerabilità aggiunta.
La Groenlandia dovrebbe pertanto chiedere un cambiamento di status e puntare a diventare una Regione ultraperiferica dell’Unione europea. Non si tratterebbe di un gesto simbolico. Ciò comporterebbe l’applicazione del diritto dell’UE, l’accesso alle politiche europee e la piena integrazione nell’ordinamento giuridico dell’Unione, con gli adattamenti necessari previsti dai Trattati per le regioni ultraperiferiche. Una simile scelta richiederebbe il consenso politico in Groenlandia e una revisione dei Trattati. Ma invierebbe un segnale potente: la Groenlandia non sarebbe più una zona grigia ai margini dell’Europa, bensì una parte integrante di essa a pieno titolo.
Il ruolo della Danimarca: un impegno europeo pieno
Allo stesso tempo, la Danimarca — responsabile della politica estera e di sicurezza della Groenlandia e presumibilmente bisognosa di una forte dimostrazione di solidarietà europea — dovrebbe completare la propria integrazione europea. Il paese è rimasto per troppo tempo nella periferia dell’UE, mantenendo un’esclusione permanente dall’euro, restando fuori da ampie parti dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia e, fino a tempi molto recenti, autoescludendosi dalla politica di difesa comune dell’Unione.
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In primo luogo, la Danimarca farebbe bene ad impegnarsi ad aderire all’euro. In un momento di pressione strategica, le clausole di esclusione monetaria indeboliscono la credibilità collettiva. La moneta unica non è soltanto uno strumento economico, ma anche uno strumento di sicurezza. In secondo luogo, la Danimarca dovrebbe rinunciare alla sua esclusione residua in materia di giustizia e affari interni. Sebbene la partecipazione parziale abbia funzionato in modo pragmatico, la situazione attuale richiede coerenza. L’adesione all’euro e la piena partecipazione allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia rafforzerebbero la posizione della Danimarca nel cuore del processo decisionale europeo e della sicurezza interna. Questi passi non sarebbero concessioni né condizioni per la solidarietà europea, ma investimenti nella sicurezza collettiva.
Il momento del Consiglio europeo
Parallelamente, è necessario un impegno di leadership al massimo livello. Il presidente del Consiglio europeo dovrebbe convocare con urgenza una riunione straordinaria dedicata alla minaccia contro la Groenlandia e alla difesa europea. L’ordine del giorno dovrebbe essere esplicito: pieno sostegno alla Danimarca, disponibilità a fornire assistenza reciproca, e attuazione dell’articolo 42.2 del TUE per la costruzione di una vera difesa comune europea.
L’articolo 42.2 fornisce già la base giuridica per una politica di difesa comune che conduca a una difesa comune. Ma finora è mancata la volontà politica. La questione della Groenlandia impone decisioni. O l’Europa prende sul serio le proprie clausole di difesa, oppure accetta l’irrilevanza strategica e il vassallaggio agli Stati Uniti.
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Una presenza deterrente europea, un impegno credibile a implementare l’articolo 42.7 del Trattato sull’UE, la reintegrazione della Groenlandia nell’ordinamento giuridico dell’UE, la piena partecipazione della Danimarca all’Unione e un impulso deciso verso la difesa comune costituiscono una strategia coerente. Nessuna di queste misure, presa singolarmente, potrebbe essere sufficiente. Insieme, cambiano l’equazione strategica. Aumentano il prezzo dell’aggressione, riducono l’incertezza e affermano che l’Unione Europea è pronta a difendere i propri Stati membri e il proprio ordine costituzionale e territoriale. Non si tratta di una questione marginale. È una prova. L’Europa deve agire di conseguenza.

