Un tribunale belga ha aperto la strada affinché Étienne Davignon, uno degli statisti europei del dopoguerra più rispettati, venga processato per il suo presunto ruolo nell’assassinio di Patrice Lumumba, primo primo ministro del Congo indipendente, avvenuto nel 1961.

Ex vicepresidente della Commissione europea e figura di primo piano nella costruzione dell’Europa moderna, Davignon è oggi l’ultimo imputato ancora in vita in una ricerca di giustizia durata decenni che getta una luce impietosa sul passato coloniale del Belgio.

La decisione di Bruxelles, emessa martedì e soggetta ad appello, significa che il conte novantatreenne potrebbe affrontare un processo già nel 2027 con l’accusa di “partecipazione a crimini di guerra”. I pubblici ministeri lo accusano di coinvolgimento nella detenzione illegale, nel trasferimento e nel trattamento degradante di Lumumba tra la fine del 1960 e l’inizio del 1961. All’epoca, Davignon era un giovane diplomatico tirocinante presso il ministero degli Esteri belga, impegnato sui dossier congolesi nei mesi caotici successivi all’indipendenza del Paese.

Un omicidio brutale

Lumumba, leader anticoloniale carismatico, fu rovesciato da un colpo di Stato, consegnato ai suoi nemici e giustiziato tramite fucilazione il 17 gennaio 1961. Il suo corpo fu sciolto nell’acido per cancellarne ogni traccia.

Un’inchiesta parlamentare belga del 2002 concluse che il Belgio aveva una “responsabilità morale” per l’omicidio. Ora, per la prima volta, un alto funzionario belga di quell’epoca potrebbe essere chiamato a risponderne penalmente.

Il volto europeo del Belgio

Per la maggior parte degli europei, Étienne Davignon è ricordato non per la crisi del Congo, ma per il suo contributo decisivo al progetto europeo. Come commissario europeo per il Mercato interno, l’Unione doganale e successivamente per l’Industria e l’Energia, tra il 1977 e il 1085 contribuì a guidare la Comunità attraverso gli shock petroliferi e le crisi dell’acciaio degli anni Settanta e Ottanta.

Il Piano Davignon salvò l’industria siderurgica europea attraverso una ristrutturazione coordinata. Fu anche autore del fondamentale Rapporto Davignon del 1970, che pose le basi per la Cooperazione politica europea, precursore dell’attuale Politica estera e di sicurezza comune.

Dopo aver lasciato Bruxelles, Davignon passò senza difficoltà ai vertici del mondo imprenditoriale europeo. Presiedette la Société Générale de Belgique, la storica holding che un tempo controllava vasti interessi minerari e finanziari nel Congo, e in seguito fece parte di innumerevoli consigli di amministrazione. Per molti incarnava l’Europa sofisticata e aperta al mondo emersa dalle rovine della Seconda guerra mondiale: aristocratica, pragmatica e profondamente impegnata nell’integrazione.

L’ombra del Congo

Eppure, quello stesso mondo aristocratico affondava le sue radici in uno dei capitoli più oscuri della storia europea. Il dominio belga sul Congo – prima, tra il 1885 e il 1908, come “Stato Libero del Congo” personale di re Leopoldo II, poi come colonia formale fino al 1960 – fu segnato da lavoro forzato, mutilazioni e da una stima di circa 10 milioni di morti dovuti a sfruttamento e malattie.

Anche dopo l’indipendenza formale, autorità belghe, servizi di intelligence e interessi economici lavorarono per indebolire i leader che minacciavano i loro interessi.

Il discorso di Lumumba nel giorno dell’indipendenza, nel giugno 1960, non lasciò spazio a dubbi: denunciò la “schiavitù umiliante” imposta dal Belgio. Nel giro di pochi mesi, Bruxelles e le potenze occidentali – timorose dell’influenza sovietica durante la Guerra Fredda – sostennero la sua rimozione. Documenti desecretati mostrano che funzionari belgi parteciparono attivamente alla sua cattura e al trasferimento in Katanga, dove fu ucciso.

Davignon ha sempre negato qualsiasi illecito, sostenendo che il suo ruolo si limitasse a pratiche diplomatiche ordinarie. I suoi avvocati affermano che il caso è politicamente motivato e che le prove di 65 anni fa sono troppo deboli per garantire un processo equo.

Una fortuna costruita sull’impero coloniale

Il caso riapre anche interrogativi scomodi su come una piccola élite europea abbia trasformato lo sfruttamento coloniale in ricchezza duratura.

Famiglie come i Davignon – parte dell’intrecciata aristocrazia e dei circoli finanziari belgi – trassero enormi profitti dalle operazioni congolesi della Société Générale: rame, diamanti, gomma e piantagioni che arricchirono gli azionisti ben oltre l’indipendenza. La stessa rete finanziaria contribuì poi a finanziare la ricostruzione europea e le istituzioni che Davignon avrebbe aiutato a plasmare.

Mehdi Lumumba, nipote di Patrice Lumumba, ha accolto con favore la decisione del tribunale: “Il Belgio sta finalmente facendo i conti con la propria storia”. Per molti congolesi, il processo – per quanto simbolico – rappresenta un tardivo riconoscimento del fatto che gli architetti dell’Europa del dopoguerra furono talvolta gli stessi uomini che contribuirono a seppellire la prima generazione di leader indipendentisti africani.

Resta incerto se il procedimento porterà a qualcosa di più di una giustizia simbolica. L’età avanzata di Davignon e il tempo trascorso rendono improbabile una piena resa dei conti.

La Commissione europea è già stata recentemente scossa da rivelazioni esplosive riguardo l’ex commissario Peter Mandelson, i cui ben documentati legami con Jeffrey Epstein hanno compromesso la sua carriera.

Mandelson è stato licenziato nel 2025 dal ruolo di ambasciatore britannico negli Stati Uniti e arrestato nel 2026 per possibile cattiva condotta in cariche pubbliche e insider trading.

Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.

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