Questa è la terza lezione sul tema “Concetti e categorie per comprendere l’UE, il suo sviluppo e il suo funzionamento”, nel primo modulo del corso di formazione per docenti EUPress.

 

L’obiettivo di questa lezione, condotta da Pietro Sala, è quello di discutere cosa sia l’intergovernativismo o metodo intergovernativo.

L’integrazione europea è stata spesso descritta come una storia di istituzioni che acquisiscono potere sugli stati nazionali. Tuttavia, una corrente di pensiero sostiene che, nonostante decenni di politiche condivise e una moneta comune, i governi nazionali rimangono gli attori decisivi nell’Unione europea. Questo approccio – noto come intergovernativismo – offre un contrappunto alle teorie federaliste o neofunzionaliste e rimane influente nella spiegazione del funzionamento dell’UE odierna.

Dal realismo all’intergovernativismo liberale

L’intergovernativismo si è evoluto dalla precedente visione realista secondo cui gli Stati, motivati ​​dal potere e dalla sicurezza, dominano gli affari internazionali. Tuttavia, una delle principali tesi realiste è venuta meno nel tempo: che gli Stati cerchino sempre di massimizzare il proprio potere.

Entra in scena Andrew Moravcsik, artefice dell’intergovernativismo liberale negli anni ’90. A differenza dei realisti, Moravcsik non considerava gli Stati come attori monolitici guidati esclusivamente da interessi politici o militari. Al contrario, riteneva che il loro comportamento nell’UE fosse plasmato principalmente da interessi economici interni.

La sua teoria si basa su tre fasi analitiche:

  1. Formazione delle preferenze nazionali – in cui i governi definiscono le proprie posizioni sulla base di interessi economici e politici interni.
  2. Negoziazione interstatale – in cui gli Stati negoziano per raggiungere accordi, a seconda del potere relativo e delle preferenze.
  3. Scelta istituzionale – in cui gli Stati decidono se attuare gli accordi attraverso la cooperazione intergovernativa o tramite organismi sovranazionali più forti.

Logica economica, non strategia geopolitica

Moravcsik rifiuta l’idea che l’integrazione europea possa essere spiegata da motivazioni geostrategiche. Sostiene invece che la maggior parte delle decisioni sull’integrazione riflette un ragionamento economico settore per settore: ciò che avvantaggia le imprese, le industrie e il commercio di un Paese.

Secondo questa prospettiva:

  • Le preferenze statali variano a seconda del settore economico (ad esempio, agricoltura, energia, finanza)
  • I ministeri dell’economia o i sindacati possono influenzare le posizioni tanto quanto i ministeri degli affari esteri
  • Non esiste una gerarchia chiara in cui l’alta politica (sicurezza, difesa) domini sempre la bassa politica (economia, regolamentazione)

Metodo empirico e i suoi limiti

Il metodo di Moravcsik è razionalista e binario: egli esamina spiegazioni concorrenti (ad esempio, geopolitica contro economia) e le convalida attraverso studi di caso. Se una spiegazione risulta più convincente, l’altra viene scartata.

I critici sostengono che questo metodo semplifichi eccessivamente la realtà politica. Scartando l’idea che molteplici cause possano influenzare l’esito di una politica, l’intergovernativismo liberale rischia di trascurare il complesso intreccio di pressioni – istituzionali, ideologiche, elettorali – che i governi si trovano ad affrontare nella pratica.

La teoria è ancora valida?

L’intergovernativismo liberale rimane la teoria dominante utilizzata dagli studiosi per spiegare gli accordi storici dell’UE, dall’Atto unico europeo al Trattato di Maastricht, fino alla creazione dell’eurozona.

Tuttavia, le recenti crisi – dallo shock finanziario del 2008 alla pandemia di Covid-19 e alla guerra in Ucraina – hanno messo in luce i limiti del fare affidamento esclusivamente sui governi nazionali e sulla negoziazione interstatale. Il ruolo crescente degli organismi sovranazionali, in particolare della Banca centrale europea, suggerisce che, anche in un mondo di stati potenti, le istituzioni tecnocratiche possono acquisire autonomia a lungo termine.

Tuttavia, il principio cardine dell’intergovernativismo rimane valido: quando si tratta di definire la direzione dell’integrazione, gli Stati membri – e soprattutto i più grandi – restano al comando, negoziando sulla base dell’interesse nazionale piuttosto che di una marcia automatica verso l’unità.

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