Il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha dichiarato che “il cosiddetto spirito di Anchorage è ormai morto”, accusando Mosca di costruire la propria posizione negoziale su interpretazioni distorte o selettive dei contatti avvenuti con gli Stati Uniti lo scorso anno. Le sue dichiarazioni si inseriscono in un contesto di crescente tensione diplomatica attorno ai canali informali tra Washington e Mosca sul futuro della guerra in Ucraina, in cui la dimensione narrativa e quella negoziale risultano sempre più intrecciate.
Secondo Sybiha, qualsiasi tentativo di delineare un percorso di pace che escluda il coinvolgimento diretto di Kyiv è destinato a fallire, indipendentemente dagli interlocutori coinvolti o dalle sedi in cui viene discusso. “Per la Russia, la lezione di Anchorage è che ogni piano costruito senza l’Ucraina è destinato a dissolversi”, ha affermato, invitando Mosca a “smettere di credere agli spiriti e a impegnarsi in negoziati realistici”.
Con “Anchorage” si fa riferimento alla città nello Stato dell’Alaska in cui il presidente statunitense Donald Trump e il suo omologo russo Vladimir Putin hanno avuto un confronto lo scorso agosto. Il colloquio, che non ha avuto carattere multilaterale né ha prodotto documenti ufficiali, si è svolto in forma riservata e ha avuto come tema centrale l’andamento del conflitto in Ucraina e le possibili prospettive di de-escalation. Tuttavia, non sono emerse intese vincolanti né un quadro negoziale condiviso tra le parti.
Nonostante l’assenza di risultati formalizzati, Mosca ha continuato a fare riferimento a quell’incontro come base di una presunta “comprensione politica” tra Washington e il Cremlino, talvolta definita “accordo dell’Alaska”. In particolare, la Russia collega tale interpretazione alla richiesta che l’Ucraina si ritiri completamente dal Donbas, comprese le aree ancora sotto controllo delle proprie forze armate. Per Kyiv, si tratta di una condizione inaccettabile, in quanto equivarrebbe a una cessione territoriale imposta dall’esterno e incompatibile con i principi della propria integrità territoriale.
Nelle ultime settimane, più funzionari statunitensi hanno smentito l’esistenza di accordi conclusi tra Washington e Mosca, chiarendo che non vi sono intese formali derivanti dal vertice. Anche il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito pubblicamente che non esistono accordi finalizzati, contraddicendo la narrativa circolata in ambito russo.
Secondo fonti citate da media internazionali, durante il recente vertice del G7 Trump avrebbe espresso crescente frustrazione nei confronti di Putin, arrivando a mettere in discussione la validità di qualunque affermazione di quest’ultimo nell’incontro in Alaska. Sempre secondo queste ricostruzioni, Trump avrebbe riconosciuto alcuni progressi militari ucraini, in particolare l’aumento delle capacità di attacco con droni sul territorio russo.
Parallelamente, un alto funzionario ucraino ha riferito che Trump avrebbe incoraggiato privatamente il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ad assumere una postura più assertiva nei confronti di Mosca, segnalando una possibile evoluzione nella posizione di Washington, pur in assenza di dichiarazioni ufficiali.
Dal lato russo, le stesse autorità negano l’esistenza di accordi formali non rispettati, ma allo stesso tempo accusano Washington di non aver dato seguito a presunte promesse che, secondo la narrativa del Cremlino, sarebbero emerse proprio nei colloqui informali di Anchorage. Una posizione che riflette la crescente difficoltà di Mosca nel consolidare una lettura coerente dei rapporti con gli Stati Uniti nel quadro del conflitto in corso.

